Processo Bussi. Il Gup:«non c’è stato avvelenamento ma contaminazione dell’acqua»

Alessandro Biancardi

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Redazione PdN

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Processo Bussi. Il Gup:«non c’è stato avvelenamento ma contaminazione dell’acqua»
LE MOTIVAZIONI DEI RINVII A GIUDIZIO. PESCARA. In sette pagine di motivazioni giuridiche il giudice per le indagini preliminari, Luca De Ninis, smonta a metà l'inchiesta sulla mega discarica di Bussi e l'avvelenamento delle falde acquifere.

In pratica è vero che rinvia a giudizio 19 persone legate in qualche modo alla ex Montedison ma ne riformula le imputazioni e le affievolisce. Inoltre giudica infondate le accuse mosse ai vertici di Aca e Ato e scardina l’accusa.

In buona sostanza il giudice utilizza argomentazioni strettamente tecniche per motivare il decreto che dispone il processo ma corregge, rivede, rimodula e smorza sostanzialmente il tiro delle accuse abbassandolo e rendendolo di fatto meno gravoso. Una indagine iniziata nel 2006 dal pm Aldo Aceto e poi recuperata dal pm Anna Rita Mantini a cose fatte un paio di anni fa.

Non sono messe in discussione alcune condotte come per esempio la creazione di discariche di rifiuti velenosi mentre, invece, pare ci siano alcune carenze sul profilo del nesso di causalità o su quello che profila il dolo per tutti, indistintamente.

Nessun dubbio, invece, sul fatto che vi siano state, da un lato, condotte omissive sui controlli da parte delle aziende che hanno occupato il sito di Bussi ma dall’altro anche condotte attive (dunque consapevoli, e per questo dolose) nel preparare e redigere piani, relazioni ed altra documentazione (falsificata) che aveva il solo scopo di limitare all’esterno la reale portata e la gravità dell'avvelenamento in corso.

Non sono invece ancora disponibili le motivazioni della sentenza di non luogo a procedere che ha chiuso la partita sulle accuse mosse ai vertici e i tecnici di Ato e Aca, per il capo d'imputazione di avvelenamento dell'acqua: per il giudice il fatto non sussiste.

Per l'altro fatto contestato (per il pm turbata libertà degli incanti) il reato è stato modificato in abuso d'ufficio ed il giudice ha ritenuto che il fatto non costituisce reato.

Nelle prossime settimane saranno depositate le motivazioni e si potrà conoscere il merito di questa decisione. Contestualmente al rinvio a giudizio il giudice ha anche rigettato la richiesta di sequestro conservativo nei confronti di tutti gli indagati. Intanto per oggi è stata fissata l'udienza nella quale si costituirà il fascicolo processuale.

PERCHE’ GLI IMPUTATI DEVONO ANDARE A PROCESSO

Nella prima parte del decreto che dispone il giudizio De Ninis riordina i fatti contestati e li inserisce in una nuova dimensione giuridica.

«Gli elementi appresi, suscettibili di approfondimento dibattimentale, consentono di sostenere che i siti delle discariche», scrive, «abbiano contaminato le acque e le relative falde sottostanti, certamente destinate a fondersi e confluire lungo l'asse della Valle del Pescara, prima di essere attinte e distribuite per il consumo di circa 2,5 km più a valle: acque dunque certamente destinate all'alimentazione».

Altro problema fondamentale è quello delle prove reperite durante le indagini che dovrebbero attestare il dolo delle condotte. Il giudice specifica: «sul punto si evidenzia che la scelta del pubblico ministero di contestare le due fattispecie in forma dolosa, risulta comprensibile e coerente con riguardo ad alcune componenti particolarmente odiose delle condotte contestate, connotate cioè da un'evidente volontarietà della contaminazione o della omissione della bonifica che quindi possono considerarsi sostenute dal dolo eventuale rispetto all'evento di pericolo per la salute pubblica».

Ci sono però altre condotte, sostiene il giudice, che invece sarebbero caratterizzate dall'elemento della colpa e non del dolo e che sarebbero state accomunate alle altre nel capo d'imputazione.

DEMOLITO IL REATO DI DISASTRO AMBIENTALE

Il giudice su questo argomento sembra propendere più per la versione degli avvocati difensori secondo cui «il tenore letterale del capo di accusa soffre di impostazione ad effetto», cioè in qualche modo colorito per fare presa o sensazione.

