L'ASSALTO DELLE CORPORATION

Si scrive Ceta, si legge “predominio alimentare straniero”: il peggio che avanza

Manifestazione oggi a Roma: il Made in Italy che rischia di soccombere sotto i colpi delle multinazionali

Redazione PdN

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ROMA.  "Stop al Ceta, stop al falso made in Italy". Questo e' lo slogan il motto che questa mattina ha raccolto a piazza Montecitorio migliaia di allevatori e coltivatori.

Una allegra folla, tinta con i colori della Coldiretti, ha occupato pacificamente la piazza, che si e' trasformata anche in un punto d'assaggio del vero parmigiano made in Italy. Alla manifestazione hanno aderito anche Cgil, Arci, Adusbef, Movimento dei consumatori, Legambiente, Greenpeace, Slow Food, Federconsumatori, Acli Terra e Fair Watch che chiedono di fermare la ratifica di un trattato che considerano sbagliato per l'Italia perche', affermano, finisce per svendere i marchi storici del nostro agroalimentare e costituisce un precedente pericoloso per gli accordi con i paesi emergenti.

Coldiretti ha esposto in piazza un maxi-pacco contenente tutte le piu' celebri imitazioni delle nostre produzioni d'eccellenza, dal Parmesan al Napoli Italian style salami.

 

Sul palco si sono alternati gli interventi degli ex ministri Giulio Tremonti, Gianni Alemanno, Luca Zaia, Alfonso Pecoraro Scanio, Giorgia Meloni (FdI), seguiti da Nicola Fratoianni (Si), Alfredo D'Attorre (Mdp) Monica Cirinna', Susanna Cenni, Nicodemo Oliverio del PD, Elena Fattori (M5S), tutti unanimi nel voler fermare l'approvazione del trattato che e' calendarizzato in Senato per il prossimo 25 luglio.

La senatrice grillina ha proposto alla Commissione Esteri di riaprire la discussione in commissione partendo proprio da un ciclo di audizioni, perche', ha detto, "questa corsa estiva non va. Siamo il primo paese a ratificare e quello che ne soffrira' di piu'".

In piazza anche molti gonfaloni dei comuni che portano con se' anche una tradizione di prodotti importanti, storia ma anche tradizione di quei territori. Tra i tanti, i comuni di San Marzano, Altamura, Giffoni Sei Casali, Acquasanta Terme, Casoli e Bomba.

"La presunzione canadese di chiamare con lo stesso nome alimenti del tutto diversi e' inaccettabile - ha sottolineato il presidente della Coldiretti, Roberto Moncalvo - perche' si tratta di una concorrenza sleale che danneggia i produttori e inganna i consumatori e si rischia un effetto valanga sui mercati internazionali dove invece Italia e Ue hanno il dovere di difendere i prodotti che sono l'espressione di una identita' territoriale non riproducibile".

 

Senza contare che il Canada e' la porta d'ingresso commerciale per tutto il Nord America e dunque, osservano le associazioni, il trattato andra' a vantaggio anche delle grandi multinazionali americane, molto piu' leggere in termini di tasse e regole, a scapito dei nostri piccoli produttori.

 

 

 

NO AL GLIFOSATO

 “Non vogliamo il grano canadese al glifosato”, “No alla carne agli ormoni dal Canada”, “No alla svendita del made in Italy” sono solo alcuni degli altri slogan usati dai tantissimi agricoltori abruzzesi.

 

Un Trattato che spalanca le porte all’invasione dal paese nordamericano di grano, la principale coltivazione dell’Italia particolarmente diffusa nelle aree piu’ deboli del Paese ma che prevede anche il via libera all’importazione a dazio zero per circa 75.000 tonnellate di carni suine e 50.000 tonnellate di carne di manzo dal Canada dove vengono utilizzati ormoni per l’accrescimento vietati in Italia.

«Il CETA genera preoccupazione e allarme, per diversi motivi – sottolinea il Direttore di Coldiretti Abruzzo Giulio Federici – basta pensare che, con la prospettiva dell’accordo di libero scambio tra Unione Europea e Canada sono aumentati del 15% gli sbarchi di grano duro del Paese nordamericano in Italia nei primi due mesi del 2017, con manovre speculative che stanno mettendo a dura prova una delle produzioni più importanti del nostro Paese».

In pericolo non ci sono solo la produzione di grano e la vita di oltre trecentomila aziende agricole italiane che lo coltivano, ma anche un territorio di 2 milioni di ettari a rischio desertificazione e gli alti livelli qualitativi per i consumatori garantiti dalla produzione Made in Italy.

«Oggi, con le quotazioni del grano a 24 centesimi al chilo -  denuncia la Coldiretti – gli agricoltori italiani ne devono vendere più di 4 chili per poter acquistare un caffè. Una realtà che rischia di essere aggravata dall'approvazione del CETA, che prevede l’azzeramento strutturale dei dazi indipendentemente dagli andamenti di mercato. Circa la metà del grano importato dall’Italia arriva, infatti, proprio dal paese nordamericano dove – continua la Coldiretti - le lobby in vista dell’accordo CETA sono già al lavoro contro l’introduzione in Italia dell’obbligo di indicazione della materia prima per la pasta previsto per decreto e trasmesso all’Unione Europea, trovando purtroppo terreno fertile anche in Italia.  Una necessità per nascondere ai consumatori il fatto che già lo scorso anno sono arrivate in Italia oltre un milione di tonnellate dal Canada dove viene fatto un uso intensivo di glifosato nella fase di pre-raccolta per seccare e garantire artificialmente un livello proteico elevato che è però vietato in Italia perché accusato di essere cancerogeno. In assenza dell’etichetta di origine non è possibile - sottolinea la Coldiretti -  conoscere un elemento di scelta determinante per le caratteristiche qualitative, ma si impedisce anche ai consumatori di sostenere le realtà produttive nazionali e, con esse, il lavoro e l’economia nazionali».

 

 

Ma le preoccupazioni riguardano tutti i settori, anzi l’intero made in Italy. Secondo Coldiretti, che questa mattina ha presentato uno specifico Dossier sull’impatto del trattato sull’agroalimentare italiano, ben 250 denominazioni di origine (Dop/Igp) italiane riconosciute dall’Unione Europea non godranno di alcuna tutela sul territorio canadese. Perciò l’Italia e l’Unione Europea hanno il dovere di difendere i prodotti che sono l’espressione di una identità territoriale non riproducibile altrove, realizzati sulla base di specifici disciplinari di produzione e sotto un rigido sistema di controllo.