GIUSTIZIA E LAVORO

Metro, dipendenti licenziati non vengono reintegrati: «pagati per restare a casa»

Dopo la sentenza del tribunale, il sindacato protesta: «negata dignità al lavoro»

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SAN GIOVANNI TEATINO. Un mese fa il giudice del lavoro del Tribunale di Chieti, Ilaria Prozzo, ha accolto il ricorso di 9 lavoratori e ha riconosciuto come «immotivato» il licenziamento operato dalla società Metro Italia Cash & Carry Spa, che gestisce il punto vendita chietino.
I nove dipendenti sono parte dei 26 lavoratori licenziati lo scorso anno: in 17 avevano accettato il trasferimento o l'incentivazione economica con il contributo di mobilità, mentre gli altri avevano presentato ricorso.
Ma i lavoratori non sono tornati in azienda, lo annuncia il sindacato Fisascat Cisl Abruzzo: «la società, non gradisce l’ordinanza giudiziale, e pertanto, preferisce pagare lo stipendio a vuoto ma “esonera” i dipendenti . Lunedì la direzione aziendale lo ha comunicato ai diretti interessati invitandoli anche, verbalmente, a manifestare l’eventuale disponibilità al trasferimento in altra sede, oppure, esprimere il gradimento per un’offerta economica incentivante all’uscita».
«Una manifesta e aperta dichiarazione di “indesiderati”», contesta il sindacato, «ma ancor di più, una posizione discriminante nei confronti di questi lavoratori che erano stati licenziati con la sola motivazione di essere degli esuberi a causa della crisi economica ma non perché ritenuti improduttivi».
Con questa posizione assunta dalla società, secondo Fisascat Cisl, la direzione Metro «non solo dimostrerebbe di non essere in crisi economica, visto che preferisce pagare degli stipendi a lavoratori a cui nega la dignità ed il diritto al lavoro, ma anche, che le motivazioni alla base della riduzione di personale erano di tutt’altra natura diversa da quelle economiche e produttive. Altra grande contraddizione sta nel fatto che si rende disponibile a trasferire i lavoratori negli altri punti vendita sparsi in Italia. Qui viene da chiedersi in quali punti vendita visto che in circa una sessantina delle oltre cento e passa strutture commerciali in Italia, risulta operativa la cassa integrazione straordinaria sottoscritta a livello nazionale per sopperire ad analoga crisi di vendita. Se ciò fosse possibile, guarda caso, perché si chiede proprio a questi nove e non a tutti e 75 i dipendenti della struttura chietina? E ancora, se è possibile trasferire lavoratori da Sambuceto in questi eventuali siti, perché non si possono utilizzare quei lavoratori che sono in CIGS?»