GRANDI MAZZETTE

Tangenti Grandi Opere: 4 arresti e nuovo avviso di garanzia per l’aquilano Acerbo

Prefetto: «la corruzione è un tumore come la mafia»

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FIRENZE. Spunta anche il nome dell’aquilano Antonio Acerbo, 65 anni, ex manager di Expo già arrestato lo scorso ottobre nel filone d'inchiesta milanese sulla 'cupola degli appalti', tra gli indagati nell'indagine dei pm di Firenze sulle grandi opere che ha portato questa mattina a 4 arresti e oltre 50 avvisi di garanzia.
Acerbo è accusato di turbativa d'asta per aver pilotato la gara per il 'Palazzo Italia'.
L’aquilano (che ha già chiesto di patteggiare 3 anni a Milano per corruzione e turbativa d'asta in relazione all'appalto 'Vie d'acqua sud'), è indagato in concorso, tra gli altri, con Stefano Perotti, imprenditore arrestato oggi dalla Gdf di Firenze, e con Andrea Castellotti, ex facility manager del 'Padiglione Italia' e anche lui coinvolto nel procedimento milanese.
Stando all'imputazione, infatti, Acerbo «in qualità di responsabile unico del procedimento relativo al bando di gara adottato dalla spa 'Expo 2015' per l'aggiudicazione dei lavori di realizzazione del cosiddetto 'Palazzo Italia' (per un importo complessivo di euro 25.284.697,29)» avrebbe turbato la gara, «pilotandone l'aggiudicazione in favore» della società 'Italiana Costruzioni', alla guida di un'associazione temporanea di imprese (composta anche dal Consorzio Veneto Cooperativo) che ha vinto la commessa.
Suoi presunti complici sarebbero stati Stefano Perotti, «quale professionista interessato alla progettazione e direzione dei lavori» dell'opera, Giacomo Beretta (ex assessore comunale al Bilancio della Giunta Moratti), Andrea Castellotti e anche i «referenti della stessa 'Italiana Costruzioni'» e cioè Attilio Navarra (presidente del cda), Luca Navarra e Alessandro Paglia.
Per gli inquirenti, come si legge negli atti dell'inchiesta dei pm di Firenze, Acerbo, che ha firmato per conto di Expo 2015 spa il bando per l'aggiudicazione dei lavori, e gli altri indagati si sarebbero accordati «preventivamente e clandestinamente» e quindi avrebbero pilotato la gara.
Il reato è contestato fino al dicembre 2013.

DA LINEE TAV A AUTOSTRADE. E POI IMMOBILI, EXPO E UN PORTO
Così questa mattina sono scattati quattro arresti, 50 persone sono state iscritte nel registro degli indagati, e gli uomini del Ros hanno effettuato oltre cento perquisizioni. Gli appalti pubblici tornano così nel mirino della magistratura. Tra gli arrestati dell’ultima inchiesta c’è anche Ercole Incalza, ex capo della Struttura tecnica di missione del ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti (in pensione dal dicembre scorso). L’accusa dei pm è di corruzione.

«RECIPROCI RAPPORTI DI INTERESSI ILLECITI»
Il "modus operandi criminale" delle persone arrestate nell'inchiesta "Sistema" della procura di Firenze e del Ros è fondato, sottolineano gli investigatori, sui «reciproci rapporti di interesse illecito» tra gli indagati, tutti accusati di concorso in tentata corruzione per induzione, corruzione per atti contrari ai doveri d'ufficio, turbata libertà degli incanti, turbata libertà del procedimento di scelta del contraente e altri reati contro la Pubblica amministrazione.
In particolare, secondo l'accusa, le società consortili aggiudicatarie degli appalti delle Grandi Opere sarebbero state indotte da Ercole Incalza - capo della struttura di missione presso il ministero delle Infrastrutture, competente sulle Grandi opere - a conferire all'imprenditore Stefano Perotti, o a professionisti e società a lui riconducibili, incarichi di progettazione e direzione di lavori «garantendo di fatto il superamento degli ostacoli burocratico-amministrativi».
Perotti, quale contropartita, avrebbe assicurato l'affidamento di incarichi di consulenza o tecnici a soggetti indicati dallo stesso Incalza (peraltro destinatario anch'egli di incarichi «lautamente retribuiti» conferiti dalla Green Field System srl, una società affidataria di direzioni lavori).
Ad uno degli altri indagati, Francesco Cavallo, sempre secondo l'accusa, veniva riconosciuto da parte di Perotti, tramite società a lui riferibili, una retribuzione mensile di circa 7.000 euro «come compenso per la sua illecita mediazione». A Perotti, responsabile della società Ingegneria Spm e ritenuto dagli inquirenti «figura centrale dell'indagine», sono stati affidati da diverse società incarichi di direzione lavori per la realizzazione di numerose "Grandi Opere", ferroviarie e autostradali.

