APRILE 2009

La giustizia nel cesso: le lungaggini asfaltano lo scandalo dei bagni chimici di Bertolaso

Acquistati bagni per far fronte a 100litri di escrementi al giorno per persona

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La giustizia nel cesso: le lungaggini asfaltano lo scandalo dei bagni chimici di Bertolaso

L’AQUILA. Altra inchiesta evaporata nonostante le pesantissime ipotesi di frode nei primissimi appalti post terremoto ai tempi di Bertolaso.


Dopo quasi sette anni si è tenuta la prima udienza utile - in primo grado - sulla gestione dei bagni chimici nelle tendopoli del cratere aquilano. Il gup Guendalina Buccella ha rinviato a giudizio Marta Dainelli, mentre per Cristina Galieni e Sonia Morelli, della Sebach, la società che aveva ottenuto l’appalto dalla Protezione civile, è stata pronunciata sentenza di non luogo a procedere perché il fatto non sussiste.

Frode in pubbliche forniture è l’unico reato contestato.

Per il Comitato 3e32 - unico ad averne fatto richiesta - la magra soddisfazione di aver ottenuto la costituzione di parte civile in un processo che si prescriverà prima della prossima udienza, fissata per il 21 ottobre. Per gli sfollati - e per l’opinione pubblica - non ci sarà nessuna verità giudiziaria su come sono stati spesi, dal Dipartimento di protezione civile, decine di milioni di euro per i bagni Sebach nelle tendopoli del cratere: è stato pagato un servizio per cui ogni ospite delle tendopoli poteva produrre 100 litri al giorno di deiezioni solide e liquide.

«L’inchiesta sui bagni chimici è scandalosa e merita di essere raccontata bene e dall’inizio», dice Angelo Venti di Libera che per primo ha denunciato anomalie nell’affidamento diretto in emergenza, «E’ una storia che la dice lunga sulla fine che stanno facendo molti dei processi legati alla gestione dell’emergenza post terremoto e alla ricostruzione. Le indagini partirono nelle prime settimane del post terremoto su segnalazioni raccolte dal presidio aquilano di Libera. Nel 2012 la conclusione delle indagini e la divisione in due tronconi dell’inchiesta: a Roma si procede per falso e a L’Aquila per truffa in pubbliche forniture. Già la semplice divisione del processo ha contribuito a disinnescare la sua portata dirompente, avviandolo verso le secche e lo spiaggiamento, in attesa delle prescrizioni.  Il troncone romano si conclude velocemente, dopo una richiesta di archiviazione, con dei proscioglimenti. Nel tribunale del capoluogo abruzzese, invece, si sono tenute poche udienze: le prime quattro sono state tutte rinviate o per difetti di notifica o perché il Pm non si è presentato in aula. La quinta, si conclude con il rinvio degli atti alla procura per riformulare i capi d’imputazione. Ieri la prima udienza utile con i rinvii a giudizio, la prossima udienza è fissata al 21 ottobre: nel frattempo, scatterà la prescrizione. E così, dopo un fiume di soldi, a finire nel cesso sarà il processo».

CACCA A PESO D’ORO

L’affare è di dimensioni colossali, ripercorre oggi Angelo Venti di Libera.

 Il costo preventivato dal Dipartimento di protezione civile per i bagni chimici è una parte consistente delle spese della prima emergenza: 33 milioni di euro, quasi un quarto dei fondi per il mantenimento delle tendopoli. Arriva a 4mila il numero dei bagni presenti nelle tendopoli del cratere, al prezzo di noleggio di 23,40 euro ciascuno, comprensivo di una pulizia giornaliera. Il Dipartimento decide però di strafare, e richiede altre 3 pulizie aggiuntive giornaliere, facendo lievitare il costo a quasi 80 euro per ogni singolo bagno: cioè una spesa totale di quasi 320mila euro al giorno per i soli bagni chimici (l’emergenza aquilana è durata circa sei mesi). Un servizio decisamente eccessivo, quello richiesto dal Dipartimento di Bertolaso: ogni ospite delle tendopoli poteva produrre fino a 100 litri al giorno di pipì e popò.

Libera segnala quanto sta avvenendo a diverse forze dell’ordine, a mettersi al lavoro è la squadra mobile guidata da Salvatore Gava, che acquisisce tutte le notizie e il materiale raccolto.

Ma sulla strada della giustizia sono stati molti gli ostacoli istituzionali. 

