L'AQUILA

Quando D’Ercole chiese 12 milioni a Giovanardi: «tieni la barra ferma»

Il pressing del vescovo sul sottosegretario

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Giovanardi e D'Ercole

Giovanardi e D'Ercole

Nuova intercettazione pubblicata sul sito Repubblica.it.

L’AQUILA. Nuova intercettazione pubblicata sul sito Repubblica. It.
Era luglio 2010: il vescovo ausiliare Giovanni D’ercole si raccomandava via telefono al sottosegretario Carlo Giovanardi per far ottenere dei fondi alla onlus ‘Solidarietà e sviluppo’ fondata dalla diocesi. Si tratta proprio di quella fondazione dietro la quale, secondo la procura de L’Aquila che ha indagato per diversi mesi e già chiuso l’inchiesta, si nascondeva una truffa da 12 milioni di euro.
I due principali indagati sono Gianfranco Cavaliere, 32 anni, medico dell'Aquila, e Fabrizio Traversi, 62, romano dipendente della presidenza del Consiglio dei ministri. I due sono accusati di tentativo di truffa, millantato credito ed estorsione, a Traversi viene contestato anche il peculato: secondo i pm aquilani, avrebbero tentato di distrarre fondi attraverso un sistema di onlus, associazioni e fondazioni, ingannando, tra le altre cose, rappresentanti istituzionali e sindaci.
La Fondazione è nata con lo scopo di acquisire fondi idonei alla realizzazione di progetti per i Comuni del cratere. Nei mesi scorsi si erano già dimessi i vescovi Giuseppe Molinari e Giovanni D'Ercole che poi, saputo dell’inchiesta, hanno sostenuto di essere stati «inconsapevolmente imbrogliati». Proprio D’Ercole, però, è stato indagato nell’ambito della stessa inchiesta per aver rilasciato false dichiarazioni nel corso di un interrogatorio e aver messo al corrente il professor Traversi, finito ai domiciliari qualche giorno dopo, che c'era un'inchiesta sulla Fondazione. Lui si è sempre detto estraneo ai fatti contestati: «sono sincero e ho fiducia nella magistratura». «Non ho rivelato alcun segreto», è tornato a dire ieri in una intervista a LA7, «verrà dimostrato così come è stato dimostrato che non è vera l’accusa di falsa testimonianza che mi era stata contestata. Se tutto sarà dimostrato… quando tutto sarà finito… quando non ci sarà più alcun reato da contestare allora sì che bisognerà vedere chi mi ha attaccato e perché».

LA TELEFONATA
La telefonata intercettata e pubblicata da Repubblica.it risale al luglio 2010: le indagini della procura aquilana erano partite esattamente due mesi prima. Il vescovo pressa Giovanardi per ottenere 12 milioni di euro che il sottosegretario era riuscito ad accantonare nel decreto Abruzzo per la ricostruzione.
«La situazione a L’Aquila è molto difficile», dice D’Ercole al sottosegretario. «E’ complicata… diventa difficile. Siccome, è ovvio, che con questo nostro progetto (la Fondazione, ndr) daremo fastidio a qualcuno, mi raccomando tieni la barra ferma…»
«Ma ti immagini…», replica Giovanardi, «io ho solo bisogno che chi può darmi il disco verde, che è il commissario di governo, mi dica spendi …e io vengo lì con i soldi cash..»
«Il commissario di governo troverà tutti i cavilli», lo avverte D’Ercole. «Se trova tutti i cavilli io che posso fare?», domanda Giovanardi. E D’Ercole insiste: «il problema sono il commissario e il vice commissario: la ragione di fondo è che vedono che quello che dovevano fare loro, ma non lo hanno fatto, lo fanno altri…»
«Siccome sono venuto giù sei mesi fa a fare una conferenza stampa», risponde il sottosegretario, «io porto pazienza ancora un po’, poi torno a L’Aquila chiamo tuti i giornalisti e dico: ‘scusate sono 13 mesi …forse 14…che devo spendere 12 milioni per L’Aquila ma non li posso ancora spendere’…altro che carriole o non carriole… è veramente una cosa incredibile….comunque io aspetto ancora un po’…poi…sollecito il commissario anche tramite Cavaliere che è qua».
Ed effettivamente qualche mese dopo Giovanardi arriverà a L’Aquila minacciando addirittura di incatenarsi se i soldi non fossero arrivati a destinazione.
«Noi abbiamo tutti i progetti pronti», assicura D’Ercole. «Io ho polemizzato con Cialente ma a me andare contro uno del Pdl non fa problema…ci metto due secondi , proprio non me ne può fregar di meno».