REO CONFESSO IMPUNITO

Omicidio Bottega, la ‘profezia’ del prete: «confessa, non farai nemmeno un giorno di galera»

Il reato è prescritto, si attendono le motivazioni

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PESCARA. «Chiudi questa faccenda. Godrai di tutte le attenuanti... ma di tutte veramente di tutte! Non ti farai un giorno di galera... Con un buon avvocato... un uomo semplicemente esasperato... che non ce la faceva più... e per un atto inconsulto... ma chi ti può giudicare a te?».
E’ così che il 6 dicembre del 2012, alle ore 16.20 circa, don Peppino Femminella riuscì a convincere Giulio Cesare Morrone a confessare alla polizia di aver ucciso la moglie, Teresa Bottega, nel 1990.
I due si trovavano in una stanza della questura, in attesa dell’interrogatorio. Ad ascoltarli anche una cimice.
Alle 19 Morrone si siederà davanti ai sostituti procuratori Tedeschini e D’Agostino e agli uomini della polizia per raccontare la sua verità, tenuta segreta per 23 anni. «Ho ucciso mia moglie». Un racconto lineare, senza particolari contraddizioni, senza cali emotivi della voce. Niente lacrime ma tanti «non ricordo». Non ricorda il giorno del delitto, né come la moglie fosse vestita quel giorno perché quei ‘particolari’ invece che divorarlo per tutta la vita li ha semplicemente rimossi. «Sto realizzando per la prima volta alcune cose in questo momento, mentre ve lo racconto», dice agli investigatori.
E quello che emerge oggi è che il parroco che lo ha spinto alla resa, solo dopo le pressioni della squadra Mobile allertata da un cittadino con un forte senso civico, ci aveva visto giusto perché così come ipotizzato dal prelato, Morrone dopo quella confessione shock è un uomo libero. Il delitto è stato accertato ma è troppo tardi.
Dieci giorni fa, infatti, il gup Gianluca Sarandrea ha dichiarato il reato prescritto, tra l’incredulità dei parenti della vittima, perche' non ha rinvenuto l'aggravante dei futili motivi.
Questo ha comportato -per ragioni tecnico-giuridiche- la prescrizione del reato (già dal 2005). Se fosse stata riconosciuta l'aggravante dei futili motivi, invece, il reato sarebbe divenuto imprescrittibile e l’uomo sarebbe stato chiamato a pagare per quell’uccisione.
Il caso ha fatto molto discutere in tutta Italia. Oggi il Paese, in un'epoca che ha visto anche la nascita del termine 'femminicidio', scopre che pure i delitti accertati possono restare impuniti.
Si attendono nelle prossime settimane le motivazioni del giudice per capire meglio come vada scritta la storia di questo delitto che ha sì un colpevole ma libero.
La famiglia di Teresa Bottega è incredula. Loro quell’uomo lo hanno definito un «diavolo», che si sarebbe «goduto la vita» mentre lui, oggi, sostiene di essersi avvicinato alla Chiesa.
Le sorelle e i fratelli della vittima sostengono che Morrone abbia calcolato tutto nei minimi dettagli e soprattutto abbia ragionato accuratamente sul momento giusto per uscire allo scoperto.
Ma quest’ultima ipotesi sembra da scartare perché dagli atti d’indagine appare evidente che l’uomo ha tentato di tirarsi fuori e negare l’accaduto, fino all’ultimo. Fino a quando ha creduto che sarebbe riuscito ancora una volta ad ingannare gli altri e forse pure se stesso.

«NON SO DOVE STA»
Quando è stato convocato in questura, il 6 dicembre dell’anno scorso, dopo la denuncia del commercialista Sergio Cosentino, Morrone ha provato ad aggrapparsi ancora una volta alla possibilità di non dover confessare.
In un dialogo intercettato con il parroco tenta addirittura di convincere il prelato che abbia capito male, che lui nella sua confessione parlò di un «omicidio morale», «un atto mentale», di «persecuzioni mentali», di «stalking» perché non era stato abbastanza vicino alla moglie. E ancora, pochi minuti prima della confessione ha continuato a dire quello che ha ripetuto per 23 anni. «Non so dove sia».
Anche se il parroco continuava ad incalzarlo. «Siccome qui il corpo non è stato ritrovato e magari se ne andata sotto ad una macchina,.. o si è ubriacata?!».
E lui rispondeva «che ne sò io dove stà?!... io che ne sò se è morta, boh?!.....»

