Ricostruzione L'Aquila, nessuno sa quanto tempo ci vorrà

Alessandro Biancardi

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L'AQUILA. Le decisioni di palazzo, la ricostruzione commissariata e i tempi incerti: una fetta di aquilani chiede ancora di dare una svolta alla fase post sisma.

L'AQUILA. Le decisioni di palazzo, la ricostruzione commissariata e i tempi incerti: una fetta di aquilani chiede ancora di dare una svolta alla fase post sisma.

Nei giorni scorsi il vice commissario Antonio Marchetti, ha ammesso che date certe sulla rinascita della città non ve ne sono. Nessuno sa quando la ricostruzione potrà dirsi finita. Il centro storico sarà ricostruito in 5-10 anni? Oggi meglio non azzardare. Anche perchè lo scoglio è difficile da superare: il cuore del capoluogo di regione raso al suolo dal sisma del 6 aprile va rimesso in piedi pezzo per pezzo.

«Ricostruire la città è una impresa e chi la porterà a termine rimarrà nei libri di storia», ha detto sempre Marchetti.

Intanto il sette luglio scorso L'Aquila è stata percorsa nuovamente da quel filo di rabbia di chi da troppi mesi protesta e ha ancora la forza di avanzare richieste.

Una forza che non si esaurisce nonostante i cittadini in questa tragedia siano stati poco ascoltati. Una forza che forse, però, sta scemando vista anche la scarsa partecipazione popolare.

«La contestazione del Gonfalone del Comune», secondo la Sinistra Ecologica, «ha riaperto in città un dibattito sul rapporto tra istituzioni e cittadini e hanno evidenziato il paradosso di una cittadinanza che chiede compattamente la fine del commissariamento per restituire potere alle istituzioni locali, ma nello stesso tempo esprime tutta la propria sfiducia nella loro efficienza, nella loro capacità di risolvere i problemi sociali ed economici del post-terremoto e di indicare una strada possibile per una ricostruzione sociale, fisica e del lavoro rapida, trasparente, sicura e di qualità».

E la prossima primavera la città dovrà scegliere anche un nuovo sindaco. La paura è dunque che per i prossimi 10 mesi si pensi più alla campagna elettorale e ai proclami piuttosto che alla ricostruzione vera e propria. E' stato evidente anche qualche sera fa quando è arrivato in città per la festa del Pd il segretario Pierluigi Bersani. A suon di «vergogna, vergogna» la città ha chiesto concretezza e di mettere da parte la demagogia politica; ha chiesto di non spendere soldi per opere inutili, faraoniche e pericolose (si parlava di Tav) ma di ricostruire L'Aquila perchè sarebbe un'opera «non solo utile ma assolutamente necessaria».

«Prima il lavoro poi le case e poi le chisese», ripetono dal 3e32 con un'amara constatazione: «a L'Aquila tutto è andato storto, tutto va al contrario. Loro vogliono chiese e caserme, noi lotteremo per le case, non vi illudete».


«Il modello che attualmente sovradetermina la ricostruzione del territorio e del capoluogo abruzzese è lo stesso che fu introdotto in occasione del grave terremoto in Molise nell’ottobre del 2002», sostengono esponsabile del Gruppo Regionale PD sulla Ricostruzione Di Pangrazio, del capogruppo PD D’Alessandro. «Come allora abbiamo gli stessi protagonisti e la stessa struttura commissariale: ad oggi in Molise, dopo ben 9 anni, la ricostruzione è ferma al 30%. Lo stesso avviene per l’Abruzzo dove la ricostruzione incontra difficoltà e mostra i segni del fallimento, bisogna correggere subito. Se pensiamo alla differenza di dimensione tra i due eventi sismici, che in Abruzzo ha colpito un’intera provincia, compreso il capoluogo di Regione, ci rendiamo conto dell’inconsistenza e dell’inefficienza di tale modello».

13/07/2011 10.06