IL PROCESSO

Il pm:«ridicolo pensare all’amicizia: Formigoni è un corrotto»

Requisitoria finale nel processo che vede imputato l’ex presidente della Lombardia

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MILANO.  Roberto Formigoni, quando guidava la Regione Lombardia, avrebbe fatto parte «di un gruppo criminale» che ha portato avanti «una sistematica corruzione di cui lui ha beneficiato» per «almeno 8 milioni di euro».

 E a «comprarlo» sarebbe stato l'ex direttore amministrativo della Fondazione Maugeri, Costantino Passerino, perché il faccendiere Pierangelo Daccò «gli ha venduto proprio il Presidente, la più alta carica del Pirellone che poteva dargli gli atti e i finanziamenti di cui la struttura sanitaria aveva bisogno».

 E' iniziata così, con parole dure per descrivere un "sistema" che avrebbe avuto al vertice l'allora governatore e oggi senatore di Ncd, la requisitoria dei pm di Milano Laura Pedio e Antonio Pastore nel processo sul caso Maugeri iniziato due anni fa a seguito del presunto scandalo che travolse il 'Celeste' nella primavera del 2012.

Inchiesta, quella con al centro la fondazione pavese, scaturita, tra l'altro, dall'indagine sul crac del San Raffaele che era scattata dopo il suicidio nel 2011 di Mario Cal, 'numero due' dell'ospedale fondato da Don Luigi Verzè.

In aula oggi, ad assistere alle conclusioni dei pm, che chiederanno le condanne (gli imputati sono 10) o nell'udienza dell'11 o in quella successiva del 15 aprile, si è presentato anche Formigoni. E ai cronisti che continuavano a chiedergli un commento agli affondi dei pm ha risposto:«Non parlo oggi, in che lingua devo dirlo, in francese o in arabo?».

 Il pm Pedio, poco prima, aveva spiegato che dal dibattimento è emersa «la certezza che il corrotto è Formigoni».

 Secondo la ricostruzione dell'accusa, dalla Maugeri tra il '97 e il 2011 sarebbero usciti circa 61 milioni di euro verso conti e società di Daccò e dell'ex assessore lombardo Antonio Simone e poi, tra il 2005 e il 2006, dalle casse del San Raffaele sarebbero usciti altri 9 milioni in contanti verso Daccò, «vere e proprie mazzette nelle buste».

 E per nascondere questi presunti fondi neri, con cui Formigoni sarebbe stato corrotto con un flusso «calcolato al minimo in 8 milioni di euro», tra vacanze, l'uso di yacht, lo sconto sull'acquisto di una villa in Sardegna e finanziamenti per la campagna elettorale del 2010, Daccò e Simone, attraverso fiduciari, avrebbero messo in piedi una struttura «sofisticata».

 Una struttura, secondo i pm, fatta di «oltre 50 veicoli societari, tutte scatole vuote create» in molti Paesi off shore, da Panama alla Nuova Zelanda, da Dubai alle Antille olandesi. Riguardo ai benefit di lusso per l'ex Governatore, a detta del pm Pedio, «è ridicolo pensare che si sia trattato di regalie tra amici. E solo Formigoni nel suo flusso di coscienza dibattimentale ha potuto dire questo e che lui ricambiava con qualche cena, è quasi offensivo».

 Il magistrato, poi, dopo aver ricostruito i tre flussi di denaro «abnormi» (dalla Maugeri e dal San Raffaele verso Daccò e Simone; dagli ultimi due verso Formigoni; dalla Regione verso la Maugeri attraverso delibere favorevoli), ha alzato la voce: «Sono stanca di sentire quella frase che riecheggia come un disco rotto 'Daccò è amico del presidente'. Diamo un contenuto a questa amicizia: Daccò era il collettore della tangenti per Formigoni».

 E quel «patto corruttivo» tra Formigoni e altri imputati, tra cui Simone e l'ex segretario generale del Pirellone, Nicola Maria Sanese, è nato «su rapporti già profondi e caratterizzati dalla militanza comune nel movimento popolare e dalla affiliazione a Comunione e Liberazione e alcuni anche ai 'Memores Domini'».

 Formigoni e gli altri, secondo i pm, hanno dato vita ad un "gruppo" attorno al quale «si è creato anche un clima di omertà e alcuni testimoni hanno fatto fatica a parlare e ricordare».

 Nel frattempo, sempre secondo l'accusa, «denaro pubblico è stato dato ad enti amici senza la rilevazione dei costi, ecco qua l'eccellente sanità lombarda».