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Abruzzo/ Trivelle e petrolio, Chiodi: «eliminare il limite delle 6 miglia»

Conferenza Regioni accoglie istanze

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ABRUZZO. I presidenti delle Regioni chiederanno un incontro al Governo per affrontare il tema delle distanze minime per le trivellazioni off shore.
È quanto deciso dalla Conferenza delle Regioni che ha accolto le richieste della Regione Abruzzo di investire il Governo sulla modifica dell'articolo 35 del Decreto Sviluppo che abroga parte del decreto legislativo 128 del 2010. La materia verrà trattata dalla commissione Energia della Conferenza che stilerà un documento politico che a sua volta passerà all'esame dei presidenti di Regione, per la definitiva richiesta di confronto con il Governo. «Si tratta di una posizione forte dei presidenti di Regione – ha commentato il presidente Chiodi al termine della riunione – che certifica quanto sia sentito il problema delle trivellazioni in mare e quanto si debba intervenire per correggere le anomalie dell'art. 35».
Chiodi ha poi sottolineato il dato che emerso nella riunione dei presidenti di Regione «la condivisione da parte della Conferenza delle Regioni di rimuovere quel vulnus che è stato creato con il Decreto Sviluppo in materia di trivelle off-shore mi sembra un passaggio politico rilevante».
In sede di Conferenza il presidente ha parlato della necessità di «rimuovere il limite delle 6 miglia» inserito nel Decreto Sviluppo entro il quale è possibile fare interventi del tipo di Ombrina mare e reinserire invece la delimitazione contenuta nella precedente normativa Prestigiacomo che spostava a 12 miglia questo genere di interventi. In questo senso le Regioni italiane convengono con questa nostra proposta e nei prossimi giorni ci saranno i passaggi politici necessari per avviare la modifica.

BASILICATA E CALABRIA E QUELLE ESPERIENZE COSì SIMILI
Lo spostamento sul tavolo nazionale delle Regioni della questione Ombrina mare, sulla quale Chiodi ha confermato «la netta contrarietà della Regione Abruzzo», ha fornito ad altre regioni, Basilicata e Calabria, l'occasione per illustrare esperienze simili sulle acque prospicenti i propri territori e facendo emergere dunque che quella abruzzese non è l'unica «vertenza trivelle» in atto.
«Io credo - ha aggiunto Chiodi - che si siano messe in atto delle ottime iniziative politiche che porteranno sicuramente a dei risultati. Dobbiamo anche comprendere che la competenza sull'off-shore è esclusivamente nazionale, ma stiamo svolgendo tutte quelle azioni di natura politica e di proposta legislativa al Parlamento per cercare di contemperare i diversi interessi che esistono tra le Regioni e i governi centrali. Sul territorio, invece, dove abbiamo qualche competenza, abbiamo fatto una legge che da una parte ha evitato l'esame della Corte Costituzionale e dall'altro ha messo in sicurezza e garantito l'integrati del territorio stesso. Sono convinto che stiamo facendo un ottimo lavoro e se c'è bisogno di fare un ricorso giurisdizionale, lo faremo».

LEGAMBIENTE: «SERVE AZIONE CONGIUNTA DI REGIONI E ENTI LOCALI»
Anche la nuova Strategia energetica nazionale accentra ancora di più il ruolo dell’esecutivo lasciando alle Regioni e agli enti locali solo una parte marginale e non vincolante per il rilascio di concessioni.
«Il governo uscente sta cedendo 65 mila kmq di mare alle compagnie petrolifere», commenta il vice presidente di Legambiente Stefano Ciafani, «in nome di una presunta indipendenza energetica che durerebbe appena 7 settimane, stando ai consumi attuali e alla stima delle riserve accertate sotto il mare italiano. La forte accelerazione delle richieste per la ricerca e l’estrazione di petrolio nel mare italiano ci preoccupa molto - prosegue Ciafani - soprattutto se associata agli ultimi atti normativi, che annullano i vincoli per la tutela delle aree marine di pregio e per le coste. Questa deriva petrolifera deve essere assolutamente fermata, a partire dall’abrogazione dell’articolo 35 del decreto sviluppo e delle altre norme pro trivelle. Confidiamo in una forte azione congiunta di Regioni e Enti locali per assicurarsi un ruolo determinante in scelte così importanti per il loro futuro».

ATTIVE 34 RICHIESTE
Ad oggi sono attive nel mare italiano oltre 34 richieste di ricerca per oltre 16251 kmq, 3 istanze di prospezione per un’area di 45mila kmq che comprende praticamente tutto l’adriatico, 13 permessi di ricerca già rilasciati per 5469 kmq e 8 istanze di concessione per altri 732 kmq.
A settembre la Commissione VIA ha rilasciato parere positivo alle richieste avanzate per la prospezione in mare da parte di due compagnie straniere, l’inglese Spectrum Geolimited e la Petroleum Geo Service Asia Pacific con sede a Singapore. L’area interessata riguarda circa 45 mila kmq, praticamente tutto il mar Adriatico da Ravenna fino all’estremo sud della Puglia. In Adriatico centrale, lo scorso 25 gennaio la Commissione VIA ha sbloccato il pozzo Ombrina Mare 002 della Medoilgas a sole 3 miglia dall’istituendo Parco nazionale della costa teatina, nonostante la contrarietà di cittadini e delle stesse amministrazioni locali e della Regione Abruzzo.
La richiesta nel 2010 era stata fermata dai vincoli imposti dal Dlgs 128/2010, perché troppo vicino alla costa, vincoli azzerati dall’articolo 35 del decreto Sviluppo. Nel Canale di Sicilia la Norther Petroleum ha presentato richiesta per allargare i permessi di ricerca in fase di autorizzazione per un’area di oltre 1300 kmq, prima vincolati perché troppo vicini ad aree protette e di pregio e ora di nuovo disponibili alle attività petrolifere. Nello Ionio la Shell è titolare di due richieste di ricerca per oltre 1350 kmq, che hanno già ricevuto parere negativo dalle Regioni Puglia e Basilicata. Il Ministero dello sviluppo economico, con un decreto approvato il 27 dicembre scorso ha esteso l’area di mare da destinare alla ricerca e l’estrazione di petrolio intorno alla Sicilia (Zona C), istituendo una nuova area, “Zona C – settore sud” che occupa un ampio tratto a est dello Ionio Meridionale e a sud-est del Canale di Sicilia».