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L’Abruzzo a fuoco: regione sotto attacco (e non ci raccontano nemmeno la balla dell’autocombustione)

I dati provano una sola cosa: caso e natura non c’entrano, allora chi ha provocato l’inferno dell’estate 2017?

Redazione PdN

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ABRUZZO. Che nevichi, faccia caldo e scoppino incendi in Abruzzo sono guai seri ed un inferno ogni volta diverso ma sempre inferno.

E’ la sfortuna che si accanisce sulla regione affumicata d’Europa, che fa venire già valanghe, che genera blackout elettrici da guinnes, che è costretta a sopportare siccità e sacrifici perchè non piove più (persino dopo le nevicate record) e se poi fa caldo scoppiano incendi a ripetizione.

E’ solo sfortuna?

Le situazioni sono variegate e complesse e semplificare tutto rischia di mistificare di certo: ci sono componenti ampie che coinvolgono la sfera umana sia come gruppo, che come istituzioni e solo alla fine come singolo (il piromane, organizzato o eterodiretto).

Dopo la rivolta della natura perchè nel 2017 ha nevicato tanto, d’estate ha fatto molto caldo e questa volta a destabilizzare ci sono veri e propri terroristi ambientali che operano indisturbati appiccando fuoco, paure, speculazioni e complottismi.

La cosa inedita questa volta è che da più fonti è stata comunicata, con quasi assoluta certezza, che si tratta di azioni umane, di danni provocati dall’uomo, volontariamente, in pratica il fuoco è stato appiccato e continua ad esserlo.

Molte le situazioni di emergenza per l’intero agosto ma la situazione che pare difficile da sedare è quella che riguarda la valle peligna ed i dintorni di Sulmona.

Il procuratore Giuseppe Bellelli si è sbilanciato non poco ed indaga alla ricerca dei piromani e delle loro motivazioni.

INCENDI: 2017 ANNO RECORD ASSOLUTO

L’eccezionalità di quanto accaduto ad agosto in Abruzzo è chiarissimo se si guardano dati e grafici.

L’estate di fuoco record del 2007 che in molti si ricordano ancora oggi è stata superata di oltre 5 volte con una escalation degna delle peggiori organizzazioni mafiose o terroristiche.

Nel 2007 furono censiti 274 incendi per una superfice andata a fuoco di 21.167 ettari, nel 2017 (dati ovviamente provvisori) il sottosegretario alla protezione civile Mario Mazzocca spiega che gli interventi totali, e dunque il numero di incendi, si avvicina a 1000 e che la superficie bruciata già superava i 10mila ettari e che potrebbe eguagliare il danno di dieci anni fa.

Se i numeri sono esatti dimostrano senza dubbio che il caso o l’autocombustione proprio non c’entrano.

Anzi se nel 2007 furono già eccezionali, i mille di oggi possono essere la prova di una strategia precisa che è stata tradotta da molti testimoni con parole del tipo: «non facevamo in tempo a spegnere un fronte che già ne divampavano altri cinque in zone anche lontane tra loro».

Dalle notizie pubblicate nei giorni scorsi si è parlato anche di ritrovamento di inneschi e di «gattini» ma quello che davvero sfugge è quale fine si vuole davvero raggiungere.

Sui social è tutto un florilegio di ipotesi non suffragate spesso nemmeno da indizi ma speculazioni edilizie su pareti montane difficili da scalare sembrano improbabili come pure il business del rimboschimento (della mafia “verde” dei vivai non si è mai parlato), dei soldi per i risarcimenti danni chissà, di strategie politiche destabilizzanti, di interessi trasversali, di vendette e chissà cos’altro si può ipotizzare.

Ma alla domanda principale nessuno risponde: perchè hanno mandato l’inferno in Abruzzo?



IL PATRIMONIO AL VERDE

L’ Abruzzo ha oltre 400.000 ettari di foreste, gran parte delle quali situate al di sopra dei 1.000 metri sul livello del mare; la restante superficie è occupata da boschi collinari e rimboschimenti realizzati durante il secolo scorso.

Le aree naturali protette ( 3 Parchi Nazionali, 1 Regionale e diverse riserve) rappresentano circa il 30% del territorio regionale.

Dal 2007 al 2012 sono stati attraversati dal fuoco ben 30.000 ettari di superficie e di questi oltre 15.000 erano boschi.

Secondo il responsabile del settore presso la Regione, Sabatino Belmaggio, si tratta di «un fenomeno preoccupante per diverse ragioni: gran parte degli incendi ha un’origine dolosa e colpisce i rimboschimenti di conifere, soprattutto di pino nero che sono stati realizzati al di sopra dei 700-1300 metri durante il XX° secolo a difesa delle infrastrutture e dei centri abitati per lo più della provincia aquilana. Tuttavia ai lavori di riforestazione raramente sono seguiti interventi di manutenzione del sottobosco il che ha favorito il proliferare di piante facilmente infiammabili e elevato notevolmente il grado di rischio incendi. A ciò si aggiungano i cosiddetti “incendi di interfaccia” ovvero quelli che interessano le aree di interconnessione tra i centri abitati e le aree naturali dovuti alla scomparsa dell’agricoltura nelle aree marginali di collina e di montagna. La progressiva sostituzione delle zone coltivate con la rinascita di boschi ha comportato l’espansione dei boschi a ridosso delle aree urbane e se da un lato si è ottenuto una qualità dell’ambiente più elevata, dall’altro la vicinanza della vegetazione con le abitazioni, costituisce un serio e grave pericolo».

