IL PANORAMA

La tempesta mediatica sull’esperimento Sox, grande sforzo per colmare gap comunicativo

Ma le questioni centrali rimangono senza risposta

WhatsApp PdN 328 3290550

Reporter:

WhatsApp PdN 328 3290550

Letture:

2863

 

 

 

 

 

 

ABRUZZO.  «Noi stiamo mettendo in atto tutta una serie di comunicazione ad hoc proprio per rispondere a tutto quello che sta succedendo».

 

 

 

Nel confronto su rete 8 con il portavoce del Forum H20,  il responsabile dell’esperimento Sox, Marco Pallavicini, ha detto anche questo. Di sicuro non si riferisce solo all’unico comunicato stampa emesso da quando ‘Le Iene’ hanno contribuito a far riscoppiare il caso della sicurezza sotto il Gran Sasso.

 

«Tutta una serie di comunicazioni», ufficialmente, non risultano da parte dei Laboratori o dell’Infn mentre invece sono fioccati moltissimi articoli, anche con interviste, rilasciate senza problemi a siti internet minori, utili per essere rimbalzate sui social, dove è scoppiato il putiferio che non ha aiutato alcuna comprensione serena dell’intera vicenda.

 

Il fatto di averla buttata in politica (petizioni contro il Movimento 5 Stelle ed i consiglieri regionali che hanno votato ordine del giorno per la sospensione dell’esperimento), anche da parte di esponenti dell’Infn, non ha contribuito nè a fare chiarezza nè ad aumentare credibilità delle parti in causa.

Come il fisico teorico Federico Carta in un intervento ripreso da prestigiose testate scrive: «Io vengo preso per il culo da amareggiati colleghi di tutto il mondo, per la stupidità dei miei compaesani. Ora chiedetevi di nuovo come funzioni la fuga dei cervelli. E sopratutto perché».

 

Molte altre testate si sono occupate di queste vicenda abruzzese, quando di solito l’Abruzzo non compare spesso sulle loro pagine. Tutti sembrano essere schierati dalla parte della «assoluta sicurezza dell’esperimento Sox»: si inerpicano sui dettagli tecnici dell’esperimento per assicurare che il «rischio è zero» e guarda caso nessuno parla in maniera approfondita di tutto il resto, della storia che non è una storia “scientifica” ma burocratica e, dunque, investe leggi, non della fisica, ma del diritto amministrativo e non solo.

 

Su queste vicende, come su quelle della captazione, nel 90% dei casi non si parla così come nessuno si azzarda ad affrontare il fatto più grave e spinoso per tutti: la decennale inerzia dopo i lavori del commissario Balducci che aveva l’unico obiettivo di «mettere in sicurezza il sistema Gran Sasso».

 

Unico obiettivo di sicuro non raggiunto ma scoperto con 10 anni di ritardo e confermato, solo di recente, dalla Regione (ma mai dai Laboratori) che invece hanno contrattualizzato, non sappiamo ancora con quali modalità, un incarico di progettazione per rimediare ai problemi (gli stessi di 10 anni fa) allo stesso progettista incaricato da Balducci, il professor Roberto Guercio.

Sempre per citare il fisico teorico di prima per spiegare che Laboratori sono sicuri ha scritto: «decine e decine di fisici, teorici e sperimentali, non sono poi esseri umani coglioni, e cercano anche loro di sopravvivere: non andrebbero a lavorare ogni giorno in un posto che reputano pericoloso».

 

La storia è molto più complicata e tutti rischiano di rimanere impigliati nella rete invisibile della parzialità che di fatto si traduce in disinformazione.

 

Per esempio, nessuno degli autori degli articoli di questi giorni ha mai ricordato che c’è una inchiesta in corso (da oltre un anno) condotta dalla procura di Teramo che sta cercando di capire se vi siano gravi omissioni nell’incidente del 2016, capire cosa abbia contaminato l’acqua nel 2017 e quali lavori siano stati effettivamente fatti con 84mln di euro affidati al “sovrano assoluto” Balducci nel 2004.