«Tuttavia nella fase della udienza preliminare non può fondatamente escludersi», scrive De Ninis, «l'effettiva verificazione di tale disastro con il connesso pericolo per la salute pubblica. È sufficiente, al riguardo, il solo riferimento all'irreversibile inquinamento della falda acquifera, non più utilizzabile per scopi alimentari e presumibilmente, nelle aree più prossime allo stabilimento e alla discarica, neppure a scopo irriguo, ed alla pesante e profonda contaminazione dei suoli, per i quali non è stata neppure ancora elaborato un progetto definitivo di messa in sicurezza».

«L’ACQUA NON E’ AVVELENATA MA CONTAMINATA»

Con una lunga esegesi letterale e giuridica De Ninis smonta anche il capo di imputazione che riguarda l’avvelenamento delle acque, spiegando che i prelievi eseguiti dopo la miscelazione dell'acqua emunta dal campo pozzi con quella non contaminata dell'acquedotto del Giardino, invece, hanno valori che sono rimasti sempre all'interno dei limiti della potabilità («con la sola eccezione di alcune analisi di prelievi da fontane pubbliche effettuate da laboratori privati, privi di sufficiente affidabilità»).

Sono gli esami che fecero tanto scalpore a ridosso dell'estate del 2007 e che furono compiuti dal Wwf (e pare di capire siano anche le uniche disponibili).

Così il giudice spiega la differenza fra l'acqua “avvelenata” e quella “corrotta”, cioè adulterata.

«Sotto il profilo letterale», scrive De Ninis, «peraltro i due termini di “avvelenare” e “corrompere” indicano entrambi un'azione che provoca il deterioramento dell'alimento attraverso l'aggiunta di sostanze estranee che provocano un'alterazione della sua natura chimico-fisica. Nel caso del veleno tale alterazione è idonea a provocare, in chi l'assume, effetti dannosi; nel caso del deterioramento tale idoneità lesiva non è indefettibile ma richiesta».

Dunque, l'acqua secondo le analisi disponibili acquisite dalle indagini non avrebbe quel carattere lesivo proprio dell'avvelenamento ma sarebbe stata corrotta, contaminata con veleni poi diluiti. Alterata sì ma non tanto da poter “avvelenare” e «non potendo nemmeno escludere che l'assunzione prolungata nel tempo possa dare effetti dannosi per la salute».

«Or bene», aggiunge il gup, «con riguardo ai dati delle concentrazioni di solventi clorurati rilevate, già nella fase dell'udienza preliminare può allora escludersi che l'acqua della falda contaminata abbia assunto la potenzialità di produrre ordinariamente effetti tossici alla popolazione esposta alla sua assunzione».

«Se poi il riferimento si sposta all'acqua di falda nella zona del campo pozzi i valori della contaminazione sono notevolmente più bassi, superiori ai limiti posti dalla legislazione di settore ma del loro stesso ordine di grandezza. In questo caso è evidente l'assenza dell'avvelenamento nel senso sopra specificato, tuttavia la pur limitata contaminazione non permette di escludere il pericolo per la salute pubblica»

Il reato contestato per gli imputati al processo è il 440 del codice penale (adulterazione o contraffazione di sostanze alimentari) con la conseguente individuazione del tribunale di Pescara in composizione collegiale al posto della Corte d'Assise di Chieti quale ufficio giudiziario competente per il dibattimento.

NIENTE SEQUESTRO: NON CI SONO I REQUISITI

Oltre il non luogo a procedere per agli altri capi di imputazione che riguardano i vertici di Ato e Aca, il giudice non accoglie nemmeno la richiesta delle parti civili di sequestro conservativo a carico dei principali imputati. Si tratta di quella misura che in qualche modo congela i patrimoni di coloro che potrebbero essere condannati anche al risarcimento del danno ed è per questo vitale fare in modo che i patrimoni non vadano dispersi.

L'ammontare indicato dalle difese per un ipotetico risarcimento è indicato in € 750.000 ma secondo il giudice è una cifra non sufficientemente documentata per cui «in un quadro di totale incertezza sul parametro del quantum del credito vantato, non può essere determinata l'entità della cautela necessaria garanzia dell'obbligazione civile».

Il giudice rigetta la richiesta anche perché non è stato provato il pericolo di trovarsi di fronte eventualmente a persone condannate non in grado di onorare il debito. Anzi il giudice dice che allo stato dalle visure dei diversi indagati le parti civili possono eventualmente contare su patrimoni sufficientemente ingenti e che non vi sono prove allo stato di tentativi di disfarsi di tali ricchezze.

a.b. 11/05/2011 17.24