LO SFOGO

D’Alfonso dopo l’assoluzione: «vicende giudiziarie che hanno violentato il mio Dna»

«Magistrati hanno sequestrato 10 anni della mia vita lasciandomi segni indelebili»

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ABRUZZO. Le vicende giudiziarie hanno prodotto una inevitabile mutazione genetica ed hanno cambiato la persona e l’animo, tanto da renderlo refrattario a qualunque emozione anche la più grande (l’elezione al Senato).

Un dolore che si è protratto nel tempo ed è stato amplificato dalle cronache, per questo il presidente-senatore oggi è ritornato a prendersela con certa giustizia, certa stampa, certi detrattori e a fornire i suoi punti di vista su vicende che sono squisitamente processuali ma senza fare il lavoro dell’avvocato, chiamato a smontare prove.

Nella conferenza stampa di 45 minuti, il giorno dopo l’assoluzione dalla vicenda Mare-Monti, Luciano D’Alfonso ha usato toni pacati ma non ha lesinato stoccate, aneddoti e parabole (purtroppo non tutte comprese da chi scrive) indicando aliquote di persone che secondo lui non svolgono un buon lavoro occupandosi della cosa pubblica.

La prima stoccata è andata a chi (non ha fatto nomi) sono responsabili di aver protratto per oltre 12 anni una vicenda giudiziaria. Un caso in effetti raro per il neo senatore poichè tutte le vicende a lui ascrivibili hanno sempre avuto una velocità non usuale.

Quella della Mare-Monti invece no: di sicuro ci saranno ragioni, fatti ma anche responsabilità ma quando si parla di magistratura, proprio il concetto di responsabilità rimane etereo.

 

Dopo aver ripercorso la vicenda tecnica e amministrativa della Mare-Monti, una strada che sarebbe sbagliato definire «fantasma perchè i soldi non sono spariti ma sono tutti lì» (circa 30 mln di euro), D’Alfonso ha detto parole comprensibili sul suo principale accusatore, il tecnico Giuseppe Cantagallo.

Si tratta di uno dei tecnici intervenuto negli studi progettuali alla fine degli anni ‘90 sulla strada in contestazione e che nel 2008 raccontò di un incontro avvenuto nel 2001 con amministratori locali (presenti D’Alfonso e Toto tra gli altri) per discutere dell’opera, prima che a Toto fosse assegnato l’appalto.

 

Dopo aver svolto il suo ruolo di «topografo»  Cantagallo si sarebbe «trasformato in progettista per avere l’intero pagamento», ha detto D’Alfonso, «anche in questo caso ho solidarietà non solo per i problemi di salute ma nessuno ha il diritto di rovinare la vita a nessuno. Questo signore con le sue parole, assolutamente inventate, ha sequestrato 10 anni della mia vita, lui e chi nella filiera del lavoro istruttorio e accusatorio non è stato diligente, non è stato all’altezza di raccogliere gli elementi che potessero strutturare una posizione accusatoria veritiera».

 

Parole chiare che si riferiscono alla qualità delle persone impegnate nelle indagini a tutti i livelli, accusati di non essere diligenti e di non aver reperito prove in grado di sostenere una accusa che infatti è completamente caduta in appello.

 

Proprio oggi abbiamo, però, raccontato come in effetti quelle prove (che esistono, sono testimonianze ma soprattutto carte) non sono state esaminate nel processo perchè la prescrizione è intervenuta prima e per una serie di vicende la sentenza di prescrizione è stata trasformata in assoluzione dalla Corte d’Appello non avendo rinvenuto nel fascicolo processuale nè prove nè testimonianze nè carte.

Non c’era nemmeno la testimonianza di quel Cantagallo convocato per la prima volta a deporre in aula a novembre 2017. L’ incontro è saltato  per suoi problemi di salute, sarà ascoltato a settembre. Troppo tardi per influire sulle condotte delle persone mentre le società (la Toto spa ) continua ad essere imputata.

