L'APPELLO

Abruzzo. Melania: Parolisi smagrito in jeans e giubbotto nero

Scontro sul tesoretto scomparso di 130 mila euro

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L'AQUILA. In jeans e camicia a righe rosse sotto un giubbotto nero, è arrivato ieri all'Aquila per la prima udienza del processo in Corte d'Assise d'Appello poco prima delle 9,00.
Salvatore Parolisi, condannato in primo grado all' ergastolo per l'omicidio della moglie Melania Rea, il 18 aprile 2011 nel boschetto di Ripe di Civitella del Tronto, in aula era insieme ai suoi legali. Fuori una folla di cronisti e tv per un'udienza a porte chiuse dominata dalla richiesta di conferma dell'ergastolo da parte del procuratore generale, Romolo Como. Un uomo che, dopo la condanna in primo grado, al carcere a vita il 26 ottobre del 2012, oggi deve sopportare una seconda richiesta di conferma di quella condanna.
Un uomo «in difficoltà» ma, in lui, ancora la voglia di combattere. Qualcuno lo ha visto dimagrito rispetto a 11 mesi fa. Lui non si perde una parola dell'intervento di parte civile che ha tenuto banco per tutto il pomeriggio, fino quasi alle 18,00. Quindi il faccia a faccia tra Salvatore e i familiari di Melania.
Durante il processo di primo grado, a Teramo, l' atteggiamento «impassibile» di Parolisi per Michele Rea fu «una vergogna, per la sua dignità, per Melania e per sua figlia».
Ieri l'avvocato dei Rea, Mauro Gionni, dice di non aver potuto vedere i volti di Parolisi e dei parenti della moglie. «È chiaro che ogni volta l'atmosfera e le sensazioni si aggiungono a cose che non scompaiono mai». Insistono i familiari di Melania sulla colpevolezza di quest' uomo che faceva parte della famiglia. La mamma di Melania è rimasta a casa, a Somma Vesuviana, con la nipotina. «La richiesta di conferma dell'ergastolo non ci impressiona», ha commentato Nicodemo Gentile, uno dei difensori di Parolisi. E parlando delle condizioni del caporalmaggiore dell'Esercito ricorda che «è un uomo in difficoltà», con un ergastolo sulle spalle e una richiesta di conferma della pena, «ma ancora vuole combattere».

LO SCONTRO SUL TESORETTO SCOMPARSO
E ieri è stato anche il giorno del botta e risposta tra i legali del caporalmaggiore Salvatore Parolisi e il legale della famiglia Rea sul 'giallo' della scomparsa del tesoretto di oltre 130mila dal conto di Parolisi. L'avvocato Mauro Gionni ha spiegato che la famiglia Rea ha presentato una denuncia e che «la Procura di Napoli sta indagando sul fatto se questi soldi siano stati spesi prima o dopo la sentenza di primo grado» che, oltre a comminare l'ergastolo al caporalmaggiore accusato dell'omicidio della moglie Melania Rea il 18 aprile del 2011, lo ha condannato alla provvisionale di un milione di euro per il sostentamento della figlia, alla quale ha sempre detto di voler stare accanto.
«Se i soldi sono stati spesi prima della sentenza non è reato se dopo c'è il reato di sottrazione - spiega ancora Gionni - comunque resta il fatto che non è stato pagato alcun anticipo della provvisionale, neppure sul residuo sul conto».
L'avvocato Nicodemo Gentile, uno dei due legali di Parolisi, replica che non ci sono «prove né sulla sottrazione né prima, né dopo, e non ci sono neppure prove che non abbia pagato la provvisionale».
«Non esistono prove di sparizione del denaro - ha continuato - oltre al fatto che la cosa non ci interessa». Sulla possibilità che con il denaro sia stato pagato il conto dei legali, Gentile ha spiegato che «sarebbe anche una cosa giusta visto che sono due anni e mezzo che lo difendiamo».