L’Aquila, ampliamento zona industriale? Rete Locale: «Stop alla speculazione edilizia»

Alessandro Biancardi

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L’AQUILA. «Mentre la vera ricostruzione è ferma, a L’Aquila, la  speculazione edilizia procede a gonfie vele».

L’allarme arriva da “Rete Locale Stop al Consumo di Territorio L'Aquila” che denuncia l’ennesimo progetto edilizio. Si tratta della «proposta di una variante, avanzata in questi giorni e che sarà sottoposta all’approvazione del Consiglio Provinciale, per  ampliare di cento ettari il nucleo industriale di Sassa».

In poche parole, per accogliere nuovi insediamenti industriali («il Commissario per lo sviluppo del Nucleo, Lorenzo Di Marzio, parla di 150 richieste tra nuovi insediamenti e rilocalizzazioni»), si pensa ad un ampliamento dell’area.  «Difficile da credere», puntella l’associazione,«dal  momento che lo stesso Di marzio nel luglio scorso sosteneva che “senza zona franca (una zona dove non si pagano le tasse), difficilmente sarebbero  arrivate nuove aziende”».

Che cosa sia cambiato non si sa ma il timore di Rete Locale «è che dietro questo ampliamento si nasconda  una  nuova speculazione edilizia». Un modo per tenere sotto controllo la cementificazione selvaggia ci sarebbe.

Se proprio c’è bisogno di nuove strutture, secondo l’associazione «perché  non si fa un censimento dei capannoni vuoti o sfitti, e una rilevazione degli effettivi bisogni di questi spazi e non si utilizzano questi? La priorità deve essere sempre il recupero».

«Non possiamo permettere che a L’Aquila», dice, «si ripetano gli errori già commessi in passato in altre zone terremotate, dove la promessa di un nuovo sviluppo ha portato a una cementificazione esasperata che ha devastato il territorio e  lasciato macerie molto più durature di quelle provocate dal terremoto».

 E infatti proprio qui nel post terremoto su 180 ettari sono stati costruiti i progetti CASE , su altri terreni le “casette” provvisorie, «spesso in zone in cui nemmeno l’ordinanza l’avrebbe permesso, per esempio a ridosso di zone di rispetto o di fiumi».

E non mancano i riferimenti  ad altre aree terremotate, come l’Irpinia, del 1980 dove la smania di industrializzazione ha portato alla costruzione di enorme aree industriali, mai aperte e oggi del tutto abbandonate.  Stesso destino è toccato  alle aree terremotate delle Marche, «ricche di capannoni vuoti».  I rischi che  speculazioni attirino malavitosi e associazioni a delinquere, poi, sono sempre dietro l’angolo.

mb  11/11/2011 14.34