Processo Grandi Rischi: 275 testimoni, una udienza a settimana

Alessandro Biancardi

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L'AQUILA. Una sessantina di parti civili, la maggior parte familiari delle vittime, 275 testimoni e la calendarizzazione, a partire da sabato primo ottobre, di una udienza a settimana per velocizzare i tempi.

Si vuole infatti evitare, lo ha sottolineato il giudice, Marco Billi, che il processo duri due o tre anni. Già dai numeri emersi dalla prima udienza si è avuta chiara la complessa ed imponete portata del processo alla commissione Grandi Rischi, il filone della maxi inchiesta sul terremoto che ha fatto balzare all'attenzione nazionale ed internazionale il risvolto giudiziario del tragico evento del 6 aprile 2009.

Alla sbarra sette tra scienziati dei terremoti e vertici della protezione civile nazionale; sono i componenti della commissione Grandi Rischi che, secondo l'accusa, non lanciarono l'allarme sottovalutando lo sciame sismico in atto da mesi: quei messaggi rassicuranti al termine della riunione che si svolse all'Aquila il 31 marzo 2009, cinque giorni prima della tragica scossa che causò la morte di 309 persone, per i pm non fecero adottare precauzioni alla popolazione.

Dei sette imputati l'unico a presentarsi in aula è stato il vice capo della protezione civile, Bernardo De Bernardinis, originario di Ofena (L'Aquila): «Lo dovevo al luogo, ai miei concittadini».

Gli altri imputati sono Franco Barberi, presidente vicario della Commissione Grandi Rischi, Enzo Boschi, all'epoca presidente dell'Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia, Giulio Selvaggi, direttore del Centro nazionale terremoti, Gian Michele Calvi, direttore di Eucentre e responsabile del progetto C.a.s.e., Claudio Eva, ordinario di fisica all'Università di Genova e Mauro Dolce, direttore dell'ufficio rischio sismico di Protezione civile.

 MURO CONTRO MURO DELLE DIFESE

 Nelle quattro ore di udienza si è avuto un assaggio del muro contro muro tra le difese da una parte e il giudice ed i Pm dall'altra. Primo scontro sulla velocizzazione del processo con i difensori d'accordo ad una udienza al mese. «Se facessimo un'udienza al mese, per fare questo processo con 300 testimoni ci vorrebbero due o tre anni. Non posso e non voglio», ha spiegato Billi che poi ha aggiunto: «I ritmi serrati non vanno a scapito dell'approfondimento», avvertendo che il primo ottobre si lavorerà dalla mattina alla sera.

Il giudice, contrariamente alle richieste delle difese, ha anche deciso di procedere spedito con il processo principale, indipendentemente da quelli satelliti attivati dalle opposizioni alle richieste di archiviazione fatte dal pm Fabio Picuti, alle istanze di costituzione di altre parti civili.

A tale proposito, sono stati esclusi Codacons e Codici, non senza le rimostranze dei legali. In un'aula piena zeppa di persone, si sono segnalati per la grande compostezza e dignità i familiari delle vittime che hanno fatto commenti solo alla fine. Ribadendo la necessità di avere giustizia.

Il presidente dell'associazione 309 martiri, Vincenzo Vittorini, ha lodato il decisionismo del giudice Billi parlando di atteggiamento «istrionico» della difesa. Anche il procuratore capo, Alfredo Rossini, ha sottolineato che il lavoro é teso alla ricerca della giustizia.

«Quello che cerchiamo è la verità a 360 gradi», ha detto Massimo Cinque, medico, che perse la moglie e due figli piccoli e si salvò solo perché era in servizio all'ospedale di Sulmona. «Ci sono responsabilità a livello più alto, ma anche più basso della Commissione grandi rischi. Speriamo che non finisca tutto come accade in Italia a tarallucci e vino».

Tra i numerosi addetti ai lavori - forze dell'ordine e avvocati - c'é stato grande interesse con la sottolineatura che il processo non tende a stabilire che la commissione grandi rischi avrebbe dovuto prevedere il terremoto, ma che quell'organismo avrebbe dovuto attivare ogni iniziativa utile per allertare la popolazione e sollecitare l'attivazione di un piano, da parte degli enti, in modo da attuare il maggior numero di precauzioni possibili.

Lo ha evidenziato Antonietta Centofanti - presidente dell'Associazione "Vittime della casa dello studente": «Se non ci avessero detto 'state tranquilli', ci saremmo attenuti alla cultura aquilana di uscire dopo le scosse forti».

Fuori dalla cittadella giudiziaria la vita è proseguita come sempre, con il problema quotidiano della ricostruzione e la dignità e discrezione di una popolazione che, così come avvenne in occasione del sisma, ha mantenuto la compostezza. Un comportamento simile a quello avuto in occasione di precedenti processi nei quali imputati erano costruttori e progettisti negligenti.

 21/09/2011 8.49