POLITICA

Cancellieri: «sono intervenuta in 100 casi». Ecco quando il ministro ha alzato il telefono

Segnalazioni da molti canali. Ma restano situazioni irrisolte

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ROMA. «Oltre un centinaio di casi in tre mesi».
Il ministro della Giustizia Cancellieri ha più volte citato questa cifra ieri per indicare che in tante occasioni, personalmente o su input esterni, ci sono stati interventi per verificare e in alcuni casi alleviare la situazione di detenuti. Nell'informativa alle Camere questa cifra è stata ribadita senza citare alcun caso specifico.
Ma sono diverse le situazioni in cui il ministro si è attivato sollecitando i vertici del Dap e in particolare i due vice capi-dipartimento Francesco Cascini e Luigi Pagano che a loro volte hanno interessato le autorità competenti.
E' del 5 agosto, per esempio, il caso di un detenuto al San Cataldo di Caltanissetta, che raccontava di essere in un grave stato di prostrazione perché dopo il trasferimento dal carcere di Siracusa, non poteva più lavorare né ricevere visite dei familiari vista la distanza. Una detenuta a Lecce con tre figli a carico di cui una con gravi problemi psicologici, ha chiesto al ministro di essere trasferita in un altro istituto, il ministro ha attivato il Dap e il trasferimento è arrivato. Ci sono casi arrivati all'attenzione del ministro quando di fatto erano già stati risolti, come quello di un detenuto a Regina Coeli, 75 anni, recluso da 31, con gravi problemi di salute: quando il ministro si è mossa, l'uomo era già stato scarcerato. Una donna in regime di alta sicurezza a Rebibbia ha chiesto invece di poter effettuare un colloquio con il marito detenuto anch'egli in 41 bis: non si vedevano da due anni e l'esigenza era legata anche alla situazione delle figlie adolescenti.
Ci sono situazioni estreme, come quella di un detenuto a Bari con forti problemi psichici e fisici che minacciava il suicidio e per il quale il ministro ha chiesto un interessamento perché il caso fosse seguito da vicino. Un detenuto di Padova, recluso in una cella con altre due persone, ha chiesto spazi migliori ed è stato trasferito a Cremona, dove però ha visto interrompersi la possibilità di lavorare e il percorso rieducativo: l'intervento dell'amministrazione ha permesso di riportarlo a Padova, ma in una situazione adeguata sotto il profilo dello spazio. 

Gli uffici del Dap sono intervenuti anche in casi di "errore", come per un giovane che si era sostanzialmente confinato in casa ai domiciliari dopo il provvedimento del Tribunale di sorveglianza, senza aspettare che fosse la Procura a disporli e farli scattare realmente: suo padre ha segnalato la situazione, che è stata sanata, ricalcolando la detenzione domiciliare tenendo conto del comportamento del giovane.
La casistica è molteplice, ma non esiste un catalogo che la censisca. Le segnalazioni arrivano da canali diversi - familiari associazioni, parlamentari, il ministro stesso - e vengono vagliate con un'istruttoria condotta dalle autorità competenti. L'esito è a volte favorevole, a volte no. Così come ci sono tante situazioni di disagio che non emergono e che spesso sfociano in atti estremi (il numero di suicidi nelle carceri resta alto), o in morti per malattie anche gravi che si dovrebbero evitare. L'associazione Ristretti Orizzonti ne registra molti: a Ferrara il 26 ottobre Egidio Corso, 81 anni, muore in cella dopo 10 giorni di sciopero della fame: protestava contro la mancata concessione di una misura alternativa. Il 16 ottobre a Secondigliano muore Antonino Vadalà, 61 anni: aveva un tumore al cervello. A Rebibbia il 15 ottobre Sergio Caccianti, 82 anni, ha un malore in cella e muore in ospedale dopo due giorni di agonia: aveva da poco avuto un ictus. A Opera il 31 agosto Walter Luigi Mariani, 58 anni, paraplegico, muore carbonizzato nell'incendio della sua cella: le ipotesi sono di un incidente o di un suicidio.