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Monsignor D’Ercole: «non sono un intrallazzatore»

Il prelato in tv: «L’Aquila è la nuova Pompei»

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Monsignor Giovani D'Ercole

Monsignor Giovani D'Ercole

L’AQUILA. Monsignor Giovanni D’Ercole è stato protagonista ieri sera della trasmissione ‘Gli Intoccabili’ su La7 di Gianluigi Nuzzi.


L’AQUILA. Monsignor Giovanni D’Ercole è stato protagonista ieri sera della trasmissione ‘Gli Intoccabili’ su La7 di Gianluigi Nuzzi.
Al centro della puntata i segreti del Vaticano, le speculazioni e la presunta corruzione dento le mura della città stato. Dalla Santa Sede questa mattina è arrivata la secca smentita a quanto messo in onda e si annunciano azioni giudiziarie contro il giornalista.
Nella seconda parte della trasmissione è stato protagonista monsignor Giovanni D’Ercole, vescovo spedito dopo il terremoto del 6 aprile a L’Aquila. Con lui Nuzzi ha parlato non solo del futuro della città terremotata (che secondo D’Ercole «è nero») ma anche dell’inchiesta sui fondi Giovanardi che hanno coinvolto la Fondazione di cui anche la curia aquilana faceva parte. Pochi giorni fa nell’ambito di quel procedimento i magistrati hanno chiesto il rinvio a giudizio di D’Ercole per rivelazione si segreto istruttorio. «Dimostrerò l’infondatezza di quelle accuse», ha ripetuto ieri sera. «I magistrati non hanno prove ma hanno fatto solo una deduzione. Una deduzione sbagliata. Ho incontrato Traversi ma non gli ho detto niente».
«Noi siamo fatti per le anime, il denaro è uno strumento», ha spiegato il vescovo in studio. «Ribadisco che io non sono indagato per la truffa… e menomale non sarei capace. Non so se c’è stato un progetto preciso di colpirmi, rispetto i magistrati come ognuno deve essere rispettato. Il binomio chiesa- affari rischia di portarci tutti nella mischia e io non ho la faccia di un affarista».

«QUANDO CI SONO I SOLDI E’ DIFFICILE AVERE LE MANI PULITE»
«Denaro e chiesa è binomio necessario?», ha chiesto Nuzzi. «Senza soldi che fai?», ha risposto d’Ercole.
Monsignor Marcinkus sosteneva che la Chiesa non si amministra con le Ave Maria e il vescovo ammette di essere in parte dello stesso avviso: «si amministra con le Ave Maria e con i soldi. Santa Teresa diceva così: ‘con le parole di Dio si fanno tante cose, con i soldi si fa tutto’. I soldi sono uno strumento. Io non amministro soldi, fortunatamente, non sono un amministratore ma un pastore di anime. Ma molte volte per chi amministra è difficile la gestione. Quando uno tocca qualcosa è difficile rimanere con le mani pulite. Ci vuole un impegno grandissimo…il denaro è una grande tentazione e una grande risorsa».
«Per lei quando è stata una grande tentazione?», ha chiesto il giornalista. «Mai», ha assicurato D’Ercole, «non ho mai amministrato soldi». 

CHIESA E TRASPARENZA
Perché la parte finanziaria della chiesa non è trasparente? Perché i bilanci non vengono resi pubblici?
«Secondo me», ha detto D’Ercole, «la chiesa avrebbe da guadagnarci in tutti i sensi a pubblicare i bilanci, perché la gente direbbe ‘ah sì? Allora ti do una mano e ti aiuto’».
Perché non avviene?
 «Non lo so», ha ammesso, «ma se un domani avrò una qualche responsabilità gestionale, oggi sono ausiliare, la prima cosa che farò è questa, perché più si è trasparenti e più si aiuta la gente a capire. Comunque i bilanci vengono affissi nelle bacheche della parrocchie, nei bollettini delle diocesi. Non so perché lo Ior non pubblichi i propri bilanci ma ripeto, sarebbe utile e proficuo per noi farlo». 

L’INCHIESTA: «IO TRITATO DAI GIORNALI»
Si è poi passato al capitolo dell’inchiesta sulla fondazione. «Sono un uomo che vuole dare ordine, ho cercato in tutti i modi di sistemare le cose insieme alla fondazione di programmazione: questa fondazione è nata non per gestire soldi ma per mettere in rete permanente tutti quanti».
«Se dietro di me ci sono collaboratori disonesti io non c’entro», ha continuato riferendosi a Cavaliere e Troiano, arrestati nell’ambito dell’inchiesta della procura aquilana.
I due al telefono dicevano ‘prendiamo i soldi e spariamo…’. Lui non si è mai accorto di niente. «Ho appreso quelle frasi dal giornale dopo l’arresto». Se le avesse sentite prima «sarei intervenuto e dato due schiaffoni».
Troiano e Cavaliere, assicura, «non li vedo da settembre. Non sono abituato a giudicare prima della fine delle indagini. In Italia c’è questo brutto vizio, io penso che potrebbe finire tutti in una bolla di sapone e me lo auguro. In questo momento sono in attesa. Spero per il bene dell’Aquila che questo si risolvi e che loro riescano a giustificare che non hanno fatto reati, sarebbe un bene per tutti».
Nel caso contrario, nel momento in cui dovesse arrivare qualche sentenza di condanna «io mi costituirò parte civile», ha assicurato il vescovo. «Finchè non verranno chiariti i fatti io mantengo le distanze con gli indagati ma non li giudico e non mi sento di condannarli».

L’AQUILA COME POMPEI
«Soffro per l’immobilità della città», ha continuato. «Se i comuni si fossero messi tutti d’accordo a lavorare oggi, invece che a discutere di questo saremmo a inaugurare edifici nuovi. Invece i soldi sono ancora a Palazzo Chigi e non li vedremo più».
La situazione della città «se non si danno una mossa» rischia di bloccarsi: «quella è la nuova Pompei . Insieme si mettano a lavorare, lascino da parte gli interessi politici. Io sono portavoce della gente semplice che ha bisogno di politici che pensino al bene comune. Vedo tanta gente depressa e sto male quando la sera vado a letto e mi rendo conto di non poter far nulla per loro».
«Non sono un intrallazzatore», ha detto ancora. «Tutte le sere prima di andare a dormire dico ‘Signore aiuta L’Aquila. Mi piange il cuore per il centro storico, vorrei che non fosse così…Se tutta la sofferenza che ho passato serve a far capire che bisogna mettersi insieme e lavorare in una unica direzione per il bene della città allora sarò felice».
a.l.