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Abruzzo. Bondi, Severino, Toto, Letta e Marini: i nomi che si intrecciano sullo scandalo di Bussi

Nell’ultima puntata di Report un approfondimento sui veleni, la gestione dell’emergenza ed il futuro dell’area

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ABRUZZO. Il ministro Enrico Bondi, il collega Severino, la famiglia Toto e la reindustrializzazione e l’emendamento bipartisan Letta-Marini per far pagare la bonifica con i soldi pubblici: tutti a vario titolo incrociano lo scandalo dei veleni di Bussi.

Report di Milena Gabanelli nell’ultima puntata ha approfondito la vicenda del ritrovamento della discarica più grande d’Europa riproponendo temi e informazioni che localmente circolano da molti anni ed hanno riempito le pagine dei giornali dal 2007 quando fu ritrovata ufficialmente la discarica “dimenticata”.
 «Enrico Bondi», ha detto Gabanelli, «si è trovato, la sorte ha voluto, che si trovasse sulla riva di un fiume inquinato e poi dall’altra parte sugli effetti prodotti da quell’inquinamento. Bondi è stato amministratore delegato della Montedison che possedeva lo Stabilimento di Bussi sul Tirino, della Snia Bpd che produceva i pesticidi i cui scarti di lavorazione sono stati trovati nel 2003 dalla centrale del latte di Roma controllata dalla Parmalat, proprio mentre Bondi gestiva la Parmalat.   Abbiamo chiesto a Bondi un’intervista su questo argomento ma ci ha risposto che non è sua consuetudine concedere interviste. Poi c’è Paola Severino, oggi è ministro della Giustizia, nel 1993 avvocato difensore del vice di Bondi nella questione che riguarda le discariche non autorizzate di Colleferro, e fino all’anno scorso difendeva Montedison nel processo di Pescara. Al ministro Severino avremmo voluto fare una domanda semplice: perché in Italia è così difficile applicare una norma chiara: chi inquina paga? La risposta è stata: “da ministro non posso esprimermi su fatti che mi hanno vista coinvolta come avvocato”».
Tra le tante persone intervistate dalla trasmissione anche Giovanni Damiani (Arta) che ha spiegato «Bussi è particolare perché questa discarica si trova in un collo d’imbuto che raccoglie le acque di un terzo della regione. Quindi è esattamente un punto di confluenza di acque che provengono dal Gran Sasso,  dalla Maiella, praticamente gli acquiferi più importanti d’Abruzzo, e proprio lì in questo punto di raccolta che sia un flusso superficiale che un flusso sotterraneo imponente si trova questa discarica che rilascia veleni.   Se noi avessimo chiesto a un terrorista tecnicamente capace e attrezzato di piazzare dei rifiuti chimici in un posto per fare il maggior danno possibile in una regione del centro Italia avrebbe scelto quello».
Il professor fausto Croce dell’università di D’Annunzio di Chieti ha invece spiegato come si sia dato da fare per prelevare campioni di acqua potabile per farla analizzare e capire quali veleni vi fossero dentro.
 «L’esacloretano è stato il filo di Arianna di tutta questa vicenda», ha detto Croce, «perché l’esacloretano ha collegato in maniera inequivocabile la discarica di Bussi all’acqua di rete».

