LA TRAGEDIA

Incidente Genova, le vittime uomini di mare e di porto

Chi sono gli uomini morti nell’incredibile e ancora non chiarito incidente

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GENOVA. Maurizio aveva cambiato il turno con il collega di una vita e al posto suo è andato incontro al destino.
Sergio invece s'era portato la cena da casa per risparmiare qualcosa quando s'é visto piombare dentro la stanza un muro d'acciaio; e Michele anche ieri s'era fatto quei 200 chilometri che da 15 anni separano la sua casa da Genova: una fatica immonda, sopportabile solo con la consapevolezza che quel lavoro era l'assicurazione sul futuro dei suoi due bambini. Sono storie di uomini semplici e onesti, quelle della torre di Genova.
Storie di gente di mare e di porto morta di lavoro e per il lavoro; uomini che hanno scelto di vivere di mare rimanendo vicino alla terra. Te lo dicono i colleghi che sono rimasti feriti e quelli che non c'erano ma sanno benissimo che potevano esserci. Te lo ripetono i portuali, gente dura e forte che stringe i pugni per la rabbia e ti parla guardando da un' altra parte per non vedere lo scempio della torre ridotta ad un cumulo di macerie.
«Là dentro - ti dicono in porto - c'erano padri di famiglia che parlano solo dei figli e ti mostrano orgogliosi la loro foto; gente che si spacca la schiena per portare a casa lo stipendio e ogni giorno teme di perdere il lavoro per colpa di questa crisi maledetta, ragazzi che a vent'anni sono già uomini veri, perché sono dovuti andare lontano da casa centinaia di chilometri per trovare un lavoro. E sono soli».
 Michele Robazza, il primo che hanno trovato morto, era un uomo così. Pilota del porto, 45 anni, era arrivato in banchina alle 16.30. Doveva montare la sera ma abitando a Livorno aveva pensato di anticipare il suo arrivo, in modo da potersi riposare un po'. Così, prima di iniziare il turno si era buttato sulla branda negli alloggi ai piani inferiori dell'edificio. Quando è accaduto l'incidente stava prendendo servizio: l'hanno trovato nel vano dell'ascensore.
«Se n'é andato un amico eccezionale» dicono i colleghi del porto di Livorno, che già pensano a come spiegare questa orrenda tragedia alla figlia di 8 anni e al maschietto di 7. Maurizio Potenza, invece, proprio non doveva esserci in quella torre: il suo turno sarebbe dovuto iniziare più tardi e al suo posto doveva esserci un altro.
«Ho bisogno di un cambio, posso fare il tuo turno?» aveva chiesto lunedì al suo collega Bruno Prinz, che oggi lo racconta con un filo di voce sul molo, guardando quella che doveva essere la sua tomba. Così Maurizio è arrivato in orario e alle 23 era al quinto piano della torre, a svolgere il suo lavoro di telefonista della compagnia piloti. L'hanno trovato lì, in quel restava del suo ufficio distrutto e sommerso.
 I corpi di Daniele Fratantonio e Davide Morella, i due sottocapi della Guardia Costiera, li hanno trovati in acqua durante la notte. Trent'anni Daniele, 33 Davide, l'unico delle sette vittime a non esser nato in riva al mare, avevano appena finito di lavorare quando la Jolly Nero è piombata loro addosso. Giusto il tempo di capire, forse di urlare, tentare una fuga.
«Daniele era competente, serio, disciplinato - dicono gli amici - aveva un'intera carriera davanti a sé».
 Il capo di Prima Marco De Candussio e il sottocapo Giuseppe Tusa erano invece gli uomini della Guardia Costiera cui sarebbe toccato il turno di notte alla centrale operativa, al sesto piano della torre. Avevano appena montato quando è avvenuto l'incidente ed è molto probabile che abbiano capito prima di tutti cosa stesse accadendo, vedendo la nave avvicinarsi sempre di più alle vetrate. 


«Hanno tentato di scappare - racconta uno di quelli che li ha tirati fuori - abbiamo trovato i corpi tra il vano ascensore e quelle che erano le scale. Erano arrivati a metà edificio, ma non ce l'hanno fatta ad arrivare all' uscita».
 Come non ce l'ha fatta Sergio Basso, il cinquantenne genovese in servizio come telefonista dei rimorchiatori. Era accanto a Potenza, al quinto piano, incastrato sotto una scrivania. E lì l'hanno recuperato: accanto aveva una busta con la cena, ancora intatta. Cala la sera sul molo Giano e i soccorritori trovano in acqua il portafoglio e la carta d'identità di Sergio.
 Ma non riescono ancora a trovare i due ultimi che mancano all'appello: il maresciallo Francesco Cetrola, arruolatosi a 20 anni e arrivato a Genova dalla provincia di Salerno, e il sergente Gianni Jacoviello, da La Spezia. Erano anche loro al sesto piano, nella sala operativa, per svolgere il loro lavoro di uomini di mare. Poi è arrivata la nave, lo schianto, il crollo.
«Lo sappiano che sono laggiù, lo sappiamo - dicono i soccorritori - E' tutto il giorno che li cerchiamo ma il mare sembra non volerceli restituire. Ma li troveremo».