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Gambia: italiani arrestati, adesso si teme per la loro vita

In carcere a Banjul. «Sono senza cibo da 6 giorni»

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MARTINSICURO. I due pescatori italiani rinchiusi in carcere in Gambia «sono senza cibo da lunedì. Non abbiamo modo di parlarci, non sappiamo neanche se siano ancora vivi e temiamo per ciò che potrebbe accadere andando avanti così».
Lo dicono all'Ansa dalla Italfish, società armatrice della barca su cui lavoravano.
Il peschereccio italiano della società di Martinsicuro è stato posto sotto sequestro dalle autorità marittime del Gambia per la presunta violazione delle dimensioni delle maglie di una rete. E due italiani, un abruzzese e un marchigiano, sono in carcere da lunedì 2 marzo, dopo essere stati per una decina di giorni in stato di fermo.
Si tratta del capitano della nave Idra Sandro De Simone di Silvi Marina, e del direttore di macchina Massimo Liberati di San Benedetto del Tronto. Sono stati condannati ad un mese di detenzione e al pagamento di una multa.
Le loro condizioni, dunque, sono molto difficili anche perché in quella galera non solo non sono ammesse visite, ma non arriva neppure il cibo. Come in molte carceri africane se vuoi mangiare devi avere qualcuno che ti porti il cibo da fuori.
Le autorità, da parte loro, negano tutti i permessi di visita oggi Domenico Fornara, vice ambasciatore d'Italia a Dakar responsabile per il Gambia, sarà a Banjul per visitare in carcere i due marinai. Appena informata della vicenda l'Ambasciata italiana in Senegal si è subito attivata per fornire loro assistenza interessando del caso il ministero degli Esteri del Gambia al fine di trovare una soluzione positiva in tempi brevi.
Per il momento della cosa si sta occupando il console onorario che tre giorni fa dopo varie e ripetute richieste è riuscito ad entrare in carcere: «ne è uscito sconvolto», riferisce la società di Martinsicuro, «ci ha detto che non immaginava neppure lui una cosa simile».
«Ogni giorno in più in quel carcere è un giorno di vita in meno», commenta la signora Gianna, moglie di De Simone. «Mio marito rischia di morire, quel posto è come un lager: sono senza servizi igienici e senza cibo, neanche l'assassino più feroce viene trattato così. Sto male solo all'idea che lui stia subendo queste cose da tanti giorni. Chiediamo l'aiuto di Renzi e del ministro degli Esteri, affinché intervengano».

«NON VIVO PIU’»
«Non sto vivendo più, io e i nostri figli non sappiamo più cosa fare. Siamo qui ad attendere - dice in lacrime la donna - Mio marito non ha ucciso nessuno. Non è possibile pensare che nel 2015 le persone vengano trattate in questo modo. In quel carcere non hanno la minima idea di cosa siano i diritti umani. Lì dentro, in quelle condizioni, lui rischia la vita. Se muore nessuno me lo ridarà. Vorrei che non passasse neanche un giorno di più in quel posto. Lanciamo un appello a chiunque possa fare qualcosa, affinché intervenga».
La donna, dalla sua abitazione di Silvi, ripercorre anche i suoi ultimi contatti con il marito.
«Domenica l'ho sentito per telefono, quando era ancora in stato di fermo, e mi aveva detto che il giorno dopo si sarebbe risolto tutto, che avrebbero pagato una multa e la vicenda si sarebbe chiusa. Era tranquillo. Lunedì, verso le 14, mi ha mandato un sms in cui c'era scritto 'non si è risolto nulla, ti chiamo appena posso'. Ho provato a contattarlo, ma non ho avuto risposta, fino a quando l'armatore mi ha detto che erano stati arrestati. Da quel momento non l'ho più sentito».

«PESSIME CONDIZIONI»
L'ufficio della Italfish srl che si sta occupando di gestire la crisi riferisce di aver saputo da fonti locali che i due italiani sono senza cibo fin dal giorno dell'arresto. L'unico che è riuscito a incontrarli, giovedì, è stato il console onorario in Gambia, secondo cui i marinai «non sono in buone condizioni né fisiche né mentali». L'imbarcazione era finita sotto sequestro per la presunta violazione delle dimensioni delle maglie di una rete. Dopo una decina di giorni in stato di fermo, lunedì i due italiani sono stati arrestati, a conclusione di quella che la società armatrice definisce »udienza sommaria». Si teme possa ripetersi un nuovo caso Marò e anche la società Italifinish lo ripete da giorni con tanta preoccupazione.

UN TERZO UOMO
A bordo della nave ci sarebbe anche un altro italiano il 60enne Vincenzino Mora, nativo di Torano Nuovo ma da diversi anni residente a Martinsicuro, che svolge le mansioni di nostromo. Mentre il comandante e il primo ufficiale sono detenuti, il nostromo si trova sull’imbarcazione ormeggiata nel porto della capitale Banjul senza poter scendere dalla nave. L’equipaggio è sorvegliato a vista da guardie armate.

IN ARRESTO PER 2 MILLIMETRI DI TROPPO
«In Gambia lavoriamo da poco più di un mese», ha raccontato Massimo Sabati, responsabile di Italfish, «ma abbiamo tutti i permessi e operiamo con a bordo un osservatore incaricato dalle autorità locali. Quando la loro motovedetta ci ha fermato e i militari sono saliti a bordo sembrava tutto a posto. Il pescato nelle stive era di dimensioni regolari e le autorizzazioni per l'attività all'interno delle acque territoriali erano assolutamente a posto. Per fermare la barca e obbligare il nostro equipaggio a seguirli nel porto di Banjul, la capitale si sono appigliati ad una rete appesa in coperta. Era lì da un mese al sole, ma loro l'hanno misurata con un righello e hanno segnato a verbale una larghezza delle maglie di soli 68 millimetri contro i 70 consentiti. Insomma per due millimetri di differenza di una rete non utilizzata e probabilmente ristrettasi stando al sole ci ritroviamo con il peschereccio sequestrato e i due in stato d’arresto».