IL FATTO

Federico Caffè, 100 anni tra economia e mistero

Era nato nel 1914 a Pescara

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PESCARA. Il 6 gennaio del 1914 a Castellamare Adriatico (dal 1926 Pescara) nasceva Federico Caffè.

Economista di formazione keynesiana, per decenni è stato ordinario di Politica Economica e Finanziaria all'Università di Roma. Dal suo insegnamento sono usciti tanti economisti da Mario Draghi, a Ignazio Visco, Ezio Tarantelli, Fausto Vicarelli, Pierluigi Ciocca solo per citarne alcuni.
Autore di oltre 200 pubblicazioni ha concentrato la sua attività di studio e ricerca principalmente sui temi del welfare, della politica economica, della distribuzione del reddito con una spiccata sensibilità nei confronti della dimensione sociale e della parte più debole della popolazione.
Ha collaborato a lungo con il quotidiano comunista Il Manifesto con saggi e articoli acuti sulla situazione economica e sociale.
La sua scomparsa, avvenuta il 15 aprile 1987, è un mistero che non è stato ancora risolto. Scomparve quando aveva 73 anni, alle prime luci dell'alba. Il fratello che dormiva nella stanza a fianco, non si accorse di nulla; sul comodino trovò l'orologio, i documenti e gli occhiali che usava per leggere.
Il Tribunale di Roma, con sentenza del 30 ottobre 1998, ha dichiarato la morte presunta di Federico Caffè.
Una serie di disgrazie stravolge i suoi ultimi anni: la morte della madre e quella della tata che lo aveva cresciuto, la scomparsa dei colleghi Ezio Tarantelli, assassinato dalle Brigate Rosse nell'85, e Fausto Vicarelli, morto in un incidente stradale, e quella del suo studente Franco Franciosi, stroncato da un tumore. Dolori, questi, che Caffè riescì a sopportare con l'aiuto dell'insegnamento e dei suoi allievi. Ma quando l'età gli impone di lasciare la cattedra, cade in un profondo sconforto. Agli amici confessa di non riuscire a scrivere e di avere amnesie sempre più frequenti: «Io non sono un uomo -dice- sono una testa. Se quella arrugginisce, di me non resta più niente».
Secondo alcuni l’economista si sarebbe suicidato, secondo altri si sarebbe ritirato nella solitudine di un convento. Negli ultimi mesi Caffè non mangiava quasi più ed era molto debole: difficilmente avrebbe potuto allontanarsi da solo. Quella mattina di aprile, qualcuno potrebbe averlo accompagnato in un luogo isolato in cui compiere l'estremo gesto, o in cui trovare rifugio. Ermanno Rea, autore del libro "L'ultima lezione" sulla vita e sulla scomparsa di Caffè, in una intervista a "la Repubblica" si dice convinto che qualcuno sappia e non voglia parlare. Ma aggiunge: «Poco importa se sia finito suicida o in un convento: resta solo la natura oscura ch'egli ha voluto imprimere al suo distacco».
A Torino, quattro giorni prima della sua scomparsa, morì Primo Levi: Caffè ne rimase sconvolto, ma criticò il modo, plateale e straziante, in cui lo scrittore si era tolto la vita.
«Di lui voglio ricordare due frasi che descrivono a pieno la sua cultura», commenta il deputato di Sel, Gianni Melilla, «" Al posto degli uomini abbiamo sostituito numeri e alla compassione nei confronti delle sofferenze umane abbiamo sostituito l'assillo dei riequilibri contabili", e "Il riformista preferisce il poco al tutto, il realizzabile all'utopico, il gradualismo delle trasformazioni ad una sempre rinviata trasformazione radicale del sistema." Vogliamo ricordarlo come uno dei figli migliori di Pescara e dell'Abruzzo che ha lasciato una traccia profonda nella vita culturale italiana e nella storia dell'Università del nostro Paese. Non a caso la facoltà di Economia dell'Università La Sapienza di Roma è intitolata a Federico Caffè».