LA SENTENZA

Yara, unica certezza l’ergastolo per Massimo Bossetti

Sentenza di primo grado confermata dopo 15 ore di camera di consiglio.  

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BRESCIA. Massimo Bossetti voleva uscire "a testa alta" dal processo d'appello per l'omicidio di Yara Gambirasio. Dopo oltre 15 ore di camera di consiglio i giudici della Corte d'assise d'appello di Brescia hanno deciso che non doveva essere così: nessuna perizia sul Dna e conferma della condanna all'ergastolo per il muratore di Mapello per l'omicidio di Yara Gambirasio.

Per uno dei suoi legali, Claudio Salvagni, pronto a ricorrere in Cassazione, «siamo di fronte a un clamoroso errore giudiziario, oggi si è assistito a una sconfitta del diritto».

Mentre Bossetti dopo la sentenza ha pianto, così come la moglie, Marita Comi e sua madre Ester Arzuffi. Al contrario, «giustizia è fatta!» ha commentato uno dei legali di parte civile, Enrico Pelillo, che ha informato i genitori della tredicenne.

La famiglia Gambirasio, sobria come dall'inizio di questa tragica vicenda, si è limitata a ringraziarlo senza aggiungere altro.

La sua estrema difesa il muratore di Mapello, in carcere da tre anni, l'ha affidata a delle dichiarazioni spontanee scritte su fogli che ha estratto da una carpetta rossa e che ha usato per chiedere alla Corte di riparare «al più grande errore giudiziario di tutta la storia».

«C'era necessità di scomodare un immenso esercito e umiliarmi davanti ai miei figli e al mondo intero?» " ha detto in modo accorato riferendosi al suo arresto, il 14 giugno del 2014 nel cantiere in cui lavorava a Dalmine.

«Perché? Perché? Perché?» ha ripetuto il muratore. E girandosi verso il pubblico in aula per poi tornare ai giudici ha aggiunto: «Io non sono un assassino, mettetevelo in testa. Quel Dna non è mio».


ANCHE LA CERTEZZA DEL DNA MESSA IN DUBBIO

Lui voleva che fosse ripetuto l'esame genetico che lo inchioda.

La difesa del Carpentiere di Mapello e' tornata con forza, durante l'arringa, sulla prova del Dna, che, secondo loro, «non è» quello di Bossetti.

«Andiamo a fare la perizia sul Dna», ha detto in aula l'avvocato Salvagni.

«E' stata detta una cosa sbagliata e fuorviante sull'elemento cardine», cioe' sul Dna: «Questo dato cosi' roboante e sensazionale e' un dato sbagliato. Ma si puo' condannare un uomo - ha chiesto retoricamente - sulla base di queste incertezze? Perche' su 101 'amplificazioni' (prove di Dna, ndr.) 71 sono riconducibili a lui? Cosa che comunque non e' vera. Si puo' condannare un uomo con queste incertezze sul Dna mitocondriale? Ritengo - ha sottolineato - che si possa arrivare a una condanna solo dopo aver tentato in tutto e per tutto di toglierci questi dubbi. Il punto - ha aggiunto il difensore - e' che quel Dna ha talmente tante criticita', che sono piu' i difetti che i marcatori».

Sulla prova del dna prodotta durante il processo di primo grado «c'e' assoluta certezza» ha ribadito, dal canto suo, il procuratore generale, Marco Martani, durante la sua requisitoria. «La tipicizzazione del dna, prima attribuita a Ignoto 1 - ha spiegato il Pg - e poi a Bossetti, e' stata fatta correttamente e processualmente utilizzabile. La probabilita' scientifica che diventa assoluta certezza».

Il Pg, inoltre, ha spiegato che «raramente nella mia carriera ho visto risultati di ottimizzazione statista cosi' rassicuranti».

Infine il Pg ha spiegato che il «dna nucleare identifica in maniera certa un certo individuo e solo quello», e ha aggiunto che e' «grottesco pensare, come ha fatto la difesa, che il dna ritrovato sugli slip di Yara sia stato costruito ad hoc per incastrare qualcuno».

Per il Pg, insomma, «non e' stato tralasciato nulla, altrimenti non si sarebbe mai arrivati a questo processo. E' stato fatto uno sforzo unico e raro nella storia investigativa italiana».

Aveva anche chiesto scusa per il comportamento scorretto in aula, quando, mentre parlava il sostituto pg Marco Martani, lui era sbottato: «Viene qui a dire idiozie».

Per l'accusa, invece, è «ineccepibile» la sentenza con cui la Corte d'Assise di Bergamo, un anno fa, lo aveva condannato all'ergastolo per l'omicidio della tredicenne.

Dalla prova del Dna è arrivata la «assoluta certezza della sua responsabilità»; più una serie di indizi che fanno da corollario: il suo furgone nelle immagini delle telecamere nei pressi della palestra da cui Yara scomparve, le fibre trovate sul corpo della ragazza, compatibili con quelle dei sedili del Fiat Daily del muratore.

Da qui la richiesta della conferma del carcere a vita e anche di sei mesi di isolamento diurno per aver "incolpato" un collega, cercando di indirizzare le indagini su si lui. Dalla presunta calunnia Bossetti era stato assolto in primo grado. E così è stato anche in appello. La Corte d'Assise d'Appello ha accolto in pieno quanto formulato nella sentenza di primo grado. Il muratore, padre di tre figli, ancor più che scendere in dettagli processuali, ha voluto rivolgere un "sincero pensiero" a Yara Gambirasio.

«Poteva essere mia figlia, la figlia di tutti noi - ha detto - neanche un animale avrebbe usati tanta crudeltà».

Ha provato a descriversi come un buon padre di famiglia che «ha avuto la vita distrutta per accuse da cui è estraneo».

Un ritratto ben diverso da quello tracciato dal pg: Bossetti «non era insensibile al fascino delle ragazzine tredicenni» e «non è inverosimile che l'imputato possa avere tentato un approccio sessuale con Yara. Solo Bossetti ci potrebbe dire come sono andate le cose, ma credo che a questo punto non lo farà mai» aveva detto Martani. La Corte ha accolto la tesi dell'accusa e ha confermato l'ergastolo. Per la difesa, scontato il ricorso in Cassazione.