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Abruzzo. Massimo Cialente firma le dimissioni e chiude con la politica e Facebook

Intanto arrivano tardive le reazioni del Pd "chiamate" dall'ex sindaco

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L'AQUILA. Dopo giorni dominati dalle conseguenza politiche della bufera giudiziaria che per la prima volta ha investito direttamente il Comune dell'Aquila, torna d'attualità l'inchiesta "Do ut des" della Procura per presunte tangenti negli appalti per la ricostruzione, all'origine delle dimissioni del sindaco, Massimo Cialente, non indagato, e del suo vice, Roberto Riga, indagato, con la conseguenza che a maggio si avranno elezioni anticipate.

Sono in programma questa mattina i primi interrogatori: davanti ai pm Antonietta Picardi e David Mancini compariranno quattro degli otto indagati, coloro che sono stati denunciati a piede libero, tra cui lo stesso Riga. Sempre oggi il gip Giuseppe Romano Gargarella fisserà il programma degli interrogatori di garanzia per le quattro persone agli arresti domiciliari. Intanto, attività piena, ieri domenica, nella sede comunale: firmate le dimissioni ufficiali del sindaco, definitive tra venti giorni, ma sulle quali non c'è spazio per ripensamenti.

Intanto contemporaneamente all’annuncio di una pausa nella vita politica arriva anche la decisione di chiudere i ponti con i social network: Cialente ha infatti chiuso la sua pagina Facebook dove da mesi lanciava i suoi pensieri e si confrontava con i cittadini sostenitori e non. Oggi pare che quella finestra sia diventata inutile o forse Cialente non ha più voglia di stare a sentire.

CIALENTE: «HO CHIUSO CON LA POLITICA»

«Ho chiuso definitivamente con la politica, dalle 13 di oggi sono un libero cittadino, sono un medico della Asl, un po' anziano, che domani va a lavorare in ospedale negli orari normali, non in quelli strani di quando ero sindaco. Ho smontato tutto e domani porto via le mie cose e i miei libri».

 Così Massimo Cialente descrive oggi il suo immediato futuro, dopo l'annuncio di ieri delle sue dimissioni da sindaco dell'Aquila.

«Non è un Paese per gente come me, che sono un Forrest Gump. Come ha detto mio figlio - prosegue - andrò avanti a testa alta e passerò alla storia per essere stato l'unico sindaco in Italia a essersi dimesso per un avviso di garanzia. Se Mediaset scrive che sono indagato significa qualcosa», dice e a proposito dell'inchiesta aggiunge: «Riparlerò dopo la chiusura delle indagini, allora mi riservo il diritto di tribuna con una conferenza stampa nella quale chiedere scusa, oppure su alcuni aspetti qualcuno dovrà chiederle a me».  Quanto al futuro del centrosinistra in città, Cialente vede Giovanni Lolli come candidato sindaco: «Lolli è un fratello, nel mio ragionamento, sarebbe l'unico ad avere capacità».

CONTRO TRIGILIA

E poi ha aggiunto: «Spero che domani il centrosinistra, guidato dal presidente del Consiglio comunale e dai segretari politici della maggioranza e, se vogliono, delle opposizioni, che finora non ci sono mai stati, decida di chiedere un incontro con il presidente del Consiglio Enrico Letta per rivendicare il miliardo di euro promesso dall'ex ministro Barca ed esigere le dimissioni del ministro Trigilia, che ha sostituito Barca nella gestione della ricostruzione per conto del governo».

«Senza Cialente non hanno alibi. Se io fossi un politico queste cose farei. Non chiedo manifestazioni di solidarietà a Cialente, ma che il centrosinistra ponga queste istanze, magari accompagnati a Roma da qualche migliaio di aquilani. Se non lo fanno subito - conclude - il mio sacrificio sarà in parte inutile e la città si ricostruirà forse tra venti o trent'anni». E' determinato Cialente, nonostante le telefonate di solidarietà e di invito a ripensarci arrivate dal presidente del Consiglio, Enrico Letta, e da suo zio, l'ex sottosegretario Gianni Letta, dell'attuale sottosegretario di palazzo Chigi Filippo Patroni Griffi e del governatore dell'Emilia Romagna, Vasco Errani, del sindaco di Bari, Michele Emiliano, e dell'ex ministro per la Coesione territoriale Fabrizio Barca.

A traghettare L'Aquila al commissariamento, che scatterà tra venti giorni e durerà fino al 25 maggio, data del voto, sarà il vice sindaco, Betty Leone (Sel) - nominata ieri sera al posto di Riga - che  terrà una conferenza stampa. Intanto, il centrosinistra comunale non molla: in una riunione di maggioranza l'ex parlamentare Pd Giovanni Lolli ha sottolineato che si continuerà a difendere gli interessi della città. Un programma serrato prevede incontri con la segreteria nazionale Pd e con Letta.

«Il centrosinistra - ha detto Lolli - non arretra di un centimetro e non si sottrae dalle proprie responsabilità nel difendere la città mantenendo la schiena dritta. La onorabilità del sindaco e degli esponenti di maggioranza non può e non deve essere messa in discussione. Gli errori politici che riconosciamo sono un'altra cosa».

LE DIMISSIONI DEL 2011

E’ la seconda volta in sette anni di governo dell'Aquila che Massimo Cialente rassegna le sue dimissioni. Anche se nella prima occasione le aveva ritirate, mentre ora assicura che niente e nessuno gli farà cambiare idea. Cialente si era dimesso quasi al termine del suo primo mandato, nel marzo 2011, dopo un lungo periodo in cui la sua maggioranza aveva perso pezzi e non riusciva a votare i provvedimenti.

Allora aveva occupato simbolicamente palazzo Margherita, la sede del Municipio devastata dal terremoto del 6 aprile 2009, lanciando un appello e lamentando il ritardo nell' arrivo dei fondi per la ricostruzione post sisma. Le dimissioni le aveva poi ritirate alla scadenza dei venti giorni previsti, presentandosi in Comune di domenica alle 8.30. Concluso il primo mandato (quinquennio 2007-2012), Cialente è stato rieletto sindaco nel maggio 2012 al ballottaggio: gli aquilani lo hanno voluto ancora alla testa della città, ed ha ottenuto il 59,20% dei voti. Appena un mese dopo essere stato confermato alla guida del capoluogo abruzzese, un nuovo affondo: «Se Gianni Chiodi (presidente della Regione Abruzzo) rimane come commissario per la ricostruzione vado via io».

 A maggio 2013 la clamorosa protesta, sempre per il mancato arrivo dei fondi, della fascia tricolore rispedita al Quirinale - il presidente Giorgio Napolitano gliela rimandò qualche giorno dopo - e delle bandiere tricolori ammainate da tutti gli uffici pubblici, ancora con la minaccia di dimissioni. Infine, a settembre dell'anno scorso, dopo nuovi sfaldamenti nella sua coalizione, un nuovo avvertimento: «Non ho più la maggioranza, se si va avanti così sarà giusto restituire la parola ai cittadini».