LA SENTENZA

Grandi Rischi, Boschi: «incubo finito, sentenza coraggiosa»

«Verdetto molto importante per tutto il mondo scientifico»

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L’AQUILA. Alla lettura della sentenza d’Appello Bernardo De Bernardinis si è coperto il volto con le mani per nascondere gli occhi lucidi.
L'ex vice capo della Protezione Civile e attuale direttore dell'Ispra è scivolato via dall'aula lasciandosi alle spalle le grida dei familiari delle vittime, gli abbracci e un liberatorio «è finita» tra un Enzo Boschi quasi in apnea e un Giulio Selvaggi che per tutto il giorno aveva passeggiato in maniche di camicia per scacciare l'ansia, Franco Barberi che è rimasto immobile come se non avesse ancora realizzato davvero che per lui è finito un incubo.
Cosa abbia spinto il presidente Fabrizia Francabandera e i giudici a latere Carla De Matteis e Marco Flamini a rigettare l'impianto dell'accusa dopo 7 ore di camera di consiglio, lo si capirà solo tra 90 giorni quando verranno depositate le motivazioni della sentenza.
Quel che però sembrerebbe già evidente dal dispositivo, è che la Corte d'Appello non riterrebbe che siano stati gli scienziati a rassicurare gli aquilani; non sarebbero stati loro, come invece disse la procura, a commettere una «monumentale negligenza», fornendo informazioni «imprecise, incomplete e contraddittorie sulla pericolosità dell'attività sismica» e «vanificando le attività di tutela della popolazione».
Diversa la posizione di De Bernardinis, al quale i giudici dell'Appello sembrano aver riservato un ruolo di primo piano e inflitto una pena a due anni per il decesso di alcune vittime.
«E’ un sentenza coraggiosa e importante», commenta Enzo Boschi all’Ansa. Una sentenza destinate, secondo lui, a diventare un precedente.
«E' finito un periodo tremendo», ha detto all'agenzia di stampa, emozionatissimo, l'ex presidente dell'Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (Ingv) che ha sempre respinto tutte le accuse.

«Poco prima della sentenza - ha aggiunto - mi sembrava di morire, nel senso letterale: nell'aula c'era un caldo tremendo, con almeno 40 televisioni da tutto il mondo e i continui flash dei fotografi. Poi è entrata la giuria, ho percepito la parola 'assolve' ma non avevo capito, me l'ha dovuto spiegare il mio avvocato».
Boschi sa che adesso «bisognerà leggere le motivazioni della sentenza, ma è chiaro fin da ora che è una sentenza molto importante. Il giudice, una donna, è stato coraggioso».
Il testo della motivazione, secondo il sismologo, potrebbe diventare «il punto di partenza per far convivere la scienza e il metodo scientifico con la magistratura. Sarebbe la prima sentenza del genere perché attualmente questi sono due mondi molto lontani, anche nel linguaggio». Di sicuro l'attesa per la motivazione è già fortissima, non soltanto in Italia: «Mi stanno chiedendo di leggere la motivazione da tutto in mondo, in particolare dal Giappone, dalla Nuova Zelanda e dalla California», Paesi sismici nelle quali il problema della comunicazione del rischio è particolarmente sentito e che, prosegue, hanno seguito con attenzione il processo dell'Aquila.
E' fiducioso, Boschi, anche sul significato che la sentenza della Corte d'Appello ha per il mondo della ricerca italiana. «Penso che sia un fatto positivo per la ricerca sismologica alla quale mi sono dedicato per tutta la vita, anche se onestamente in questo momento non so dare una valutazione: sono stato molto preso dalla mia vicenda - ha concluso riferendosi al processo - e soprattutto dal tentare di non pensarci».

«FATTO TUTTO IL POSSIBILE»
«Noi sismologi abbiamo fatto tutto il possibile e l'impossibile e per indicare l'alta pericolosità sismica dell'Abruzzo», ha detto ancora Boschi. «Abbiamo perseguito tutte le strade possibili - ha aggiunto - fino ad ottenere una mappa di pericolosità sismica su scala nazionale. Uno strumento - ha sottolineato - pubblicato non su riviste scientifiche, ma sulla Gazzetta ufficiale». Boschi ha ripercorso brevemente le tappe della Commissione.
«Ho saputo con esattezza il 30 marzo 2009 alle 19 che l'indomani la Commissione doveva riunirsi all'Aquila - ha ricordato -. Io ci sono arrivato preparato insieme a Giulio Selvaggi (ex direttore del Centro nazionale terremoti ndr.). Fino al momento di partire siamo stati a preparare le mappe di pericolosità sismica, con tanto di rapporto sulla sicurezza e la distribuzione delle faglie all'Aquila. E' questo il compito di un sismologo».
Boschi ha anche ribadito che la comunicazione è per legge appannaggio della Presidenza del Consiglio dei Ministri: «C'era una convenzione fra l'Ingv e la Protezione civile per cui la comunicazione veniva affidata alla Protezione civile». Più in generale l'ex presidente dell'Ingv ha valutato che «Quando ci sono le vittime a causa di un terremoto la colpa è delle case costruite male e non dell'evento sismico in sé. Bisogna fare prevenzione, bisogna costruire bene le abitazioni per arrivare a fare delle nostre abitazioni un luogo tranquillo dove rifugiarsi - come avviene in Giappone - e non un posto da cui dover scappare».

«Non prendiamoci in giro - dice l'unico colpevole De Bernardinis commentando le urla dei cittadini in aula - se mio figlio fosse finito sotto le macerie, avrei avuto la stessa reazione. Perché una vittima è una vittima e basta».
Quelle urla le ha sentite anche Barberi, seduto accanto all'ex capo della Protezione Civile.
«Non ce la faccio a dire nulla» è l'unica frase che è riuscito ad articolare. Ma il suo stato d'animo l'aveva spiegato bene prima della sentenza. «E' uno choc continuo dal giorno della condanna di primo grado. Come si può pensare che abbiamo rassicurato, noi che sappiamo bene che un terremoto può arrivare in ogni momento. E' assurdo».
Ma non solo. «La cosa peggiore - sottolineava amaramente l'ex presidente della Grande Rischi ed ex capo della Protezione Civile - è che questa sentenza ha allontanato dall'opinione pubblica il problema reale: bisogna costruire gli edifici secondo la normativa sismica e non come si è costruito per decenni in Italia, bisogna fare prevenzione. Perché ci saranno altri terremoti e altre vittime. E nessuna sentenza potrà risarcire i morti e i loro familiari». Concetti che Enzo Boschi ha rilanciato a sentenza pronunciata. «In questo paese c'è sempre qualcuno più furbo che riesce a farla franca, mentre io sono qui come un bischero a rispondere di responsabilità che non ho. Le case devono essere il posto più sicuro in cui rifugiarsi e non un luogo da cui scappare. E invece in Italia le case le fanno con i piedi e vengono giù. Questa è la vergogna».