GLI ENTI SAPEVANO
Il giornalista Piero Riccardi ha poi ricordato come il 6 settembre 2004 l’Asl avesse scritto alla Regione comunicando uno stato di inquinamento da tetracloroetilene, tricloroetilene e cloroformio che «pregiudica gravemente la qualità delle acque destinate al consumo umano». L’Aca, che gestisce l’acqua della Val Pescara, tre giorni prima aveva scritto : è «garantita la potabilità grazie alla miscelazione con un’altra sorgente». La Regione Abruzzo sempre in quel periodo ha più volte invitato a i vari enti «a restare discreti» per «evitare - si legge - inutili allarmismi». Un anno e mezzo dopo, giugno 2005, il ministero comunica che la miscelazione di un’acqua pura con un’acqua contaminata è espressamente vietata dalla legge e consiglia di mettere dei filtri. Così la storia continua: nel verbale manoscritto di una riunione a cui partecipano tutti i sindaci della zona, gli enti, il prefetto –fa notare Report- c’è anche un magistrato (il pm Aldo Aceto ndr) che arriva a dire: «siamo al limite della requisizione», e tra parentesi, che «l’acqua non la beve». I pozzi vengono chiusi, si mettono i filtri e dopo un anno riaperti. L’acqua dei pozzi torna in rete e i pescaresi possono tornare a stare tranquilli, come dice il direttore dell’Arta, Gaetano Basti in una vecchia intervista del 2007. Ma come si scoprirà molti anni dopo proprio quei filtri invece inquinavano ulteriormente l’acqua che veniva distribuita in rete.
«Tutto semplice allora», dice il giornalista, «individuato chi inquina , gli si fanno pagare i danni. E’  il principio “chi   inquina paga”  come recita la direttiva europea. Semplice. Ma in Italia quando ci sono interessi economici forti, tutto diventa nebuloso. Dunque, il vecchio proprietario dello stabilimento era Montedison, quello attuale è Solvay, il colosso svizzero della chimica, che compra da Montedison nel 2002, ma nessuno dei due è disposto ora a farsi addossare la responsabilità dell’inquinamento. La Solvay si dichiara truffata dalla Montedison che al momento della vendita non gli avrebbe detto quanto era inquinato il sito. Montedison dice che Solvay era stata informata dell’inquinamento e poi Solvay ha continuato le lavorazioni. Solvay non ci sta e negli archivi ereditati da Montedison scopre questi documenti: 31 agosto 1971. Intestazione: Montedison Spa, Reparto clorometani. Si legge: “il prodotto solido è costituito in massima parte da esacloroetano. Attualmente questi prodotti vengono scaricati al fiume, creando un problema di inquinamento e uno economico. Quello dell’inquinamento è difficile quantificarlo”. Un anno dopo, il 22/2/72 l’ufficio tecnico precisava: “Attualmente le code pesanti dell’impianto clorometani vengono inviate alla discarica e interrate. Tale operazione non è più attuabile per ragioni d’inquinamento, e siamo continuamente pressati dalle autorità locali per l’immediata risoluzione del problema”».
Tra gli intervistati anche il commissario Andriano Goio che ha rivelato di aver inviato una lettera con intimazione a pagare il progetto di 12 milioni di euro alla Montedison per la realizzazione di un secondo progetto di messa in sicurezza della discarica.
Il consigliere comunale di Bussi (Prc) Salvatore La Gatta ha poi spiegato che la Solvay «è venuta qui perché ha comprato l’intero gruppo ex Ausimont che apparteneva a Montedison, però immediatamente già all’atto dell’acquisto dichiarò al sindacato nazionale e locale che comunque Bussi era l’anello debole del gruppo e avrebbe, in modo graduale ma certo, chiuso tutte le attività. Cosa che è iniziata effettivamente dal giorno dopo dell’acquisto».
Oggi sono rimasti tra diretti e indiretti 130-140 dipendenti.
«Ed è qui che si fa avanti Toto», dice Piero Riccardi, «magnate abruzzese: aerei, autostrade, ferrovie. Il suo progetto, costruire un cementificio sul sito di Solvay».
Secondo il sindaco di Bussi, Marcello Chella tra Solvay e Toto c’era un accordo «una due diligence che era registrata a Bruxelles. Quindi c’era una volontà…   una carta d’intenti che le aziende fanno per eventuali accordi di passaggio delle aziende e quindi delle aree».

BONIFICA UGUALE REINDUSTRIALIZZAZIONE: L’EMENDAMENTO LETTA-MARINI
«Riepilogando», chiude Gabanelli, «i nomi delle aziende sono noti, che cosa hanno prodotto pure e sono le stesse sostanze che sono state trovate nel fiume. Quando partono le indagini è inquinato il pozzetto a valle della Montedison, quando parte il processo il pozzetto a monte della Montedison. Ora, siccome il sito è sotto sequestro e le chiavi del lucchetto le ha la forestale ci si chiede, ma è stato un errore, è stato manomesso, o l’acqua va in su? Ora per bonificare ci vogliono 80 milioni, è probabile che se la caveranno con i 12 che servono per impacchettare tutta quella roba. Dopodiché c’è lo stabilimento, alla Montedison è subentrata la Solvay che adesso dice: io me ne vado però in futuro nessuno mi deve chiedere conto se su questi terreni verrà trovato qualcosa che non va e qui si fa avanti Toto, quello dell’ Air one, che durante la vendita di  Alitalia è riuscito a ripianare tutti suoi debiti, e Toto dice: mi prendo l’area dismessa, ci faccio un cementificio e salvo 100 posti di lavoro, ma non mi dovete chiedere di pulire perché non sono stato io ad inquinare e allora chi bonifica? E qui ci pensa un emendamento i cui padrini sono  Gianni Letta e Marini che spostano 50 milioni dai fondi per il terremoto per metterli in una bonifica per reindustrializzare esattamente bonificare per reindustrializzare. In sostanza il commissario pulirà là dove mette i piedi Toto, intorno no però si dirà che alla fine tutto è stato bonificato anche se non è vero».