IL VIDEO ORIGINALE

50 anni fa la strage del Vajont

A L’Aquila il processo per accertare responsabilità

WhatsApp 328 3290550

Reporter:

WhatsApp 328 3290550

Letture:

3271

LONGARONE. Il 9 ottobre 2013 ricorrono 50 anni dalla strage del Vajont.
Alle ore 22,39, una frana dal volume di centinaia di milioni di metri cubi si stacca dal Monte Toc (provincia di Pordenone) riversandosi nel bacino artificiale formato dalla diga del Vajont, da poco costruita. Dal lago si solleva una prima ondata che danneggia i paesi di Erto e Casso, sulla sponda opposta alla frana, e distrugge alcune frazioni dell’omonimo comune. Una seconda ondata, stimata in 50 milioni di metri cubi d’acqua, supera la diga e precipita nella stretta gola del torrente Vajont; lo spostamento d’aria provocato dalla velocità dell’acqua e poi l’ondata stessa radono al suolo letteralmente il paese di Longarone con molte sue frazioni e danneggiano altri centri vicini. L’acqua si riversa anche nel fiume Piave provocando una grande piena. Al posto dei paesi colpiti resta soltanto una distesa di acqua e fango dalla quale emergono poche rovine; a Pirago, frazione di Longarone, rimane in piedi soltanto il campanile della chiesa. Le vittime sono quasi 2000.

IL PROCESSO AQUILANO
Oltre ad essere una catastrofe di portata nazionale e internazionale, la vicenda del Vajont riguarda indirettamente anche l’Abruzzo: è a L’Aquila infatti che, tra il 1968 e il 1970, si svolsero i processi di primo grado e d’appello relativi alle responsabilità del disastro. Lo spostamento su motivato da “legittima suspicione”.
L'accusa chiede 21 anni per tutti gli imputati (eccetto Almo Violin, per il quale ne vengono richiesti 9) per disastro colposo di frana e disastro colposo d'inondazione, aggravati dalla previsione dell'evento e omicidi colposo plurimi aggravati. Alberico Biadene, Curzio Batini e Violin vengono condannati a sei anni, di cui due condonati, di reclusione per omicidio colposo, colpevoli di non aver avvertito e di non avere messo in moto lo sgombero; assolti tutti gli altri. La prevedibilità della frana non viene riconosciuta.
Il 26 luglio 1970 inizia all'Aquila il Processo d'Appello, con lo stralcio della posizione di Batini, gravemente ammalato di esaurimento nervoso.
Il 3 ottobre la sentenza riconosce la totale colpevolezza di Biadene e Francesco Sensidoni, che vengono riconosciuti colpevoli di frana, inondazione e degli omicidi. Essi vengono condannati a sei e a quattro anni e mezzo (entrambi con tre anni di condono). Frosini e Violin vengono assolti per insufficienza di prove; Roberto Marin e Dino Tonini assolti perché il fatto non costituisce reato; Augusto Ghetti per non aver commesso il fatto.
Tra il 15 e il 25 marzo del 1971 si svolge, a Roma, il Processo di Cassazione, nel quale Biadene e Sensidoni vengono riconosciuti colpevoli di un unico disastro: inondazione aggravata dalla previsione dell'evento compresa la frana e gli omicidi. Biadene viene condannato a cinque anni, Sensidoni a tre e otto mesi, entrambi con tre anni di condono. Tonini viene assolto per non aver commesso il fatto; gli altri verdetti restano invariati. La sentenza avvenne quindici giorni prima della scadenza dei sette anni e mezzo dell'avvenimento, giorno nel quale sarebbe intervenuta la prescrizione.

I RISARCIMENTI
Il 16 dicembre 1975 la Corte d'Appello dell'Aquila rigetta la richiesta del Comune di Longarone di rivalersi in solido contro la Montedison, società in cui è confluita la SADE, condannando l'ENEL al risarcimento dei danni subiti dalle pubbliche amministrazioni, condannate a pagare le spese processuali alla Montedison.
Sette anni dopo, il 3 dicembre 1982, la Corte d'Appello di Firenze ribalta la sentenza precedente.

GLI ATTI DEL PROCESSO E IL SISMA AQUILANO
Oggi gli atti di quel processo si trovano nell'Archivio di Stato di Belluno
I 240 faldoni erano conservati fino al 2009 nell'archivio del tribunale di L'Aquila ma il sisma ha reso impraticabile l'archivio dove le carte erano state portate all'inizio del 2008. I documenti si sono salvati grazie alla cella blindata dell'archivio.
La maggior parte dei documenti non è mai stata riprodotta e in quei 44 metri di scaffali c’è tutta la memoria dell’evento ma anche materiale scientifico di enorme valore. Dalla medicina legale alla geologia, sono molte le discipline che, dal Vajont in poi, hanno fatto un balzo in avanti. Il compito dei bellunesi adesso è riprodurre, catalogare, digitalizzare e diffondere questo patrimonio di conoscenze. Tra qualche anno i faldoni dovranno tornare all’Aquila.

ARCHEOCLUB: «QUELLA VICENDA CI INSEGNA ANCORA TANTO»
«Dopo 50 anni la vicenda del Vajont insegna ancora molto, o almeno dovrebbe», commenta l’Archeoclub d’Italia, sede aquilana. «Tra le tante cose, l’importanza di tener conto della storia e della toponomastica locale quando si pianifica e si interviene in un territorio, coinvolgendo e ascoltando le comunità interessate. Le popolazioni del Vajont erano contrarie alla costruzione della diga in quella zona perché il Monte Toc era noto per la sua instabilità: numerose frane si erano verificate nei secoli e negli anni precedenti al disastro, la più recente nel 1960; il toponimo ‘Toc’, nel dialetto locale, equivale nello specifico a ‘toccato’, ‘fradicio’, proprio in riferimento alla franosità della montagna, tanto che su quel lato della valle non si era mai costruito e i terreni venivano utilizzati per l’agricoltura e i pascoli».
«La ricostruzione di Longarone», continua l’associazione, «cercò di essere il più rispettosa possibile della tradizione locale, pur dovendo riedificare il paese quasi ex novo; si evitarono soluzioni eccessivamente ‘moderniste’ e astratte e, pur nel moderno di sostanza, si adottarono moduli, dimensioni e profili più vicini alla tradizione edilizia locale, in particolare nelle zone del paese storicamente più significative».
Dal 2011 Longarone ha stipulato un patto di amicizia con L’Aquila, «motivo in più per cui», sottolinea L’Archeoclub, «ci auguriamo che la nostra città, il prossimo 9 ottobre, ricordi il disastro sia a livello istituzionale, come Comune amico, sia come comunità, dedicando un piccolo spazio al racconto del Vajont durante le lezioni scolastiche».