A PROCESSO

Sisma L'Aquila, inchiesta Casalesi. Due patteggiamenti. Sparisce il metodo mafioso

Rinvio a giudizio per altri 8 indagati

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 Ricostruzione L’Aquila, Idv: «una commissione d’inchiesta sul cratere»




 


L'AQUILA. Primi verdetti con 2 patteggiamenti, un proscioglimento e 8 rinvii a giudizio, per gli imprenditori aquilani accusati, a vario titolo, di estorsione e intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro con il coinvolgimento del clan camorristico dei Casalesi nell'inchiesta "Dirty job".

Ieri, nel corso dell'udienza preliminare, due noti costruttori del capoluogo, Dino Serpetti ed Elio Gizzi, già presidente dell'Aquila Calcio, hanno patteggiato 1 anno e 8 mesi di reclusione ciascuno dopo avere risarcito con 30 mila euro i 19 operai sfruttati in modo illecito.

Un altro imprenditore, Marino Serpetti, fratello di Dino, è stato prosciolto su richiesta del pubblico ministero di questo procedimento, David Mancini, che ha coordinato le indagini eseguite dalla Guardia di finanza con il Servizio centrale di investigazione sulla criminalità organizzata (Scico) di Roma e il Gruppo d'investigazione sulla criminalità organizzata (Gico) del capoluogo.

Per questi imprenditori le accuse che negli anni scorsi fecero clamore, si sono ridimensionate. «Il processo si chiude con un danno penale minimo, ma quello d'immagine resta - commenta l'avvocato Stefano Rossi, legale di Gizzi -. Sono cadute le aggravanti del metodo mafioso, però la scelta del patteggiamento è stata abbastanza forzata per contemperare alcune esigenze, in particolare per tentare di uscire dall'interdittiva antimafia, un provvedimento amministrativo che resta di sicuro finché c'è un processo penale».

Per gli altri imputati, sia pure con accuse molto diverse, il giudice per l'udienza preliminare Flavio Conciatori ha invece disposto il rinvio a giudizio in tribunale, con processo che comincerà il prossimo 5 dicembre.

Gli imputati sono Alfonso Di Tella, Domenico e Cipriano Di Tella, imprenditori casertani ma da molti anni all'Aquila, accusati di una serie di estorsioni e intimidazioni; Michele Bianchini, ingegnere di Avezzano, socio dei Di Tella e tecnico della loro azienda, accusato di intermediazione illecita nella manodopera. Accuse di peso minore pendono su Giuseppe Santoro, amico di Di Tella, Francesco Ponziani ed Emiliana Centi: gli ultimi due si sarebbero attribuiti la titolarità di un'auto di lusso e di una moto per eludere norme fiscali a favore di Santoro. Reati fiscali sono contestati, infine, a Gianna Di Carlo.