IL DOCUMENTO ESCLUSIVO

Assolto per l'omicidio Bottega. Ecco l'audio della confessione: «così ho ucciso mia moglie»

Giulio Cesare Morrone marito di Teresa Bottega dopo 22 anni confessa il delitto in questura

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PESCARA. Una confessione fiume, lunga un’ora e mezza tra tanti «non ricordo», «non lo so», «sto realizzando solo adesso», «non volevo confessarlo nemmeno adesso, perché farlo?»
E’ la confessione fatta un anno fa da Giulio Cesare Morrone che nel 2012 ha raccontato ai magistrati della procura di Pescara D’Agostino e Tedeschini e agli uomini della Squadra Mobile l’omicidio della moglie, Teresa Bottega, avvenuto 22 anni prima.
Nell’audio che PrimaDaNoi.it pubblica in esclusiva si può ascoltare il racconto dell’uomo che con sangue freddo e anche qualche risata cerca di ricostruire quel giorno al quale non sa dare nemmeno una collocazione precisa.
Niente più di «forse era metà del 1990».
L’uomo rivive quella giornata drammatica, con il figlio che aspettava in macchina per essere accompagnato a scuola e lui che uccide la moglie («gli ho dato una botta in testa, poi le ho messo le mani al collo e ha smesso di respirare». «L’ha strozzata?», chiedono gli inquirenti?
«Bè, risponde, «se si deve dire così sì». In realtà nell’interrogatorio successivo l’uomo cambierà versione e dirà che quel gesto di mettere le mani intorno al collo della donna era in realtà una ‘verifica’ per sentire se respirasse ancora. Morrone è stato già giudicato per questo omicidio, il reato è stato considerato prescritto e oggi è un uomo libero. Le sorelle e i fratelli di Teresa chiedono giustizia e non capiscono come un reato come questo possa restare impunito.
«Non è un omicidio premeditato», dice l’uomo agli inquirenti. «Ho fatto tutto d’impeto, d’istinto».
Ma perché lo ha fatto? Gli chiedono. «Perché era una donna insopportabile, aveva cominciato a fare uso di stupefacenti». Morrone è restio a raccontare la storia della sua famiglia sgangherata perché non vorrebbe infangare la memoria della donna e allora sottolinea: «l’ho portata io a diventare così, perché volevo la mia libertà e alla fina anche lei si è presa la sua…ma a me faceva comodo».

E si ritorna a quella mattina. Lui scopre che da casa mancano un orologio, i soldi. Forse li ha presi la donna per la droga? Teresa è in camera da letto, ancora in pigiama, il marito la uccide in pochi attimi. Dopo «il fatto» (lo chiama proprio così) «sono sceso, ho accompagnato mio figlio a scuola, poi sono tornato a casa e l’ho messa in una cesta e poi nel portabagagli».
Teresa era uno scricciolo, 1 metro e 60 di altezza per una cinquantina di chili, forse meno, debilitata, hanno detto i parenti a più riprese, da uno stato di profonda frustazione e dunque non è surreale immaginarla costretta in una cesta di vimini. L’uomo la porta giù per le scale incurante che qualcuno possa vederlo. «Non sono stato tanto a pensare a queste cose», dice agli inquirenti. Il corpo della donna è in macchina e Morrone vaga per «tre, quattro ore» sull’autostrada fino a quando vede l’uscita Bondeno, nelle vicinanze di Ferrara. Butta il corpo con tutta la cesta in un fiume che non ha mai più restituito il cadavere della donna.
«Stavo morto di paura», dice agli inquirenti, e per lungo tempo ha sperato che Teresa non riemergesse. Il corpo non è stato mai ritrovato e così la famiglia Bottega oggi non ha né una lapide dove piangere né una sentenza che possa far credere loro che esista la Giustizia.

Alessandra Lotti