LE GRANDI OPERE
Tra queste figurano la linea ferroviaria A/V Milano-Verona (tratta Brescia - Verona); il Nodo TAV di Firenze per il sotto attraversamento della città; la tratta ferroviaria A/V Firenze Bologna; la tratta ferroviaria A/V Genova-Milano Terzo Valico di Giovi; l'autostrada Civitavecchia-Orte-Mestre; l'autostrada Reggiolo Rolo-Ferrara; l'Autostrada Eas Ejdyer-Emssad in Libia.
Dall'indagine è emerso anche come Perotti abbia influito illecitamente, secondo l'accusa, sulla aggiudicazione dei lavori di realizzazione del cosiddetto Palazzo Italia Expo 2015; di realizzazione del nuovo terminal del porto di Olbia, di molatura delle rotaie da parte dalla società Ferrovie del Sud Est e sempre di molatura delle rotaie in favore della società Speno International a lui riconducibile. In particolare l'inchiesta ha documentato le relazioni instaurate da Perotti con funzionari delle stazioni appaltanti interessate alle opere in questione, «indotti - affermano gli investigatori - ad inserire specifiche clausole nei bandi finalizzate a determinarne l'aggiudicazione».
Sempre Perotti ha ottenuto anche, in favore di società a lui riconducibili, l'incarico di direttore dei lavori di un appalto Anas relativo a un macro lotto dell'autostrada A3 Salerno Reggio Calabria e il conferimento dell'incarico di progettazione del nuovo centro direzionale Eni di San Donato Milanese.

«INCARICHI AL FIGLIO DI LUPI»
Nel corso dell’indagine è anche emerso che Perotti, l'imprenditore arrestato, «ha procurato degli incarichi di lavoro a Luca Lupi», figlio del ministro Maurizio Lupi. Lo scrive il gip di Firenze nell'ordinanza di custodia cautelare.
Il gip annota che il 21 ottobre 2014, uno degli indagati, Giulio Burchi, «racconta anche al dirigente Anas, ing. Massimo Averardi, che Stefano Perotti ha assunto Lupi jr». Segue l'intercettazione: «Ho visto Perotti l'altro giorno, tu sai che Perotti e il ministro sono non intimi, di più. Perché lui ha assunto anche il figlio, per star sicuro che non mancasse qualche incarico di direzione lavori, siccome ne ha soli 17, glieli hanno contati, ha assunto anche il figlio di Lupi, no?».
Poi, il primo luglio 2014, sempre Burchi a Averardi: «il nostro Perottubus ha vinto anche la gara, che ha fatto un ribasso pazzesco», ha vinto «anche il nuovo palazzo dell'Eni a San Donato e c'ha quattro giovani ingegneri e sai uno come si chiama? Sai di cognome come si chiama? Un giovane ingegnere neolaureato, Lupi, ma guarda i casi della vita».
«Perotti - continua il gip - nell'ambito della commessa Eni, stipulerà un contratto con Giorgio Mor, affidandogli l'incarico di coordinatore del lavoro che, a sua volta, nominerà quale 'persona fissa in cantiere' Luca Lupi» per 2 mila euro al mese.
Mor, scrive il gip, chiede inizialmente a Perotti «se fosse possibile assumere Luca Lupi 'in maniera meno formale'». Nel prosieguo della telefonata, Mor spiega, con più chiarezza, la sua preoccupazione. Egli infatti dice al cognato: «Ci siamo, abbiamo fatto una riflessione che sembrava poco opportuno era la triangolazione», cioè il sistema con cui Mor e Perotti avrebbero trovato lavoro al figlio di Lupi. Perotti esclude quella possibilità ma «riconosce che 'può esistere un minimo di rischio', spiegandolo con la possibilità che le cose 'vengano fuori' e dice al cognato: 'non ti voglio mettere nelle condizioni di assumerti un rischio'». Più tardi, Giulio Burchi, indagato, conferma che questa informazione sta per divenire di dominio pubblico, dicendo: «no no, sta venendo fuori, il figlio si chiama Luca Lupi e lavora con Perotti e addirittura è assunto».