LA GIUSTIZIA ‘SGANGHERATA’
Don Peppino preme, pressa e gli fa capire che dalla sua parte ci sono non solo un Dio pronto al perdono ma anche i limiti di una giustizia sgangherata: Prova a dire che non si farà nemmeno un giorno di carcere, o al massimo qualche settimana: «fai chiudere la faccenda...chiaramente ci sarà la condanna... e ti sconterai un mese a casa tua e basta! Nient'altro! Però intanto ti togli un peso a portare avanti sò problema che non finirà mai fino a quando camperai! Questi non ti mollano!! ...Non ti mollano questi».
E poi lo rassicura sul rischio del carcere «I politici che tutti in galera dovrebbero vivere per tutta la vita... e nessuno…..». «Rubare è un altro conto», fa notare Morrone. Qui si tratta di un omicidio. Ma la giustizia sgangherata ha teso la sua mano.

IL MOVENTE
Morone appena si siede davanti agli agenti della mobile e ai due sostituti procuratori Tedeschini e D’Agostino ammette senza giri di parole quello che è successo. «Io, esasperato, ho ucciso mia moglie Bottega Teresa. Le ho dato un pugno lei è caduta a terra ed io le ho messo le mani al collo».
L’ha strangolata? «Sì, se così si deve chiamare l’ho strangolata».
A questa prima versione ne arriverà poi una seconda, qualche giorno più tardi, con l’ingresso dei nuovi avvocati difensori. L’uomo sostiene di averle dato un pugno per sbaglio e poi di averle messo le mani alla gola per verificare se respirasse. Insomma, quasi un incidente non voluto. Il giudice però non ha creduto all’omicidio preterintenzionale, ovvero una aggressione finita infelicemente in omicidio.
Su questa possibilità di cambiare versione Morrone aveva anticipato qualcosa anche alle sorelle di Teresa, qualche sera dopo la confessione resa in questura. Ha chiamato i parenti della donna per parlare «di quella cosa lì» e svelare il finale tragico prima che lo apprendessero dai giornali.
«Giulio mi ha detto», racconta una delle sorelle, «che i legali gli hanno suggerito di ritrattare in parte la versione resa in precedenza agli organi inquirenti, almeno circa le modalità esecutive dell’uccisione di Teresa, facendo in tal modo apparire che si era trattato di un incidente e non di un omicidio volontario. Io non gli ho risposto, anche se lui mi ha detto nell’occasione che, comunque, non avrebbe ritrattato quello che aveva inizialmente dichiarato, nonostante il consiglio dei suoi difensori».

I FUTILI MOTIVI
Come detto per il gup ha respinto l’ipotesi che Morrone abbia ucciso per futili motivi. Solo la sentenza potrà chiarire perchè. Sicuramente Morrone ha spiegato che quel giorno ha agito ‘d’impeto, di essere esasperato, perché Teresa era diventata «insopportabile, faceva uso di droghe, sicuramente anche a causa mia che le ho creato delle insicurezze».
Quella mattina senza data («ricordo solo che era l’inizio del 1990») Morrone si accorse che mancava un orologio, forse Teresa lo aveva venduto per acquistare la droga e lui l’ha colpita. Il rapporto era burrascoso da tempo. La donna aveva già lasciato il tetto coniugale, «frequentava tossicodipendenti», ha raccontato sempre il marito.
Secondo le sorelle Teresa era vittima di vessazioni da parte di quell’uomo «violento e mentitore». Un marito che non ha sporto nemmeno una denuncia formale, che oggi si considera un uomo diverso da allora, vicino alla Chiesa.
Un uomo libero nonostante abbia ucciso sua moglie, l’abbia caricata in una cesta di vimini e l’abbia gettata in un canale in provincia di Ferrara. Perché lì?
Non lo ha saputo spiegare: «pensavo solo di andare più lontano possibile per disfarmi di quel corpo». 

Alessandra Lotti