MANI SPORCHE

Inchiesta petrolio Basilicata, dati inquinamento falsati. Il gip:«i vertici Eni sapevano»

Due filoni di indagine uno dei quali su sversamento di rifiuti per risparmiare fino 110mln

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POTENZA. I vertici locali dell'Eni «qualificavano in maniera del tutto arbitraria e illecita» rifiuti pericolosi - derivanti dall'attività estrattiva e dal Centro Oli (Cova) di Viggiano (Potenza) - come «non pericolosi», utilizzando quindi un «trattamento non adeguato» degli stessi scarti, e «notevolmente più economico», e dati sulle emissioni in atmosfera «alterati».

 Sono alcuni dei passaggi contenuti nelle ordinanze relative alle inchieste coordinate dai pm di Potenza, Francesco Basentini e Laura Triassi, e dalla pm della Dna, Elisabetta Pugliese, sullo smaltimento dei rifiuti e sulle emissioni del Centro Oli, e sulle procedure per la realizzazione del Centro Olio "Tempa Rossa" della Total, nell'area di Corleto Perticara (Potenza). Uno dei capitoli delle indagini riguarda lo «sforamento» dei limiti delle emissioni in atmosfera del Cova: i dirigenti locali dell'Eni «coinvolti erano consapevoli dei problemi emissivi» del Centro, ma «cercano di ridurre il numero di comunicazioni sugli sforamenti - scrive il giudice in una delle due ordinanze - invece di incidere direttamente sulla causa del malfunzionamento o dell'evento» allo scopo di «non allarmare gli enti di controllo» avrebbero falsificato i dati.

 In caso di superamento dei valori «il gestore del Centro Oli doveva informare la Provincia, ma mandava dati non corrispondenti al vero, parziali o diversi da quelli effettivi».

 I responsabili locali dell'Eni, secondo gli investigatori, sono «pienamente consapevoli dei problemi emissivi» del Cova: lo dimostra anche il tenore di alcune conversazioni intercettate, in cui ricorrono frasi preoccupanti relative agli episodi di "sforamento" dei limiti delle emissioni («mi si è gelato il sangue», e «mi sono cagato sotto»).


RIFIUTI

 Diverso il discorso sulla parte relativa allo smaltimento dei reflui liquidi derivanti dall'attività estrattiva, tra cui le procedure di reiniezione nel Pozzo Costa Molina 2 (attualmente sotto sequestro): «Sotto il profilo economico - secondo i magistrati - risultava decisamente più conveniente per l'Eni utilizzare la procedura di reiniezione, per la quale veniva sfruttata una condotta che dal Cova portava i reflui fino al pozzo Costa Molina 2, dove i liquidi venivano pompati a bassissima profondità», con una procedura «non ammessa, per la presenza di sostanze pericolose», e con episodi di «alterazione dei campioni delle acque di reiniezione per l'abbattimento idrocarburi».

 Un meccanismo di smaltimento che includerebbe anche le ditte appaltatrici, e che portava un «ingiusto profitto» alla compagnia petrolifera con un «risparmio», dovuto a procedure non corrette, tra il 22% e il 272%.

 

«Dispiace rilevare che per risparmiare denaro ci si riduca ad avvelenare un territorio con meccanismi truffaldini», ha detto il Procuratore nazionale antimafia, Franco Roberti.

Roberti ha fatto riferimento ai costi di smaltimento dei rifiuti della produzione estrattiva che, in base ai rilievi effettuati durante le indagini, hanno portato a un «risparmio illecito» calcolato annualmente tra i 44 e i 110 milioni di euro.


«INDAGINE LUNGA E DIFFICILE»

Una lunga e complessa inchiesta della Procura di Potenza accende i riflettori sulla gestione delle attività estrattive del petrolio lucano, al momento bloccate, e getta nella bufera la ministra dello Sviluppo economico, Federica Guidi, che in serata si è dimessa: «dovremmo riuscire a mettere dentro al Senato, se è d'accordo anche Mariaelena, quell'emendamento», dice in una telefonata intercettata con il compagno Gianluca Gemelli, indagato.

Sono due i fronti d'indagine: da un lato le emissioni in atmosfera e lo smaltimento dei rifiuti del Centro Olio di Viggiano (Potenza) - con «gravi reati ambientali causati dal management dell'Eni» - e, dall'altro, le opere per la realizzazione del Centro Olio "Tempa Rossa" della Total, nell'area di Corleto Perticara (Potenza) e gli episodi di corruzione che hanno coinvolto amministratori pubblici e imprenditori (uno di questi ultimi è, appunto, Gemelli, compagno della ministra Guidi, che non è indagata).

Dopo due anni di indagini di Carabinieri e Polizia - coordinati dai pm di Potenza, Francesco Basentini e Laura Triassi, e dalla pm della Dna, Elisabetta Pugliese - oggi sei persone sono finite ai domiciliari: l'ex sindaco di Corleto Perticara, Rosaria Vicino (Pd), e cinque dipedenti dell'Eni: Vincenzo Lisandrelli, Roberta Angelini, Nicola Allegro, Luca Bagatti e Antonio Cirelli (tutti sospesi dalla compagnia).

Due imprenditori sono stati sospesi dalla loro attività per sei mesi e un dirigente della Regione, Salvatore Lambiase, ha ricevuto il divieto di dimora, misura comminata anche all'ex vicesindaco di Corleto Perticara, Giambattista Genovese.

Nell'inchiesta in totale sono 60 gli indagati: tra questi Gianluca Gemelli, titolare di due società del settore petrolifero.

Fra di loro hanno parlato anche di un «essenziale» emendamento alla legge di stabilità per la costruzione del centro oli della Total. Quello cui avrebbe fatto riferimento la ministra intercettata. Il gip ha anche disposto il sequestro preventivo di alcune vasche del Cova (Centro Olio Val d'Agri) e del pozzo di reiniezione "Costa Molina 2": è un provvedimento che ha avuto come conseguenza il blocco dell'attività produttiva in Val d'Agri, pari a 75 mila barili di petrolio al giorno.


DIMISSIONI DEL MINISTRO GUIDI

L'inchiesta ha innescato una bufera politica, culminata con le dimissioni della Guidi, ma il Procuratore nazionale antimafia, Franco Roberti, ha ricordato in conferenza stampa che le indagini sono iniziate nel 2013 e «le richieste di misura cautelare sono state presentate tra agosto e novembre del 2015. Quindi - ha aggiunto - prima del referendum e in tempi non sospetti: non dobbiamo parlare di giustizia a orologeria».

 Riguardo al centro oli di Viggiano, gli investigatori sostengono che i dirigenti dell'Eni erano "consapevoli" del numero di sforamenti dei limiti imposti dalla legge per gli agenti inquinanti, ma agli enti pubblici preposti ai controlli ambientali venivano inviati «dati non corrispondenti al vero, parziali o diversi da quelli effettivi».

 Dalle conversazioni intercettate emerge un quadro fatto di omissioni e manomissioni tecniche, per non «allarmare» i «controllori», e quindi per evitare verifiche e rallentamenti della produzione.

L'inchiesta coinvolge anche numerose aziende appaltatrici in diverse regioni, che avrebbero dovuto smaltire gli scarti «pericolosi» in impianti specifici, ma spesso risultati non idonei.