I REGALI
Un vestito sartoriale per il ministro Maurizio Lupi e un Rolex da 10mila euro al figlio, in occasione della laurea. Sono alcuni dei regali che gli arrestati avrebbero fatto al ministro delle Infrastrutture e ai suoi familiari, secondo quanto si legge nell'ordinanza del giudice di Firenze.
A regalare il vestito al ministro sarebbe stato Franco Cavallo, uno dei quattro arrestati oggi che secondo gli inquirenti aveva uno «stretto legame» con Lupi tanto da dare «favori al ministro e ai suoi familiari».
«Da una telefonata del 22 febbraio 2014 - si legge nell'ordinanza - emerge che Vincenzo Barbato», un sarto che avrebbe confezionato un abito per Emanuele Forlani, della segreteria del ministero, «sta confezionando un vestito anche per il ministro Lupi». Al figlio Luca, invece, sarebbe stato regalato un orologio. «Va segnalato - scrive il giudice - il regalo fatto dai coniugi Perotti al figlio del ministro Lupi in occasione della sua laurea: trattasi di un orologio Rolex del valore di 10.350 euro che Stefano Perotti (arrestato oggi, ndr) fa pervenire a Luca Lupi tramite Franco Cavallo».

MA LUPI SMENTISCE SU TUTTA LA LINEA
«Non ho mai chiesto all'ingegner Perotti né a chicchessia di far lavorare mio figlio. Non è nel mio costume e sarebbe un comportamento che riterrei profondamente sbagliato», replica oggi Lupi precisando che il figlio lavora a New York dai primi di marzo.
«Mio figlio Luca si è laureato al Politecnico di Milano nel dicembre 2013 con 110 e lode dopo un periodo di sei mesi presso lo studio americano SOM (Skidmore Owings and Merrill LLP) di San Francisco, dove era stato inviato dal suo professore per la tesi. Appena laureato ha ricevuto un'offerta di lavoro dallo stesso studio per la sede di New York», spiega Lupi.
«In attesa del visto per lavorare negli Stati Uniti - prosegue - (un primo visto l'ha ricevuto nel giugno 2014, subito dopo il matrimonio, per ricongiungimento con la moglie che è ricercatrice in Italia e in America), ha lavorato da febbraio 2014 a febbraio 2015 presso lo studio Mor di Genova con un contratto a partita Iva per un corrispettivo di 1.300 euro netti al mese. Nel gennaio 2015 gli è stata reiterata l'offerta dello studio SOM, gli è quindi finalmente arrivato il visto e dai primi di marzo mio figlio lavora a New York».
«Ripeto - conclude il ministro -, non ho mai chiesto nulla a nessuno per il suo lavoro, mi sembra, inoltre, dato il suo curriculum di studi, che non ne avesse bisogno».

«SE ABOLITA STRUTTURA MISSIONE CADE GOVERNO»
«...su questa roba ci sarò io e ti garantisco che se viene abolita la Struttura Tecnica di Missione non c'é più il governo!».
Con queste parole il ministro delle Infrastrutture Maurizio Lupi si rivolge il 16 dicembre 2014 ad Ercole Incalza in una telefonata intercettata dal Ros nell'ambito dell'inchiesta di Firenze. Secondo gli inquirenti la conversazione «ben rappresenta» l'importanza della Struttura tecnica di cui era a capo Incalza.
La Struttura tecnica di missione del ministero delle Infrastrutture, è scritto nell'ordinanza, opera alle dirette dipendenze del ministro ed è stata diretta per anni da Ercole Incalza, soggetto secondo gli inquirenti «in grado di condizionare il settore degli appalti pubblici per moltissimi anni».

'ERCOLINO È IL DOMINUS TOTALE'
«Ercolino...è lui che decide i nomi...fa il bello e il cattivo tempo ormai là dentro...o dominus totale». Così invece un alto dirigente delle Ferrovie dello Stato e consigliere presso il ministero delle Infrastrutture, Giovanni Paolo Gaspari, descrive Ercole Incalza in una telefonata intercettata dal Ros il 25 novembre del 2013. Al telefono con Gaspari c'è Giulio Burchi, allora presidente di Italferr Spa e indagato nell'inchiesta di Firenze sulle Grandi Opere. «Come emerge dalle indagini - si legge nell'ordinanza - Incalza dirige con attenzione ogni grande opera, controllandone l'evoluzione in ogni passaggio formale: è lui che predispone le bozze della legge obiettivo, è lui che, di anno in anno, individua le grandi opere da finanziare e sceglie quali bloccare e quali mandare avanti, da lui gli appaltatori non possono prescindere».
E senza il suo intervento, dice Gaspari al telefono con Burchi, «al 100% non si muove una foglia...si sempre tutto lui fa...tutto tutto tutto!...ti posso garantire...ho parlato con degli amici..»
Anche parlando del bando di gara per l'incarico di collaborazione temporanea, poi vinto da Incalza, Gaspari sostiene che quel bando «naturalmente si adatta solo ad Ercolino».
«Cioè deve aver fatto il capo della struttura tecnica di missione per 10 anni sennò non può concorrere a fare il capo della struttura tecnica...hai capito?». E poi conclude: «vabbè...non l'hanno capito che la gente si sta scocciando di tutte queste porcate e prima o poi farà casino».

