GIUSTIZIA

Mondo di mezzo. La Procura ricorre in appello: «è mafia»  

Impugnata la sentenza del 20 luglio per 28 imputati

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ROMA. Il gruppo criminale capeggiato da Massimo Carminati e Salvatore Buzzi ha dominato un settore d'affari con l'amministrazione comunale di Roma ricorrendo agli strumenti tipici del metodo mafioso. Le certezze della Procura di Roma, annullate il 20 luglio scorso dalla X sezione penale, non solo restano ferme ma vengono riproposte nel ricorso in Appello depositato oggi. Un provvedimento che riguarda in totale 28 persone. Di queste, 19 soggetti a cui il procuratore Giuseppe Pignatone e la squadra di aggiunti e sostituti che hanno lavorato alla maxi-inchiesta che ha terremotato i palazzi della politica capitolina contesta l'associazione a delinquere di stampo mafioso.

"Siamo in presenza di una sola struttura criminale - è in sostanza il ragionamento dei magistrati di piazzale Clodio - che ha tutte le caratteristiche previste dall'articolo 416 bis". Ribadire l'impianto accusatorio anche per il processo di secondo grado che potrebbe essere fissato già in Primavera. Una impostazione che è alla base dell'inchiesta Mondo di Mezzo ma che è stata respinta dai giudici di primo grado che, pur infliggendo pene pesanti per vari episodi di corruzione ed altri reati, ha riconosciuto l'esistenza di due associazioni a delinquere "semplici", riconducibili all'ex Nar e al ras delle Coop romane. In più occasioni il procuratore capo di Roma ha ricordato come nella capitale esistano "più organizzazioni criminali" perchè è una città "troppo grande e complessa per essere controllata da una sola organizzazione mafiosa".

 

Tra queste vi sono organizzazioni autoctone caratterizzate dal metodo mafioso, come quelle attive ad Ostia dove persiste il clan degli Spada, famiglia a cui appartiene Roberto attualmente detenuto con l'aggravante mafiosa per l'aggressione ad un giornalista della Rai. Nel corso della requisitoria nel processo di primo grado, l'accusa ha descritto il Mondo di mezzo come una mafia nuova senza esserlo davvero, che ha fatto il salto di qualità passando dalla strada agli appalti e che non ha bisogno di imporre la propria forza con la violenza, perche' può contare su un "capitale criminale originario" che ha le radici in quella Roma in cui comandavano la banda della Magliana e l'eversione nera. Un cambiamento possibile grazie alla "convergenza di interessi" dei due principali protagonisti: Carminati e il suo gruppo, "portatore delle attività di usura ed estorsione" e di una mai nascosta "riserva di violenza", e Buzzi, che si porta dietro "l'illecita assegnazione degli appalti", corrompendo funzionari pubblici e alterando le gare. Nelle motivazioni della sentenza i giudici hanno, però, ribaltato questa impostazione, affermando che mancano i tre punti cardine "necessari ed essenziali" nel definire il metodo mafioso: "la forza d'intimidazione, intesa come capacità dell'organizzazione di incutere paura in virtù della sua stabile predisposizione ad esercitare la coazione; l'assoggettamento, inteso come stato di sottomissione delle potenziali vittime; l'omertà, intesa come presenza, sul territorio dominato, di un rifiuto generalizzato e non occasionale di collaborare con la giustizia".