POST TERREMOTI

Terremoto. New Town, il ‘miracolo’ aquilano diventa l’incubo di Amatrice

Popolazioni e sindaci dicono no al ‘modello L’Aquila'

WhatsApp 328 3290550

Reporter:

WhatsApp 328 3290550

Letture:

886

progetto case arischia

L’AQUILA. «Le New Town aquilane sono state la scelta giusta. Se oggi cadono a pezzi è perché non c’è stata una adeguata manutenzione, perché il sindaco Massimo Cialente ha stracciato un accordo con la Manutencoop e questi sono i risultati».

Ne è convinto Guido Bertolaso, deus ex machina (insieme a Silvio Berlusconi) del post sisma aquilano del 2009 e riapparso nei giorni scorsi in tv dopo il terremoto che ha sventrato il Centro Italia.

Ma sarà proprio così?

In Abruzzo la visione è ben diversa e oggi anche da Amatrice a Arquata volgono lo sguardo verso l’Aquilano: le popolazioni colpite dal sisma (2.500 sfollati) dicono no al ‘modello L’Aquila’ e chiedono sistemazioni provvisorie nelle unità in legno, sul modello di Onna, per capirci.

Si aspira, dunque, al Map, modulo abitativo provvisorio, ad un unico piano, dai 40 ai 70 metri quadri a famiglia e interamente realizzato in legno.

Per ognuno di qeusti si richiedono venti giorni di lavoro e circa 50mila euro di spesa per 40 metri di casa, con un costo di circa 1.400 euro a metro quadro. Anche nelle zone distrutte dalla scossa del 24 agosto, la consegna potrebbe avvenire in tre mesi.

Ne servirebbero circa 700 per il costo di 35 milioni di euro. Da stabilire le aree di insediamento.

Dunque i villaggi 'new town' secondo lo schema che ha prevalso per comodità nella ricostruzione di tutti i paesi intorno a L'Aquila, sembra scongiurato.

«Orrori da periferia», come li ha ribattezzati qualche giorno fa il critico d’arte Vittorio Sgarbi che chiede piuttosto di prendere come esempio il borgo di Santo Stefano di Sessanio, sempre in provincia de L'Aquila, dove quello che è rimasto in piedi è quello che era stato restaurato con il lavoro di Walter Mazzitti e Daniele Kihlgren.

Ma oggi Bertolaso, ex numero uno della Protezione Civile (attualmente medico in Sierra Leone) continua a difendere quanto è stato fatto. «Noi abbiamo consegnato case e map al Comune e abbiamo consentito a 50mila persone, entro il 31 gennaio 2010, appena nove mesi dopo il terremoto, di avere un alloggio senza dover abbandonare la propria terra», ha ricordato qualche sera fa in tv.

Ma i terremotati non ne sono convinti e continuano a dire no ad un esodo di massa.

Anche Graziano Delrio, in un'intervista al Corriere della Sera, si è detto contrario alle new town e ha assicurato che ogni decisione sarà concertata e concordata con i sindaci del territorio.

«Ogni terremoto ha la sua storia, non voglio giudicare le scelte fatte nel 2009 all'Aquila. Però stavolta a decidere saranno i sindaci. E credo che tutti preferiranno ricostruire il proprio paese lì dov'era», ha detto.


LE CASETTE DI BERLUSCONI

Insomma dalle parole del ministro pare che non ci sarà quella ricostruzione calata dall’alto tanto contestata a L’Aquila quando le proteste della popolazione sradicata dal proprio territorio vennero coperte dal sensazionalismo mediatico delle ‘casette di Berlusconi’, presentate come ricche di tutti i comfort (la famosa torta di benvenuto nel frigo insieme alla bottiglia di spumante).

Vennero tirate su in tempi record, lavorando anche di notte. Le prime chiavi vennero consegnate in pompa magna e davanti alle telecamere dei tg nazionali il 29 settembre del 2009 (compleanno di Berlusconi), ovvero a 5 mesi dal sisma.

Anche il prezzo finale è da annoverare tra i record: alla fine il costo medio al metro quadro fu di 2.800 euro, cifra giudicata da molti eccessiva dal momento che il prezzo medio di costruzione per una casa di livello medio-alto è di 1.500 euro al metro quadro e quelle del “Progetto case” non sono case costruite in cemento armato.

L'Ara,  l'associazione per la ricostruzione dell'Aquila, elaborò una relazione comparativa tra i costi del progetto Case e quelli di altre soluzioni logistiche, come i moduli abitativi provvisori.

Il risultato fu sconcertante e l'associazione di Massimo Manieri evidenziò come la spesa delle abitazioni antisismiche temporanee avesse «prodotto un risultato aberrante in termini di investimento per la comunità», soprattutto se «si considera che tali somme sono state di fatto sottratte alla vera ricostruzione e non hanno risolto il problema abitativo provvisorio».