Il Piano Regionale di Prevenzione degli incendi boschivi 2010-2012 è stato aggiornato con delibere di giunta n.447/2013, n. 518/2014, n.617/2015.

La lobby del “pino nero” sarebbe allo stato fuori dalla lista degli indiziati perchè una legge del 2000 impedisce il rimboschimento a breve termine ma a sorpresa i lpresidente D’Alfosno si è già impegnato a far approvare un deroga affinchè si possano rivedere di nuovo i boschi sull ebell emontagne abruzzesi.

Sì ma si parla di una spesa di molte centinaia di milioni di euro magari da prendere o aggiungere al Masterplan?

FORESTALI ADDIO, PREVENZIONE BYE BYE

A far danni, oltre i piromani criminali, c’è anche la politica che decide per tutti e mentre la nostra regione deve scontare gli effetti della riforma del funerale della forestale, in Abruzzo il Parco (l’ente responsabile ella tutela delle aree protette dove sono i boschi che bruciano) autorizzava fuochi pirotecnici che a parte il cattivo gusto di accendere ulteriori micce pare assumersi un gravoso rischio del tutto inopportuno. In altre lande desolate sempre un ente parco autorizzava lo stoccaggio di legna secca (come si fa spesso) ma vista l’alta probabilità di incendi far trovare una gigantesca pira pronta per l’uso anche in questo caso si poteva evitare.

«Il “cessate l’esistenza” dettato della riforma Madia all’ormai defunto corpo forestale e la gestione complessiva della macchina del soccorso», scriveva l’Usb dei vigili del fuoco, «di fatto continuano a mietere vittime boschive. Raccapricciante ma inevitabile che gli abruzzesi debbano rimboccarsi le maniche dopo aver inutilmente bussato a tutte le porte, comprese quelle della regione. Sì, è pur sempre la Regione che gestisce tutto. A dirlo è una legge del 2000 che ne fa l’unico referente. Lo Stato si culla beato in tutto questo e si “limita” a sottrarle risorse e aiuti. Seduti al banchetto della spartizione di beni, uomini e risorse il capo del Dipartimento dei Vigili del Fuoco, prefetto Bruno Frattasi, e il patron dei Carabinieri, il generale Tullio Del Sette, all’inizio di quest'anno cominciano una trattativa dopo la lettura del testamento della Forestale. “Questo lo prendo io, quest’altro non te lo do”, ecco come i carabinieri hanno contrattato con i vertici dei pompieri, tornati a casa con un accordo che sa troppo di resa incondizionata. Naturalmente», spiega il sindacato Usb, «a farne le spese sono sempre i cittadini che si ritrovano tra fuoco e fiamme dopo che terremoti e slavine gli hanno distrutto paesaggio, lavoro, speranze ma soprattutto futuro. I giovani rischiano la valigia di cartone e i sindaci delle varie fasce rosse sono sballottati a destra e a manca da Errani ritrovandosi con un bel pugno di mosche in mano. In piena sindrome di Stoccolma i vertici del Dipartimento non attaccano l’Arma e non ammettono nessun errore. Se ricordate, Rigopiano ne fu un tangibile esempio. Elicotteri che non si sono alzati in volo per colpa di una livrea ancora troppo verde e ritardi ormai accertati con responsabilità penali che non vengono ancora attribuite a nessuno. Si sa bene che la legge è legge, ma qui troppo spesso viene applicata agli altri e solo interpretata quando riguarda se stessi».

L’altro grande problema è la sorveglianza del territorio, la sua profonda conoscenza e la prevenzione incendi che erano compiti peculiari dei forestali che erano esperti e magari amavano il loro territorio. Oggi sono sparsi tra varie forze e magari chiusi in un ufficio a districarsi tra le carte.

Anche per questo si è avuto qualche ritardo ed impaccio di troppo nel coordinamento della emergenza richiedendo un ulteriore sforzo a chi ha operato con coraggio.

Piromani a parte la certezza è che si poteva fare molto di più e meglio almeno per rendergli la vita un pò più difficile.

Ah, dopo gli annunci ora è necessario prendere qualcuno sperando che sia quello giusto che ci spieghi perchè tutto questo.

L'ABRUZZO DICHIARA LO STATO DI EMERGENZA  

L'Abruzzo ha dichiarato lo stato di emergenza regionale. E' quanto annunciato dal Governatore D'Alfonso e dal sottosegretario delegato alla Protezione Civile, Mario Mazzocca. Poco fa la Regione ha approvato la delibera per la richiesta dello stato di emergenza da formalizzare al Governo per "eccezionali incendi boschivi che hanno interessato gran parte del territorio". "Complessivamente - spiega Mazzocca - l'azione aggressiva delle fiamme ha interessato oltre 160 Comuni abruzzesi. Dalle prime stime effettuate dal Corpo Forestale dello Stato si evince che, nel periodo di riferimento dal 1 luglio al 30 agosto 2017, si sono sviluppati 209 incendi significativi che hanno interessato una superficie di 5.569.04 ha, di cui una superficie boscata di 3337.25 ha e non boscata di 2231.04 ha.

«A circa un milione di euro ammontano le spese per l'emergenza ad oggi sostenute - conclude il Sottosegretario - Relativamente agli investimenti per i danni occorsi, si procedera' nei prossimi giorni ad effettuare una ricognizione dettagliata sia dei danni diretti che indiretti con particolare riferimento al depauperamento occorso al patrimonio naturale delle aree protette».