 

Per fortuna dal confronto su Rete8 tra Pallavicini e Augusto De Sanctis, portavoce del Forum H2o, sono emersi molti elementi importanti fornendo dettagli e nozioni utili per provare che l’esperimento sox è sicuro.

 

 

PALLAVICINI: «ESPERIMENTO SICURO, RISCHIO ZERO»

 Pallavicini ha detto che i documenti avuti da De Sanctis con un accesso agli atti sono «solo un pezzettino» ma dovrebbero essere tutti quelli utilizzati per concedere l’autorizzazione se non si vuole dire che gli enti abbiano trattenuto altra documentazione non fornendola.

 

Inoltre lo stesso Pallavicini ha più volte contestato la competenza di De Sanctis facendo riferimento ad azioni scorrette e che «bisogna avere un pò la competenza per leggere le carte».

 

Riferendosi alla autocertificazione della capsula ha detto «giustamente nei documenti non c’è scritto nulla in merito».

 

Interessante anche l’altro assunto secondo cui non è stata segnalata la presenza dell’acquifero perchè «dovevamo parlare di noi». Pallavicini ha fatto anche notare come tutti gli altri enti coinvolti non potevano non sapere, soprattutto la Regione. Tutti doveva sapere dell’acquifero aggiungendo però che se «hanno autorizzato lo hanno fatto a ragion veduta».

 

Una deduzione forse troppo affrettata e poco scientifica e non supportata dall’esperienza che ci dice invece che molte volte si compiono errori e che gli atti amministrativi vengono impugnati ogni giorno (il Tar esiste per questo). Dire che se è stata rilasciata una autorizzazione solo per questo essa è da ritenersi regolare è concetto anche questo non esattamente preciso.

 

Ma di assunti che devono essere presi per buoni, «punto», Pallavicini ne ha forniti altri facendo leva sull’eccellenza scientifica che lavora sotto il Gran Sasso.

 

Pallavicini ha detto che «il borexino è già antisismico, i Laboratori del Gran Sasso sono antisismici perchè non è successo niente». A parte l’originalità del sillogismo che vorrebbe antisismici tutti gli edifici non crollati in un terremoto, un edificio per essere considerato tale deve avere determinate qualità e solo dopo aver ricevuto l’apposito certificato si può definire antisismico.

 

I Laboratori che certificati possono mostrare per provare la sicurezza dei locali e dei luoghi di lavoro?              

 

 

LO SFORZO DI WIRED

Chissà se tra le tante iniziative comunicative attivate rientra anche lo sforzo della rivista Wired che è stato uno tra i primi a pubblicare un articolo post Iene dall’inequivocabile titolo: «Perchè l’esperimento Sox è sicuro»  della giornalista scientifica  Silvia Kuna Ballero che l’altro ieri ha pubblicato un secondo video sulla vicenda domande e risposte a raffica che risulta ad ora la migliore «comunicazione ad hoc» sull’argomento in grado di chiarire molti più dubbi di quanto abbia fatto direttamente e ufficialmente l’Infn.

 

La giornalista dice di aver letto molti documenti ma è difficile dire se siano gli stessi poi forniti a questo quotidiano e al Forum H2o dopo gli accessi agli atti, ad ogni modo la parte scientifica è molto chiara e sviluppa  meglio i concetti.

 

Un pò più sfuggente e ridotta all’osso la parte giuridico-legale liquidata con risposte fulminee.  

 

Sulla dislocazione di faglia Silvia Kuna Ballero ci dice che c’è stata una apposita commissione di geologi che ha escluso che possa verificarsi in prossimità della sorgente Sox e questa è una novità che non era emersa.