  In effetti è una stranezza che mai in 10 anni non si sia trovato il modo per cristallizzare quel verbale del tecnico datato 2008 ma è pur vero che si è impiegato tutto questo tempo per arrivare al dibattimento.

Bisogna anche sottolineare come sempre gli avvocati  di D’Alfonso e di Toto non abbiano agevolato la deposizione di Cantagallo (all’epoca malato) nel processo Housework (tra il 2010 ed il 2011) tanto che il pm Gennaro Varone poi vi rinunciò spontaneamente.



I GIORNALISTI PENDOLO

Ma le colpe non sono solo di chi indaga D’Alfonso ma anche di chi racconta D’Alfonso. Perchè ci sarebbe una sorta di compiacenza o di sudditanza dei «giornalisti frettolosi» nei confronti di investigatori e magistrati : «giornalisti frettolosi, pendoli veri e proprio, che si posavano nelle stanze degli uffici accusatori, punti di vista e mannaie nella storia di vita».

D’Alfonso ha anche fatto riferimento ad una agenzia di stampa che avrebbe prodotto disinformazione a tarda sera rilanciando notizie sulle sue indagini (Palazzo Centi)  perchè pubblicando notizie queste potevano ritornare utili a chi «indagava per ingrossare il proprio dossier professionale in vista delle promozioni di maggio e giugno». Riferimento probabilmente alle promozioni dei poliziotti che si fanno a livello centrale anche in quel periodo, promozioni che secondo D’Alfonso sarebbero arrivate anche sulla scorta degli articoli di giornali.   

 

E sulla prescrizione D’Alfonso ha ribadito di aver voluto fare una scommessa perchè aveva notato che anche la parte accusatoria (la procura) tergiversava «per evitare brutte figure».

«Mai che io sia stato chiamato a rendere il mio contributo conoscitivo», ha detto, «ma dopo questa odiosa mannaia della perdita di tempo la Corte d’Appello ha sentenziato l’assoluzione per non aver commesso il fatto “prima face”, cioè di una tale evidenza e insorgenza che non doveva partire nemmeno l’atto accusatorio».


 

LE ALTRE INCHIESTE

Con lo stesso tenore D’Alfonso ha ripercorso anche le vicende dei vari filoni, non poco nebulosi, avviati dalla procura di L’Aquila e che sono partiti dall’appalto di Palazzo Centi e si sono dispersi in mille rivoli, quasi tutti con la stessa sorte di segno opposto a quello iniziale.

 

«Sul fondaco di Penne è arrivata l’archiviazione ma nessuno se ne è interessato» , ha aggiunto, «e addirittura è emersa una mia condotta encomiabile. Nessuno va cercando per capire che cosa è successo mentre una agenzia distillava informazione per produrre disinformazione. Una incultura del diritto che fa male».

E poi il senatore-presidente ha distillato percentuali, stile Istat sulla giustizia secondo lui:

«i pm nel 90% dei casi fanno un lavoro fondamentale», la polizia giudiziaria «nel 75% dei casi lo fa con onestà culturale, senza cercare quella poltiglia cartacea secondo la quale cresce il dossier dei profili professionali presso le sedi».

 

E poi una delle tante perle di saggezza che tutti dovremmo tenere sempre presente: «se insegui l’emotività non produci il materiale a favore della verità», dice D’Alfonso parlando di magistrati e giornalisti, aggiungendo la postilla: «solo il politico deve avere attenzione al consenso, tutti gli altri no».

Accuse e spunti -comunque la si pensi- che andrebbero vagliati nell’ottica dell’interesse pubblico reale e concreto per esaminare condotte e arginare  quote di lavoro non in linea con i principi cardine della giustizia.

Insomma chi ha sbagliato deve pagare, principio spesso disapplicato nelle zone alte delle piramidi di comando.