Abruzzo/ Crisi Pd. D’Alessandro ancora contro Pezzopane: «è ingiustificabile»

«Ha ceduto ai tweet e i post arrivati su internet, offesa incredibile»

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L’AQUILA. Non si ferma la polemica tutta interna al Partito Democratico abruzzese. 

Mentre a Roma Pierluigi Bersani ha confermato poco fa le sue dimissioni da segretario del partito, in Abruzzo non si placa la faida tra i ‘Grandi elettori’ che hanno partecipato la settimana scorsa all’elezione del presidente della Repubblica.

Torna all’attacco il capogrippo del Pd, in Consiglio regionale, Camillo D’Alessandro che insiste da giorni sulla stessa nota: «la Senatrice Pezzopane ha votato contro l’Abruzzo. E con questo voto lei si è schierata anche contro le ragioni dell’Aquila e dei centri del cratere sismico. Oggi, che avevamo la possibilità di eleggere un Capo dello Stato abruzzese, tra l’altro della provincia dell’Aquila, la Senatrice Pezzopane ha scelto di non sostenere Franco Marini solo per una presunta questione di coscienza che l’avrebbe dovuta indurre a votare anche contro Prodi e Napoletano. In sintesi: ha votato a favore di tutti tranne che per un abruzzese. Credo che sia una posizione ingiustificabile».

D’Alessandro, alla WebTv “InConsiglio” del Consiglio regionale dell’Abruzzo analizza la crisi politica del Pd: «non dovrebbero registrarsi scissioni a livello regionale. Ma – aggiunge nell’intervista televisiva – quando si formerà il Governo, per logica politica, una parte dei parlamentari, e tra questi forse c’è la Senatrice Pezzopane, non voterà la fiducia al nuovo esecutivo che nascerà insieme con la collaborazione del centrodestra».

Il Capogruppo del Pd smentisce divisioni del gruppo consiliare del partito, e sul futuro della coalizione di centrosinistra,D’Alessandro è fiducioso: «Nonostante i disastri dei giorni precedenti, in Trentino Alto Adige vince il Pd, crollano Sel e M5S. Ciò dimostra che esiste tuttavia un mondo reale che è diverso dalla rete dove agisce soltanto una parte dell’opinione pubblica. Purtroppo, larga parte della classe dirigente, soprattutto giovane, l’ho vista impreparata – conclude D’Alessandro – rispetto al ruolo e all’impegno che avevano».

IL DISCORSO DI BERSANI
Intanto poco fa Bersani ha confermato le sue dimissioni e anche lui ha affrontato la questione inerente l’elezione del capo dello Stato. «Si può dire che le elezioni le abbiamo vinte o no ma alla prima prova non abbiamo retto e se non rimuoviamo il problema rischiamo di non reggere nelle prossime settimane e mesi. Insieme a difetti di anarchismo e di feudalizzazione si è palesato un problema grave di perdita di autonomia. Non si pensi che quanto successo sia episodio, c'é qualcosa di strutturale».
«Io ci credo, ho fiducia nel Pd», è andato avanti, «e dopo 4 anni qualche idea me la sono fatta, aspetto di poterne discutere liberamente, fraternamente in un confronto che non tocchi tanto la linea politica ma una profonda riforma del partito. Le mie dimissioni, sono convinto, sono utili al partito per guardare in faccia il problema senza occultarlo illusoriamente».
«Non abbiamo scelto Rodotà», ha poi spiegato Dario Franceschini, «non perché non è un uomo della sinistra ma perché in un sistema non presidenziale decide il Parlamento, non la piazza. Mille, 5000 persone che impongono al Parlamento un presidente non va bene neanche se è S. Francesco».
IL DISCORSO DI BERSANI

Intanto poco fa Bersani ha confermato le sue dimissioni e anche lui ha affrontato la questione inerente l’elezione del capo dello Stato. «Si può dire che le elezioni le abbiamo vinte o no ma alla prima prova non abbiamo retto e se non rimuoviamo il problema rischiamo di non reggere nelle prossime settimane e mesi. Insieme a difetti di anarchismo e di feudalizzazione si è palesato un problema grave di perdita di autonomia. Non si pensi che quanto successo sia episodio, c'é qualcosa di strutturale».

«Io ci credo, ho fiducia nel Pd», è andato avanti, «e dopo 4 anni qualche idea me la sono fatta, aspetto di poterne discutere liberamente, fraternamente in un confronto che non tocchi tanto la linea politica ma una profonda riforma del partito. Le mie dimissioni, sono convinto, sono utili al partito per guardare in faccia il problema senza occultarlo illusoriamente».

«Non abbiamo scelto Rodotà», ha poi spiegato Dario Franceschini, «non perché non è un uomo della sinistra ma perché in un sistema non presidenziale decide il Parlamento, non la piazza. Mille, 5000 persone che impongono al Parlamento un presidente non va bene neanche se è S. Francesco».