I NUMERI INCREDIBILI

Ma quanto è stato speso?

880 milioni di euro se ne sono andati per i 184 edifici, per un totale di circa 4.500 appartamenti per circa 18.000 persone.

Ci sono poi i 120 milioni di euro per la gestione delle tendopoli, 170 milioni per le strutture ricettive, 50 milioni per gli affitti e l'autonoma sistemazione in case private.

E poi un altro milione e mezzo da spendere per sostenere coloro i quali non troveranno sistemazione nelle C.A.S.E. sino a dicembre.

Una cifra enorme pari a 1.220 milioni di euro.

Secondo l'associazione Ara questi soldi sarebbero stati sufficienti per sistemare «in tempi ridotti ad un terzo, 48 mila persone, ovvero l'intero fabbisogno, in circa 14 mila moduli abitativi provvisori (tipo abitazioni in legno o moduli removibili ad alto contenuto tecnologico del tipo A)».

Solo per le case antisimiche sono stati spesi 710 milioni di euro.

La cifra è comprensiva di costo delle lavorazioni, delle opere di urbanizzazioni e delle spese tecniche ed amministrative, con la sola esclusione dei costi del prezzo di esproprio dei siti di ubicazione.


CROLLO DEI BALCONI

Nonostante i prezzi da abitazione di lusso  fin da subito i residenti hanno segnalato varie criticità.

Secondo i dati del Comune dall'aprile al dicembre 2013 sono state quasi 1200 le richieste di intervento per manutenzione straordinaria, praticamente 5 al giorno.

A Sassa una residente per quasi un anno e mezzo denunciò infiltrazioni che infracidirono tutta la parte alta del bagno ma anche la parte bassa della zona giorno e di una delle due camere da letto.

E poi il caso eclatante dei balconi crollati: 800 quelli messi sotto sequestro dalla Procura che sul caso ha aperto una indagine:   500 gli appartamenti coinvolti delle frazioni aquilane di Sassa, Arischia, Cese di Preturo, Collebrincioni e Coppito.

A finire nei guai, con le accuse, a vario titolo, di truffa aggravata ai danni dello Stato da 18 milioni di euro, frode nelle pubbliche forniture e falso in atto pubblico, tutti coloro che avevano partecipato alla filiera autorizzativa e di costruzione del Progetto C.a.s.e., tra cui dirigenti e tecnici comunali, oltre agli imprenditori che avevano vinto l'appalto, progettisti e collaudatori.


SARA’ TUTTO DEMOLITO?

E che fine faranno quelle abitazioni quando tutti potranno tornare nelle proprie case?

Il sindaco Cialente rispondendo alle accuse di Bertolaso ha detto che il progetto Case «va demolito», una opzione che era stata già tirata in ballo nei mesi scorsi. Ma di chi è la colpa se quelle abitazioni cadono a pezzi? E’ veramente colpa della mancata manutenzione?

«Quando compro un’automobile», ha spiegato Cialente, «devo fare manutenzione, nel senso che cambierò l’olio, metterò la benzina, sistemerò all’occorrenza i freni e la convergenza. Ma se ci sono difetti strutturali, se è guasto il motore o scoppiano da soli gli airbag, come è successo a mio figlio, cosa posso fare? Se Bertolaso comprasse una casa e dopo pochi anni a questa cadesse un balcone, se la prenderebbe con se stesso o convocherebbe la ditta che l’ha costruita? D’altra parte hanno avuto problemi solo 20 piastre su 167, se si fosse trattato di cattiva manutenzione sarebbero crollati tutti i balconi del Progetto Case e non solo alcuni».


IL VICE DI BERTOLASO

Ma in queste ore non solo Bertolaso è tornato sotto i riflettori ma anche l’allora vice Bernardo De Bernardinis,  condannato a due anni per omicidio colposo e lesioni a causa del disastro de L’Aquila, condanna resa definitiva nello scorso novembre dalla Corte di Cassazione.

De Bernardinis oggi è presidente del cda dell’Ispra, l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale e la sezione aquilana di Possibile, il movimento che fa capo a Pippo Civati, è dura per quel ruolo che oggi lo vede tra i consulenti apicali della Protezione Civile.

Lo stesso De Bernardinis dopo la condanna aveva invece raccolto la solidarietà di alcuni senatori del Partito Democratico (Stefano Vaccari e Massimo Caleo), dopo che la Cgil aveva già espresso dubbi sulla legittimità del ruolo che proprio De Bernardinis continua a ricoprire come presidente dell'Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale.

Lo stesso De Bernardinis querelò l’ex consigliere regionale dell’Idv Carlo Costantini e PrimaDaNoi.it per alcune dichiarazioni del politico nell’ambito della complicata e poco nobile vicenda della gestione dell’emergenza del porto di Pescara.

Alla fine però proprio l’ex numero due della protezione Civile fu chiamato a pagare solo le spese di giudizio.