Terremoto. Ingroia:«Società riconducibili a Massimo Ciancimino nella ricostruzione»

Alessandro Biancardi

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Terremoto. Ingroia:«Società riconducibili a Massimo Ciancimino nella ricostruzione»
PESCARA. L’Abruzzo e i Ciancimino (Vito e Massimo). Un legame forte, rinnovato, presente e non solo passato. Oltre al tesoro dell’ex sindaco di Palermo, altre tracce in Abruzzo porterebbero direttamente al figlio del boss.

E' quanto ha rivelato ieri mattina, a margine di un convegno, il procuratore aggiunto di Palermo Antonio Ingroia a PrimaDaNoi.it. Non poche le inchieste che dal capoluogo siciliano conducono dritto dritto in Abruzzo. Come una delle ultime, svolta dalla procura dell'Aquila, che avrebbe fatto luce sugli interessi della famiglia Ciancimino nella nostra regione, dove già il sindaco mafioso aveva reinvestito il proprio tesoro nei settori del gas e del turismo.

«Si sono scoperte società riconducibili a Massimo Ciancimino, o comunque a persone collegate a lui, che operano nella ricostruzione aquilana», ha spiegato il magistrato che ha iniziato la propria carriera nel pool di Falcone Borsellino.

Un Abruzzo visto come una terra promessa dalla criminalità organizzata, o meglio, come ha detto Antonio Ingroia, «una terra adatta per il reinvestimento del denaro sporco sia perché ci sono più possibilità, sia perché c'è meno attenzione perché si pensa che sia regione immune da queste infiltrazioni». Difficile avere la dimensione del fiume di denaro che dalla Sicilia si riversa nella nostra regione ma tantissime inchieste della magistratura (oltre a quelle giornalistiche) evidenziano i collegamenti tra la mafia e l'Abruzzo. Riciclaggio, dunque. Ma forse troppo presto per parlare della presenza di un sistema verticistico e ben organizzato.

Non però un pericolo lontano, antico, sorpassato come può sembrare se parlando di mafia si pensa alle stragi del ‘92 e del ‘93, ma un fenomeno che materializza ogni giorno agli angoli delle nostre strade sotto forma di esercizi commerciali, locali per il divertimento, palazzine.

«Nessun riscontro» ha riferito Ingroia, invece, è stato dato in sede di indagine, sul presunto fatto che l'esplosivo impiegato nella strage di via D'Amelio dove sono rimasti uccisi il giudice Paolo Borsellino e la sua scorta, provenisse dall'Abruzzo.

Duro il parere di Ingroia sul futuro decreto legge sulle intercettazioni: «rispetteremo le decisioni del Parlamento, ma metteremo i cittadini in guardia perché i cittadini saranno più indifesi perché le intercettazioni sono state fondamentali per qualsiasi inchiesta, anche la più piccola».

Dell'immunità votata dal Parlamento per il Ministro Romano, indagato per concorso esterno in associazione mafiosa, qualcuno ha detto che è stato un chiaro segnale alla mafia, è così anche per lei?

«Non vorrei esprimermi su questo», ha risposto il procuratore aggiunto, «l'unica cosa che voglio sottolineare è che in questo caso come in altri si è detto che i politici sono vittime di una persecuzione da parte della magistratura. In questo caso, la richiesta di archiviazione e il processo è stato frutto di un provvedimento del Gip di imputazione coatta. Così in un colpo solo si sfatano due luoghi comuni: il primo che non c'è un intento persecutorio, il secondo che i Gip non si appiattiscono sulle decisioni dei Pubblici ministeri».

BORSELLINO: «POTREBBERO TORNARE LE STRAGI»

Presente all'incontro organizzato dall'associazione “Espressione Libre” presso la Facoltà di Architettura di Pescara, anche Salvatore Borsellino, fratello del giudice Paolo, ucciso il 19 luglio 1992. Salvatore Borsellino da anni ormai incontra migliaia di studenti e giovani in giro in tutta Italia

Dopo anni di silenzio, è tornato a parlare, anzi ad urlare la sua «rrabbia» attraverso il web e le piazze riuscendo a catalizzare intorno a sé il popolo delle Agende rosse, in ricordo dell'agenda che il giudice Borsellino aveva sempre con sè e poi sparita nel nulla dopo l'attentato. Un'agenda che potrebbe contenere alcune verità scomode, come la presunta esistenza della trattativa tra Stato e mafia.

«Ora c'è una situazione molto simile a quella del ‘92», ha spiegato Salvatore Borsellino, «quando con l'inchiesta Mani Pulite si era dissolto il sistema della Democrazia cristiana. Allo stesso modo ora va dissolvendosi un altro sistema di potere. Quando si passa da un equilibrio all'altro, potrebbero esserci delle stragi». «Anche se ora i magistrati si uccidono in un'altra maniera», ha aggiunto, «basta avocargli un'inchiesta o si mettono i bastoni tra le ruote in altri modi, ma potrebbero tornare i modi passati». E poi giù a parlare come un fiume in piena per due ore piene dell'attuale capo del governo «che pensa a difendersi dai processi e non nei processi» e dell'inconsistenza di una minoranza «immobile», fino a sfociare in un “mea culpa”.

«Avevo creduto in un partito (Italia dei Valori, ndr) perché lo credevo composto da persone oneste e mi ci ero avvicinato», ha confessato, «mi ero avvicinato soprattutto ai giovani di quel partito che facevano parte delle Agende rosse. Tutto questo fino a quando in Campania hanno appoggiato il candidato della sinistra, De Luca, indagato per mafia». «Per me la sinistra si è fermata ai tempi di Berlinguer», ha chiosato Borsellino aggiudicandosi gli applausi della sala gremita e anche del consigliere comunale e regionale di Rifondazione Comunista, Maurizio Acerbo, seduto in prima fila.

DI NISIO: «MECCANISMI MASSONICI NEGLI ENTI PUBBLICI»

Folta anche la rappresentanza dell'Italia dei Valori con la presenza del senatore Alfonso Mascitelli, del consigliere regionale Carlo Costantini e del vice presidente del consiglio comunale di Pescara, Fausto Di Nisio che ha portato alla platea i saluti dell'amministrazione cittadina.

«Mi sento a disagio», ha esordito Di Nisio, «perché oggi devo rappresentare la classe politica che secondo alcuni “incoraggia la diffusione di comportamenti negativi”. Io non ci sto. Bisogna cambiare questa condizione e per farlo bisogna guardare il malaffare che si annida nelle nostre città. Quelle famose “cabine di regia” che non sono una cosa positiva, ma segno di mal costume e corruzione». «Sono stato in un ente pubblico molto importante e vi posso dire che i meccanismi e le tecniche per l'amministrazione della cosa pubblica sono massonici», ha affermato Di Nisio gelando gli studenti, «ma è colpa nostra che non partecipiamo alla vita pubblica. Solo colpa nostra».

Una partecipazione richiesta in modo accorato anche da parte del procuratore Ingroia: «noi abbiamo bisogno di voi. C'è una solitudine istituzionale grave e crescente», ha concluso prima di essere letteralmente assaltato da giovani pacifici in cerca di una dedica o di un autografo.

«Ma guardate che non siamo delle star».

 m.r.   01/10/2011 8.39