 

Sulla autocertificazione di sicurezza dei russi di Mayak (centrale dalla quale si sarebbe sprigionata la nube radioattiva di ottobre) invece dice: «ci sono dei motivi per credere quindi che questo annulla istantaneamente tutti gli studi di sicurezza di due società indipendenti e del suo scudo? Comunque è buffo ricordare che incidenti avvengono anche in aziende che producono materiali di qualità se non per creare artificiosamente paura».

 

 

LE BOMBE MAI LANCIATE

Immancabile il richiamo a Fukushima e Iroshima, due nomi fortemente evocativi che fanno pensare a fissione nucleare e bombe atomiche, paragoni che nessuno degli ambientalisti ha mai fatto mentre si è fatto credere il contrario con una azione pressante di disinformazione forse fuori controllo.

 

Per assurdo l’unico che ha parlato di «esplosione nucleare»  è stato proprio il direttore dell’Infn, Stefano Ragazzi, a proposito della sicurezza dei laboratori, magari anche questa una battuta, peraltro fuorviante ed infelice che cerca di far credere che i Laboratori siano un posto super sicuro che  non può provocare problemi all’ambiente.

 

Secondo Wired «la sorgente di Sox decade e non può esplodere  in alcun modo, niente a che vedere con una centrale o una bomba»

 

Importanti ammissioni quasi obbligate sugli aspetti legali: «l’esperimento è stato tenuto segreto? No. Sarebbe stato opportuno coinvolgere maggiormente la popolazione? Probabilmente sì. I Laboratori non hanno fatto nulla per tenere nascosto l’esperimento: tutto è reperibile sul web... sì, bisogna sapere dove cercare…»

 

Tutto era conosciuto ma nessuno lo conosceva, capita quando le procedure amministrative che prevedono pubblicità e partecipazione non vengono seguite. Fuorviante l’idea che l’Infn vuole far passare circa la propria “libera scelta” di poter informare o meno. La trasparenza è codificata ed è un obbligo non una scelta ma questo vale forse meno per i Laboratori e molto di più per gli altri enti coinvolti.

 

«I laboratori hanno giudicato di non dire perchè non ritenevano che la cosa potesse riscuotere tanto interesse. Sarebbe stato meglio comunicare? Con il senno di poi sì».

 

Anche la giornalista di Wired ripete lo stesso concetto di Pallavicini: «la captazione non appare negli atti ma tutti gli altri enti dovevano saperlo. Se hanno concesso vuol dire che l’hanno ritenuto compatibile. Sarebbe stato meglio citarla espressamente? Sì»

 

Sulla legge che impedisce lo stoccaggio di materiale radioattivo presso la captazione dice ancora le stesse cose di Pallavicini: «secondo i legali dell’Infn e gli enti non crea problemi per 18 mesi e non può essere considerato “stoccaggio” perchè viene utilizzato e non è deposito».

 

Una questione di interpretazione linguistica che prevale sulla precauzione che è a base della legge.

 

«Sox rappresenta fonte di contaminazione della sorgente? No»

 

 

 

Non manca nemmeno l’attestato di solidarietà della giornalista al direttore dei Laboratori, Stefano Ragazzi, definito come «eccellente fisico ma non eccellente comunicatore»,  «oggetto di attacco infondato, sproporzionato, mirato a farlo passare per una persona che ha qualcosa da nascondere».

 

 

 

Certe leggende popolari così come certe paure incontrollate alimentate e fomentate sui social -come sanno gli specialisti della comunicazione in azione sull’argomento- nascono proprio quando c’è poca trasparenza e quando di solito non si pensa alla comunicazione come ad un obbligo giuridico e morale di tutti quelli che occupano posizioni di gestione della cosa pubblica.

Bisognerebbe  mettere sempre al primo posto i cittadini che dovrebbero sempre essere rispettati e messi in cima alla classifica delle priorità.

Prima degli interessi particolari, prima di quelli economici e anche prima della scienza.

 

 

 

a.b.