L'INTERVISTA

Abruzzo/Franco Marini: «quello che mi hanno fatto è ingiusto e volgare»

E sul Partito Democratico: «ha perso tutta la credibilità»

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ROMA. «Il Pd ha perso tutta la credibilità, tutta».
Lo ha detto ieri Franco Marini in una intervista a Lucia Annunziata. Il senatore abruzzese ha aperto le porte della sua casa nelle campagne romane «dove si è rifugiato dopo la delusione», ha spiegato la giornalista. In mezz’ora ha parlato della situazione disastrosa in cui è finito il suo partito, non se l’è sentita di fare i nomi dei responsabili del pasticcio ma è certo che Bersani sia quello con le colpe minori. Durissimo con il sindaco di Firenze, Matteo Renzi, che nei giorni scorsi lo aveva attaccato duramente, parlando di lui come il simbolo di una casta che i cittadini non vogliono più.
Sul suo caso è stato netto: «non è inaccettabile quanto mi è accaduto, è peggio. E’ volgare e ingiusto. Io ho fondato quel partito, poi ho sostenuto i giovani che sono venuti dopo». Ha detto di non aver compreso a pieno quanto successo e contesta chi, dei suoi, non ha accettato di scendere a patti con il centrodestra: «Bersani ha capito prima di altri che la necessità di guidare il paese imponeva un rapporto, a più bassa intensità possibile, con un’altra forza. Il centrodestra ha preso 10 milioni di voti come noi, anzi noi un po’ di più. Prudentemente Bersani ha tentato di dialogare con Grillo, ma lo ha messo alla porta. Bersani ha capito che vista la gravità del Pese doveva dialogare con Berlusconi».
Marini ha raccontato di aver parlato con il Cavaliere solo nelle ore precedenti la sua votazione e ha chiarito che la sua candidatura «l’ha costruita il Pd. L’ha gestita Bersani e il partito, è venuta fuori come punto accettabile per un dialogo: la cosa era passata all’unanimità. Sono un esperto, gli emissari si saranno visti tante volte». Il senatore abruzzese ha contestato moderatamente «chi voleva sabotare l’accordo con il centrodestra e ora si ritrova questa scelta».

LA DELUSIONE
Incredibilmente, quando ormai sembrava fatta, è arrivata la bocciatura che Marini ha spiegato di non aver compreso fino in fondo: «avevo fiducia perché quando è stato proposto il mio nome gli esponenti del partito hanno votato: c’è stata grande maggioranza: 220 sì e 120 tra astenuti e contrari. Mi pareva ci fosse l’accettazione».
Come ha reagito quando ha visto il risultato finale? «Di battaglie ne ho fatte tante, ho perso pure», ha spiegato. «Non sono caduto, non ho subìto frustrazione, l’ho razionalizzata. Questo è e questo si accetta. Certo non mi ha fatto piacere anche perché vedevo i guai del Pd, Bersani quella sera ha dovuto cambiare i piani per il bene del partito e ha chiamato Prodi. Il dramma dentro di me, come dentro tutte quelle persone ragionevoli del Pd, non c’è stato dopo il mio risultato ma quando hanno chiamato Prodi cambiando strategia. Erano finite le grandi intese». E poi ancora: «Io sono rimasto sbalordito e colpito, sconvolto da come è stato bruciato Prodi. L’hanno applaudito e acclamato. Poi l’hanno richiamato dall’Africa, gli hanno detto ‘vieni che è tutto tranquillo’».

LA MALATTIA DEL PD: «L’OPPORTUNISMO»
Marini non ha nascosto i problemi, ormai evidentissimi: «ci vorrà tempo per recuperare. La malattia è un dilagare di opportunismo che ha toccato i nostri. L’opportunismo che tocca il gruppo dirigente è sconcertante. Si sono rafforzati i potentati».
Nessun nome di chi sta uccidendo il Pd ma una riflessione amara: «la vera colpevole è la mancanza di solidarietà. La rottura su di me io me la potevo anche immaginare, ma su Prodi no». Per aggiustare i cocci rotti «bisogna riconquistare la debolezza che è una colpa collettiva».

RENZI: «AMBIZIONE PERICOLOSA»
Su Renzi un giudizio assai critico: «nel partito non viene mai, non esiste. Lui è un uomo che ha un livello di ambizione sfrenata, parla e non sa quello che dice, parla perché il suo obiettivo è quello di stare in un titolo di giornale. Se non la modera questa ambizione finisce fuori strada, è una mia convinzione profonda. Appoggiava Prodi ma è stato il primo a dire ‘è fuori’, i numeri ce li ha ma se non governa la sua ambizione finisce male».
E su Fabrizio Barca non è poi troppo convinto: «mi è simpatico, ha lavorato un po’ in Abruzzo, è intelligente ma resto di stucco quando dice che il Pd deve restare dove si confrontano socialisti, liberali e cattolici e poi scrive un documento dove ci sono tracce veterocomuniste. Si iscrive al partito ma non si rende conto di una situazione difficilissima, non ha seguito la battaglia di Bersani».
Ultime parole per Walter Veltroni e Massimo D’Alema, oggi entrambi fuori dal Parlamento ma ancora attivissimi, assicura, nella politica nostrana: «non sono fuori, sono attivi e sono dentro, hanno lavorato in questi giorni dell’elezione al Quirinale». Su Grillo non accetta la mancanza di dialogo: «i giovani che stanno lì rappresentano molto e bisogna tener conto di quello che dicono. Grillo per ora non è interessato a quello che facciamo sull’ economia perché l’ Italia brucia, è interessato alla questione politica. Lo capisco, ma penso che si dovrebbe discutere. Quella forza oggi non ha una forza costruttiva allora le risposte le dobbiamo dare noi e chi è disposto a collaborare».

a.l.