GIUSTIZIA A PAROLE

L’ex procuratore de L’Aquila Cardella fa carriera ma la giustizia rimane al palo

Oltre le macerie del terremoto ci sono quelle della giustizia che fatica

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Fausto Cardella

Fausto Cardella

 

L'AQUILA. La Procura della Repubblica dell' Aquila sarà retta come facente funzione dal pubblico ministero Stefano Gallo, come pm più anziano. L'avvicendamento è stato automatico. Inizialmente, l'addio del procuratore Fausto Cardella, proposto all'unanimità a capo della procura generale di Perugia dal Plenum del Consiglio superiore della magistratura, che poi ha ratificato nei mesi scorsi la nomina, era stato programmato per metà del prossimo mese di maggio in modo da non far rimanere per troppo tempo senza vertice titolare una procura che insiste in un territorio alle prese tra l'altro con la ricostruzione post terremoto; ma poi c'è stata una decisa accelerazione.

Tanto che Cardella è andato via senza poter salutare colleghi e collaboratori: mercoledì e giovedì prossimo sarà all'Aquila per questo scopo. Per il capoluogo abruzzese il successore di Cardella si conoscerà, secondo una stima, nel giro di tre mesi.

In particolare, il prossimo 4 aprile scadranno i termini per la presentazione delle domande al bando emanato dal Csm.

«Il 4 aprile si avrà una idea delle domande e poi si vedrà», ha tagliato corto Cardella che sui tempi di partenza verso Perugia nei mesi scorsi aveva detto di essere un servitore dello Stato.

E per lo stesso Cardella «sono stati tre anni e tre mesi professionalmente esaltanti e molto interessanti, non sono arrivato qui con la valigia pronta perché L'Aquila era per me un punto di arrivo. Sono andato via dopo aver avuto una di quelle offerte irrinunciabili: non si può rifiutare una promozione a procuratore generale e per giunta nella propria città».

Cardella, 65 anni, di origini siciliane ma trapiantato a Perugia, dove vive con la famiglia, proprio in quella città nei giorni scorsi ha assunto l'incarico di procuratore generale presso la corte d'Appello.

Nella sua carriera, tra le altre cose, ha lavorato in Sicilia, in particolare a Caltanissetta dove, nel 1992, è stato impegnato per un anno alle indagini sulle stragi di Capaci e via d'Amelio.

«Lascio una buona situazione, secondo me ottima, nel senso che ho la convinzione, la speranza, l'auspicio, che il gruppo di lavoro che si è costituito con me, sia magistrati sia forze investigative, possa benissimo continuare a lavorare come prima, forse anche meglio, a prescindere dalla mia presenza, trattandosi di persone esperte, responsabili, capaci di svolgere il proprio compito. Sono convinto che l'attività non subirà rallentamenti», ha detto all'Ansa.

 Entrando nel merito dell' attività, secondo Cardella, «dal punto di vista investigativo ho visto che i processi importanti innescati dal mio predecessore (Alfredo Rossini, ndr) sono andati a compimento e in gran parte a buon fine».

«Sono stati messi in cantiere altri procedimenti, ad esempio, quello sull'infiltrazione del clan dei Casalesi, sul caporalato e tutto il resto - ha spiegato ancora - altre iniziative verranno portate a compimento, speriamo in tempi celeri. Lascio comunque una situazione migliore anche come organizzazione, in tal senso confido molto nella realizzazione di questo sistema Crasi (Centro ricerca e analisi per lo sviluppo investigativo) creato grazie al fatto che la Dia ha creduto in noi. Il gruppo di lavoro è affiatato ed efficace - ha concluso - ci sono le premesse per produrre i risultati per i quali è stato creato».

«La città ha dei punti di sofferenza per la dispersione di punti di riferimento che, soprattutto sui giovani, ha una influenza negativa», ha aggiunto, «invece la ricostruzione del centro storico sembra sia avviata, le speranze ci sono, gli auspici sono buoni, si tratta di continuare e accelerare, se possibile».

Al di là delle frasi di circostanza fin troppo edulcorate la realtà che vive il capoluogo è diversa perché il terremoto del 6 aprile è stato solo la prima delle grandi tragedie che hanno scosso quel fazzoletto di terra.

Gli scandali sono iniziati già quella notte stessa riassunti emblematicamente con le risate di due imprenditori che si fregavano le mani in vista degli appalti che avrebbero ottenuto. E di sperperi, corruzioni, tangenti, appalti pilotati e di impunità sfacciata se ne sono visti fin troppi. Molti altri fatti rimarranno seppelliti e coperti anche dalle macerie della giustizia aquilana che fatica per ragioni organizzative e amministrative e pure qualche volta ha portato alla luce scandali infiniti ai quali non sempre sono seguiti processi e sentenze esemplari, eque e giuste.

Molti fatti pure venuti alla luce grazie alle cronache dei giornali spesso sono rimbalzate sui muri di gomma delle archiviazioni o delle lungaggini che più di una volta hanno caratterizzato la giustizia aquilana del post 2009 e a sette anni molti processi sono ancora in corso.

L’ultimo esempio di brutta giustizia è quello che riguarda la formale “irreperibilità” dell’imputato Guido Bertolaso impegnatissimo nella sua corsa al Campidoglio, presente in tv e nelle piazze ma “irrintracciabile” per la giustizia.

Il sentore di salvaguardare le più alte sfere che sono entrate in contatto con la ricostruzione, del resto, si è avuta fin dai primi momenti del post terremoto. E così è stato.