«CORRUZIONE È TUMORE COME MAFIA»
«L'Italia non è un paese strano. Purtroppo noi abbiamo una predisposizione all'irrequietezza, non vorrei dire all'illegalità, che purtroppo c'è. E' un paese il nostro in cui la corruzione è un tumore come la mafia», ha commentato il prefetto del capoluogo toscano, Luigi Varratta, in merito all'inchiesta sulle grandi opere. «Sono dell'avviso - ha aggiunto - che la corruzione va combattuta come la criminalità organizzata. Non vorrei dire che l'Italia è un paese corrotto, però lo dicono studi ed osservatori internazionali che ci collocano all'ultimo posto fra i paesi europei come percezione della corruzione. Quello che è accaduto stamattina purtroppo è in linea con queste riflessioni».

GLI INDAGATI
Ex sottosegretari, ex parlamentari ed ex amministratori locali in qualche caso 'prestati' dalla politica alle società: sono alcuni dei profili dei 51 indagati, tra cui quattro arrestati, nell'inchiesta fiorentina sulle grandi opere. Tra questi spiccano i nomi di Rocco Girlanda, ex sottosegretario ai trasporti, o di Antonio Bargone, anche lui in passato ha ricoperto tale incarico e poi presidente della autostrada Sat. Oppure l'ex deputato Stefano Saglia, poi nel cda di Terna, e Vito Bonsignore, ex presidente del gruppo Ppe.
Nutrito anche il gruppo degli ex amministratori locali: tra loro l'ex consigliere regionale dell'Emilia Romagna Vladimiro Fiammenghi, l'ex assessore alla mobilità della stessa regione Alfredo Peri e Graziano Patuzzi, ex presidente della Provincia di Modena e poi presidente della società per la strada Cispadana. Tra gli ex politici anche l'ex senatore Fedele Sanciu, ora commissario dell'autorità portuale del nord della Sardegna, l'ex assessore al bilancio del Comune di Milano Giacomo Beretta.
Nel gruppo dei manager figurano anche i nomi dell'ad di Rfi Maurizio Gentile, di Furio Saraceno, ex presidente di Nodavia, Luigi Fiorillo (Ferrovie Sudest), Angelo Caridi, ex ad di Snam progetti, Giandomenico Ghella che è stato ai vertici di Ance, Andrea Castellotti, ex facility manager di Padiglione Italia a Expo, già indagato nell'inchiesta milanese, Giulio Burchi, ex presidente di Italferr e Antonio Acerbo, ex subcommissario di Expo. Nelle carte dell'inchiesta compaiono spesso i nomi dei figli degli stessi indagati, alcuni dei quali nella stessa situazione dei padri. Due anche i nomi di figli di esponenti che in passato hanno avuto a che fare con antiche inchieste su tangenti: Pasquale Trane, figlio di Rocco Trane, e Giovanni Li Calzi, figlio di Epifanio Li Calzi. Questi i nomi dei 51 indagati: Ercole Incalza, Stefano Perotti, Francesco Cavallo, Sandro Pacella (tutti e quattro arrestati); Christine Mor, Philippe Perotti, Isabelle Mor, Daniel Mor, Giorgio Mor, Marco Perotti, Pasquale Trane, Massimo Fiorini, Giovanni Fiorini, Lidia Cavina, Giampaolo Pelucchi, Ettore Fermi, Giovanni Li Calzi, Fabio Oliva, Giulio Burchi, Antonio Acerbo, Maurizio Gentile, Giuseppe Arcoleo, Sandro Sforza, Fabrizio Averardi Ripari, Giacomo Beretta, Andrea Castellotti, Attilio Navarra, Luca Navarra, Alessandro Paglia, Fedele Sanciu, Bastiano Deledda, Willem Brouwer, Giandomenico Ghella, Giulio Grimaldi, Stefano Saglia, Angelo Caridi, Filippo Silvestri, Furio Saraceno, Andrea Santini, Elena Repetto, Vito Bonsignore, Antonio Bargone, Graziano Patuzzi, Alfredo Peri, Valdimiro Fiammenghi, Francesco Loffredo, Rocco Girlanda, Luigi Fiorillo, Luciano Rizzo, Salvatore Adorisio, Angelantonio Pica.