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Amato alla vedova Barsacchi «Zitta coi giudici»

Intercettazione pubblicata dal Fatto Quotidiano

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ROMA. In una telefonata del 1990 il neo nominato giudice della Consulta, Giuliano Amato, chiese alla vedova di Paolo Barsacchi, senatore socialista morto nel 1986, di non fare i nomi dei protagonisti di una tangente da 270 milioni di lire.
«La richiesta di tacere che l’allora dirigente socialista fa alla donna», ricostruisce il Fatto Quotidiano che ha pubblicato l’intercettazione, «riguarda le accuse che il partito ha scaricato sul marito, già sottosegretario, morto quattro anni prima. Barsacchi, nonostante non possa più difendersi, è accusato dai vecchi compagni socialisti di essere l’uomo a cui finì la tangente di 270 milioni di lire per la costruzione della nuova pretura di Viareggio. La vedova del senatore, Anna Maria Gemignani, non vuole che il nome del marito, solo perché è deceduto e non perseguibile, finisca nel fascicolo dei magistrati. E minaccia di fare nomi e cognomi».
«È a questo punto che Amato la chiama», spiega ancora il Fq, «e, secondo i giudici, lo fa con uno scopo: evitare “una frittata”, “un capitombolo complessivo del Partito socialista”. I giudici vanno anche oltre e, nelle motivazioni della sentenza che condannerà i responsabili di quella tangente, si chiedono come mai “nessuno di questi eminenti uomini politici come Giuliano Vassalli (all’epoca ministro della giustizia) e Amato stesso, si siano sentiti in dovere di verificare tra i documenti della segreteria del partito per quali strade da Viareggio arrivarono a Roma finanziamenti ricollegabili alla tangente della pretura di Viareggio”».