Venerdì 03 Settembre 2010
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Fangopoli, 25 avvisi di garanzia. Ci sono anche D’Ambrosio e Catena




PESCARA. La Procura di Pescara ha emesso 25 informazioni di garanzia nell'ambito dell'inchiesta denominata "Fangopoli" riguardante l'appalto pubblico e la gestione del depuratore di Pescara e traffico di rifiuti.

LA SCHEDA: TUTTI GLI INDAGATI





Fra gli indagati Bruno Catena Presidente dell'Aca, l'ex presidente dell'Ato Giorgio D'Ambrosio (entrambi coinvolti anche nell’altra maxi inchiesta sulle acqua avvelenate della Val Pescara), Paolo Federico sindaco di Navelli, Giovanni Di Vincenzo della ditta Di Vincenzo Dino & C. L’atto segnerebbe la fine di lunghe indagini andate avanti da quasi due anni.
C’è un pò di tutto nella lunga lista di reati attribuiti ai 25 indagati dell’inchiesta della Procura di Pescara.
Gli indagati devono rispondere a vario titolo di turbativa d'asta, abuso d'ufficio, falsità ideologica, frode in pubbliche forniture, truffa, trasporto e smaltimento dei rifiuti in assenza di autorizzazione, traffico di rifiuti, corruzione per atti contrari ai doveri d'ufficio, corruzione, violazione di sigilli.
L’inchiesta sull'appalto per la gestione del depuratore, la gestione dell'impianto e lo smaltimento dei rifiuti, con traffico dei rifiuti stessi, va avanti da quasi due anni e questa mattina il comandante della Forestale, Guido Conti, ha notificato l’avviso di conclusione delle indagini, coordinate dal pm Aldo Aceto, a tutti i soggetti coinvolti.
Nell'ambito dell'inchiesta nei mesi scorsi sono state eseguite da parte del corpo forestale dello stato perquisizioni e sequestri, questi ultimi in particolare a Pescara, a Navelli, in Toscana, a Marina di Ginosa in Puglia e in Molise.
Che l’indagine fosse partita si sapeva benissimo e si immaginavano anche i risvolti che oggi sono emersi dagli avvisi di garanzia e dalla conclusione delle indagini.
Tra gli altri indagati era finito anche Gaetano Cardano, amministratore della società Biofert, proprietaria dell'impianto di compostaggio di contrada Valle Corina a Navelli; Abdel Majid Al Akhdar, direttore tecnico dell'impianto e Fernando Federico proprietario dei mezzi utilizzati nell'azienda.
Poi ancora Costantino Mangifesta, titolare della ditta di trasporti già coinvolta nell'inchiesta lancianese su rifiuti ritenuti tossici, trasportati dall'impianto della Ciaf Ambiente, nei pressi di Lanciano, e scaricati nel golfo di Taranto.

Nel corso delle indagine si sarebbe così scoperto che i camion ogni giorno portavano a spasso i fanghi non depurati e contenenti una quantità enorme di sostanze nocive all’ambiente e all’uomo e venivano stoccate in provincia dell’Aquila, nella zona alla piana di Navelli, in Puglia e in Toscana.
Il costo giornaliero si avvicinava ai 4 mila euro al giorno.
Un appalto che sarebbe stato reiterato e rinnovato più volte per oltre un decennio.

VICENDA STRETTAMENTE LEGATA AL FANGODOTTO

L’inchiesta conclusa oggi è, infatti, strettamente legata a quella sul fangodotto riaperta dopo una prima archiviazione nel 2001.
La grande opera che agitò il decennio degli anni ’90 partì come grande opera che doveva servire a convogliare tutti i liquami di una serie di comuni del Pescarese. Furono stanziati all’epoca 30 miliardi di lire.
Con una serie di modifiche in corso d’opera l’investimento si ridusse progressivamente fino a concentrarsi sull’impianto più importante del progetto che diventò l’essiccatore di fanghi dai quali si sarebbe dovuto trarre anche economie dalla vendita dei fanghi trattati.
L’impianto però non è mai entrato in funzione e nessuno è riuscito a spiegare dove siano finiti i soldi.
Proprio la mancanza dell’essiccatore di fanghi (impianto connesso al depuratore di Pescara) ha spinto le istituzioni e dunque l’Ato ad appaltare ad una ditta esterna il trasporto dei fanghi da smaltire altrove.
Secondo alcuni calcoli approssimativi il costo complessivo dell’appalto (che si sarebbe potuto evitare se fosse entrato in funzione l’essiccatore) sarebbe di circa 20 milioni di euro finiti nelle casse della ditta Di Vincenzo.

29/05/2008 14.26
LA CORTE DEI CONTI CHIEDE 600MILA EURO AI RESPONSABILI
TUTTO SUL FANGODOTTO


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