Beni personali recuperati nelle case crollate, da due anni si aspetta la restituzione

Alessandro Biancardi

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Beni personali recuperati nelle case crollate, da due anni si aspetta la restituzione
L'AQUILA. Il Comune de L'Aquila ha in custodia circa venti scatoloni con beni di diverso valore recuperati negli edifici crollati a causa del tragico sisma del 6 aprile 2009.

Ma da diversi mesi l'Ente comunale non dà risposte a quanti chiedono di poter rientrare in possesso di questo materiale, tra cui gioielli, denaro, libri, fotografie, «che può avere un importante valore affettivo»: tutto ciò perché il Comune non è ancora riuscito a trovare uno spazio, sicuro, dove esporre i beni recuperati e permettere ai cittadini di riconoscerli e riprenderli.

A denunciare la situazione è Mariella Riccobono, che abitava in via XX Settembre 123, una palazzina crollata dove ci sono stati dei morti.

La Riccobono vuole che la questione diventi pubblica: parla a nome di altre persone che hanno la stessa esigenza e chiede con forza che le istituzioni provvedano a trovare «una soluzione semplice e immediata vista l'enormità del tempo trascorso, mostrando così anche una certa vicinanza affettiva a noi cittadini».

«Il materiale è custodito dal Comune di L'Aquila, sotto la diretta responsabilità dell'ingegnere Renato Amorosi del settore Opere Pubbliche - spiega la Riccobono - Venuta a conoscenza di questo dallo scorso anno, dal mese di novembre scorso ho cercato ed incontrato varie volte il dottor Amorosi per saper come potessi e potessero i cittadini aquilani riappropriarsi di beni eventualmente riconosciuti come propri. Purtroppo - continua la cittadina - è tuttora impossibile poiché, a detta del dottor Amorosi, il Comune non ha luoghi adatti per effettuare queste restituzioni e non c'é uno spazio sicuro dove esporre gli oggetti di valore. Io stessa ho suggerito varie possibilità, utilizzare uno spazio in una caserma, utilizzare un qualsiasi tendone esponendo solo le foto dei preziosi, ecc,, ma fino ad oggi, cioé, ripeto, dopo più di due anni dal sisma ancora non si provvede nonostante la molteplicità e facilità di soluzioni. Inoltre, ho personalmente riscontrato che molti cittadini, che sarebbero confortati dal ritrovare qualcosa dei loro cari, non sono a conoscenza di tutto questo».

Solo in un paio di pacchi ci sarebbe l'indirizzo degli edifici dove sono state recuperati i materiali. Negli altri c'é solo l'elenco degli oggetti ritrovati.

Altre proteste arrivano dai dipendenti dell'azienda territoriale per l'edilizia residenziale (Ater) dell'Aquila denunciano il fatto di essere ancora costretti a lavorare in container a oltre due anni dal sisma del 6 aprile 2009 e chiedono con forza ai vertici aziendali di risolvere al più presto «una situazione non più accettabile».

Il personale riunito in assemblea alla presenza delle rappresentanze sindacali unitarie, ha prodotto un documento consegnato ai vertici aziendali, nel quale si invita gli organi decisionali a «trasferire gli uffici, anche provvisoriamente, in uno o più fabbricati, anche in fitto, il tutto prima dell'estate».

Questa presa di posizione si contrappone alle intenzioni dell'azienda che sta pensando all'acquisto di un'area con la conseguente costruzione di una nuova struttura.

Il personale evidenzia il fatto che la permanenza all'interno dei container «comporta danni fisici e psichici dovendo lavorare in ambienti malsani e angusti - scrivono i dipendenti dell'Ater - con numerosi spostamenti da un container all'altro per poter adempiere a parte del lavoro quotidiano».

I dipendenti denunciano anche la «presenza nelle immediate vicinanze di un ripetitore ed antenne con conseguente irradiamento di onde elettromagnetiche notoriamente dannose per la salute».

In tal senso, il personale chiede ai vertici di dare mandato all'Arta ed Asl di effettuare misurazioni.

 06/06/2011 15.55