«I primi bastoni a infilarsi tra le ruote degli inquirenti arrivano subito», racconta Venti, «non dalle ditte, ma dalle istituzioni, sotto la forma di ordinanze e decreti. Il 13 maggio 2009, il Dipartimento di protezione civile emana la ordinanza n. 3767 mentre la Commissione territorio, ambiente e beni ambientali del Senato il giorno prima aveva accolto l’emendamento n 9100.
Le motivazioni e l’utilità dell’ordinanza risultano ancora ignoti, quello che invece è certo è che la stessa produce solo la deroga alle leggi che impongono la tracciabilità dei rifiuti. Abolito l’obbligo della tracciabilità dei liquami dei bagni chimici, viene meno anche la possibilità per gli inquirenti di riscontrare il numero effettivo degli interventi di pulizia, che contribuiscono a far lievitare enormemente i costi (da 24,50 euro a quasi 80 al giorno per ogni bagno). Non solo. Senza tracciabilità, gli sversamenti illeciti, che già erano stati segnalati, diventano anche molto più semplici e quasi impossibili da accertare».
Per difendersi da una querela ricevuta dall’allora Prefetto Franco Gabrielli, il responsabile del presidio aquilano di Libera ha presentato al Dipartimento una serie di richieste di accesso agli atti, compresi gli atti formativi di quest’ordinanza. Si è chiesto, in sintesi, di sapere quali sono stati i motivi per cui è stata emanata.
Tali richieste  hanno avuto tutte esito negativo.
 
LE SCOPERTE DEGLI INVESTIGATORI
La Mobile però va avanti. Azzoppati dall’ordinanza che li priva di uno strumento fondamentale di controllo, gli uomini della mobile, tra mille difficoltà, non si scoraggiano e proseguono comunque le indagini. Effettuano controlli, pedinamenti, sono costretti a cronometrare i tempi di pulizia, acquisiscono documenti. Raccolgono prove che le quattro pulizie al giorno richieste (e pagate) dal Dipartimento non sono state effettuate, che ci sono palesi violazioni agli obblighi contrattuali, che non viene rispettata la legge sul subappalto, che molti documenti sono contraffatti, che funzionari e tanti capi campo non avrebbero controllato e vigilato sullo svolgimento del servizio.
 
In una informativa della Mobile dell’Aquila emerge una prima ipotesi di reato nell’assegnazione dell’appalto: «Le condotte potrebbero essere indicative della tendenza, da parte della stazione appaltante, a favorire l’Ati Sebach nell’aggiudicazione del bando».
 Il reato sarebbe stato consumato a Roma, sede del Dipartimento presso cui si è svolta la gara d’appalto.
Ma è nell’esecuzione dell’appalto, che si materializzerebbe l’ipotesi di truffa e di una serie di altri reati, consumati quasi tutti a L’Aquila, nel corso dell’emergenza.
«L’Ati Sebach – si legge nell’informativa della polizia - servendosi di ditte affiliate, ha fatto risultare un numero di operazioni di pulizia dei bagni chimici maggiore di quelle effettivamente compiute nei diversi campi nel periodo post sisma, in relazione ai tempi minimi calcolati per lo svolgimento di tali operazioni».
E nella relazione si avanza anche un altro terribile sospetto: “è di gran lunga più probabile che i veicoli impegnati nello smaltimento liquami trasportassero sostanze differenti da quelle per il quale il servizio era stato disposto».
 Una conferma in tal senso arriverebbe dalle dichiarazioni informali di Cristina Galieni (procuratrice della Sebach e imputata in questo processo), che riferisce di aver appreso dai loro “controllori” che durante l’emergenza sisma «tutta Italia veniva a scaricare a L’Aquila sostanze non meglio specificate».
Questo sul fronte delle ditte che gestiscono l’appalto. Ma anche sul versante dei rapporti tra queste ditte e il Committente pubblico, cioè il Dipartimento di protezione civile, il panorama che emerge dall’informativa è da far tremare i polsi.
«sS evidenzia che pressoché tutta la documentazione acquisita è stata prelevata a Roma presso il Dipartimento ove era custodita in modo non catalogato, alla rinfusa dentro alcuni scatoloni. Ciò ha comportato – scrivono gli agenti – tempi lunghi per l’analisi pregiudicandone inoltre la completezza».
 
LA CONFUSIONE DELLE CARTE
Ma anche molte delle carte comunque rinvenute, secondo gli agenti, sarebbero compilate in modo incompleto: «L’esame documentale ha permesso di rilevare, in riferimento ai rapporti d’intervento (che costituiscono documentazione facente fede per la richiesta dei pagamenti), che un’aliquota considerevole non è stata compilata per intero. Numerosi rapporti sono privi di nominativo, delle indicazioni sui servizi svolti, degli orari, dei campi e delle sottoscrizioni. Almeno in due rapporti d’intervento risultano contraffatte le firme del responsabile dell’area di accoglienza».
 Cristina Galieni, procuratrice Sebach, riferiva agli agenti che «il pagamento del servizio reso sarebbe stato retribuito da parte del Dipartimento come da contratto, senza verifica delle operazioni effettivamente svolte».
Per i rapporti tra Dipartimento e ditte appaltanti, gli agenti mettono nero su bianco: «E’ evidente che a monte, oltre ad un accordo preordinato e finalizzato a rendere non intelligibili quei dati, vi è stata una scarsa (per non dire totale assenza) vigilanza da parte di quel personale preposto al controllo delle operazioni, proprio a fronte della spesa presunta che quel Dipartimento avrebbe dovuto sostenere giacché si aveva la consapevolezza sia del quantitativo dei bagni installati sia delle operazioni di pulizia che venivano indicate (ma non effettuate)».