LA PROTESTA

Testimoni giustizia in piazza contro il Governo: «chiediamo dignità»

Sono 85 in Italia. Bindi, protezione a casa loro e tutoraggio

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ROMA.  C'è chi, come Luigi Leonardi, 40 anni, di Napoli, vorrebbe poter tornare a fare l'imprenditore, visto che prima del 2001 quando denunciò gli estorsori aveva 5 negozi e due floride fabbriche che producevano prodotti per l'illuminazione. E chi, come Carmelina Prisco, 44 anni, testimone di un omicidio nell'agosto del 2003 a Mondragone (Caserta), ha fatto l'identikit del killer della vittima alle forze dell'ordine ma da allora, senza lavoro e senza affetti, ha vagato per l'Italia sotto il programma di protezione ed ora che ne è uscita chiede un lavoro: «anche fare la bidella e lavare i pavimenti va bene - dice - L'importante per me è lavorare».
 E anche se rifarebbe tutto quel che ha fatto, «sono fatta così, se assisto ad un delitto non posso certo tirarmi indietro», e racconta con lucidità la sua difficile vita da allora: «i ricatti della burocrazia, in cui mi sono sentita imprigionata», tanto da chiedere di «uscire dal programma di protezione e gli errori commessi con i 190mila euro che ha ricevuto dallo Stato per la cosiddetta "capitalizzazione"».
«Non avevo nessuno che mi guidasse - spiega Carmelina - e così mi sono fidata di persone di cui non dovevo fidarmi e la pizzeria che avevo aperto è fallita. Avrei avuto bisogno di un tutor, di qualcuno che mi consigliasse, invece ho sprecato così quei soldi, mi mangio le mani».
 Poi c'è Rocco Ruotolo, che ha dovuto abbandonare Padova, dove viveva, per trasferirsi con la famiglia altrove sotto programma di protezione da tre anni, e Paolo, che ha dovuto lasciare un florido caseificio a Mondragone, in Campania, dopo aver denunciato nel 2001.
Tante le storie di dolore, senso di abbandono, impotenza, paura, rabbia, quelle raccontate dai testimoni di giustizia, alcuni dei quali si sono dati appuntamento a Roma, davanti a Montecitorio, per chiedere al Governo risposte concrete su una serie di questioni.
«Vogliamo un tavolo tematico permanente di lavoro con il Governo - dice Luigi Coppola, uno degli organizzatori del sit in pacifico - Vogliamo essere ascoltati e siamo pronti ad accogliere il sostegno di tutti i partiti e le associazioni: la nostra è una battaglia senza colori politici o appartenenza. Porteremo avanti il nostro sit in sino a quando non saremo ricevuti dal capo del Governo, Matteo Renzi».

«Chiediamo al premier - sottolineano - di restituirci la dignità, e di fare di noi l'esempio per la Nazione. Ai turisti e ai cittadini vogliamo portare le nostre esperienze, i nostri progetti, le nostre idee per migliorare questa drammatica situazione».
 Oggi il presidente della Commissione parlamentare Antimafia, Rosy Bindi intervenuta a Radio Anch'Io, ha detto che «bisogna cambiare il modo con cui lo Stato si fa carico dei testimoni di giustizia, a cui dobbiamo molto: ogni testimone è una grande testimonianza, una grande vittoria dello Stato. Tra loro, c'è chi ha pagato e continua a pagare prezzi altissimi».
 Secondo Bindi «va personalizzato il lavoro sui testimoni, ciascuno ha bisogno di interventi personali. Inoltre, anzichè spostarli dal luogo in cui vivono, bisogna proteggerli sul territorio».
 Il deputato Pd Davide Mattiello, componente della Commissione parlamentare Antimafia di cui ha coordinato il V gruppo di lavoro, proprio sulle questioni attinenti i testimoni di giustizia, si è detto «pronto a contribuire al lavoro del tavolo tecnico insediato dal vice ministro Filippo Bubbico presso il Viminale, portando le proposte frutto del lavoro fatto con la Commissione parlamentare Antimafia sui testimoni di giustizia. I testimoni di giustizia sono in Italia 85, la maggior parte tra i 26 e i 60 anni».
 Nel programma di protezione del Viminale ci sono anche 253 loro familiari, di cui 103 hanno tra 0 e 18 anni.