LA SENTENZA

Appello Grandi Rischi, esplode la rabbia in città: «è nuovo terremoto»

Lacrime e amarezza per gli aquilani. Critiche anche dal vice presidente della Regione Lolli

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L’AQUILA. La rabbia prima esplode in aula con le urla degli aquilani arrivati in Corte d'appello per assistere alla sentenza Grandi rischi, poi è corsa come una scossa elettrica per tutta la città.
«Vergogna, non finisce qui, questo è uno Stato che non fa più giustizia, ce li hanno ammazzati un'altra volta».
Così hanno gridato appena il presidente della Corte d'Appello Fabrizia Francabandera ha terminato la lettura della sentenza con la quale condanna uno dei sette imputati, l'ex vicecapo della Protezione Civile Bernardo De Bernardinis a due anni con la condizionale.
Ma prima delle urla delle decine di persone accorse in Corte d'Appello c'è stato un attimo di smarrimento, di incredulità. La condanna del solo de Bernardinis due anni dopo la sentenza di primo grado, che aveva invece inflitto sei anni a tutti i sette imputati, ha colto di sorpresa anche i legali delle parti civili, tanto che è stato uno di loro, l'avvocato Attilio Cecchini, ad affermare che l'ex vice capo della Protezione Civile a questo punto «è diventato l'unico capro espiatorio».
Parla di sentenza «stravolta e sconcertante» la senatrice Pd ed ex presidente della Provincia dell'Aquila Stefania Pezzopane. Molto più duri sono i commenti dei Comitati Cittadini: «è sotto processo solo chi ha manifestato mentre chi ha avuto delle responsabilità e ha fatto morire della gente nel sonno a letto dopo averla rassicurata viene assolto», ha infatti detto Anna Lucia Bonomi, esponenti dei '3 e 32' ricordando che è ancora aperto il processo ai manifestanti aquilani che nel luglio del 2010 protestarono a Roma e subirono le cariche della polizia.

«NESSUNO VUOLE AIUTARCI»
Lacrime e rabbia fuori l'aula specie fra gli studenti che hanno assistito alla sentenza. «Nessuno vuole aiutarci a fare giustizia, quale esempio possiamo trarre da questo Stato?», ha detto Giovanna Carli del liceo classico.
«Le case distrutte non esistono, anche il terremoto non esiste, i morti non sussistono».
Tocca poi alla Rete e ai social network gonfiare l'indignazione degli aquilani rimasti a casa. Non è solo il sarcasmo come quello di Gabriella su Facebook ma c'è anche l'accusa gridata su Twitter «vi auguro di vivere il 6 aprile 2009 anche a voi».

ANCHE LOLLI CRITICO
«Le sentenze si accettano ma si criticano, e io da aquilano la critico profondamente», commenta invece l'esponente politico aquilano più alto in grado della Regione, il vicepresidente Giovanni Lolli (Pd) a confermare il pessimo umore della città.
«Vogliono ancora farci credere che volevamo processare la scienza, mentre questo non è vero, ma semmai credevamo di aver messo sotto processo degli scienziati che ci avevano detto di stare tranquilli. Noi aquilani siamo ancora qui a leccarci le ferite, e questa sentenza non ci aiuta», conclude amaramente Lolli. 



COMO: «TUTTO SCARICATO SU DE BERNARDINIS»
Secondo il procuratore generale Romolo Como si tratta di una sentenza «sconcertante».
«Immaginavo – dice a caldo - un forte ridimensionamento dei ruoli e delle pene, ma non un'assoluzione così completa, scaricando tutto su De Bernardinis, cioè sulla Protezione Civile».
Evidentemente, prosegue, «la cattiva informazione è stata ascritta alla protezione civile e non agli scienziati. E quindi l'operazione mediatica tesa a rassicurare gli aquilani è stata attribuita non agli scienziati riuniti, ma al Dipartimento».
«Non è una sconfitta della città, non è la città che deve risentire una decisione del giudice che, comunque, dovremo vedere perché è stata presa. Non si può investire questo processo di un significato, nemmeno quello di riabilitazione della scienza. Non è che si riabilita qualcuno con queste assoluzioni», ha continuato Como.
Como si è detto «perplesso perché la condanna del solo De Bernardinis è troppo limitata come riconoscimento di responsabilità. C'erano anche altri della Protezione Civile oltre a lui. A meno che non sia per l'intervista del 'bicchiere di vino' (rilasciata al termine della riunione della Cgr del 31 marzo in cui invitava la gente a bere un bicchiere di vino, ndr.) ma mi sembra davvero troppo riduttivo».
Secondo il parere del rappresentante dell' accusa, che aveva chiesto la conferma dei sei anni inflitti in primo grado, «che i giudici potessero fare qualche distinzione di ruoli c'era da aspettarselo, così come che potessero prosciogliere per una parte delle vittime: una per una, non per tutte era così certo che ci fosse il collegamento stretto tra la cosiddetta rassicurazione e il loro comportamento prima del sisma».