Cialente: «Berlusconi mi disse ''l'università è morta, puntiamo sul turismo''»

Alessandro Biancardi

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L'AQUILA. «Berlusconi mi disse: "sindaco, mettiti l'animo in pace, punta sul turismo, l'università è morta. Se mio figlio mi dicesse di voler venire a studiare all'Aquila, lo legherei alla sedia''».


Il Giornale della Protezione Civile.it ha intervistato il sindaco Massimo Cialente che ha raccontato le ore immediatamente successive al dramma e i lunghi mesi dopo il sisma fino alla manifestazione del 7 luglio, quando a Roma alcuni aquilani sono stati feriti a manganellate dalle forze dell'ordine.
Ha sottolineato il ruolo chiave dei volontari (17.500 persone, gente meravigliosa, bravissima, anche molto molto preparata, con ottime attrezzature e professionale) e il vero dramma italiano: «siamo lo Stato della cura e non della prevenzione».
Il dolore tra i più forti provati in questi mesi è la morte dei 55 studenti universitari: «erano figli affidati a questa città dai genitori, per me è la cosa peggiore, è una pagina che la città non si può perdonare».
Poi la scelta di ripartire proprio dall'università: «è stata decisiva», racconta Cialente, «dai primi due incontri con Berlusconi. Ricordo che Berlusconi, alla luce della tragedia della Casa dello Studente mi disse: "Sindaco basta, chi vuoi che faccia venire i propri figli a studiare in questa città, mettiti l'animo in pace, punta sul turismo, l'università e morta". Sarà stato il 7 o l'8; il giorno dopo mi disse, non lo scorderò mai: "Se mio figlio mi dicesse di voler venire a studiare all'Aquila, lo legherei alla sedia". La Gelmini è stata brava, lei e il Ministero, perché hanno capito che potevamo farcela, abbiamo fatto quest'università molto temporanea, abbiamo avuto la sospensione delle tasse per 3 anni, è chiaro che in questo momento siamo un po' in rianimazione, intubati, abbiamo recuperato circa 27.000 iscritti, non che io sia assolutamente ottimista, però le facoltà sono rimaste, quasi tutti i laboratori sono ripartiti».
Giornate intense e difficili, come quelle trascorse insieme agli aquilani a manifestare contro il pagamento delle tasse.
«Quando all'Aquila decisero di andare sull'autostrada», racconta ancora Cialente, «mi presi la responsabilità io, avvertii le forze dell'ordine, dissi di denunciare me, infatti verrò processato fra due anni, ma fu una cosa pacifica». E poi gli scontri del 7 luglio: «trovammo il drappello antisommossa».
Ma cosa è successo in quelle ore? Cialente ha lanciato una ipotesi: «gli incidenti sono successi perché molta gente non sapeva come comportarsi in un corteo. Io so come funziona un corteo, quali sono le regole per rapportarsi con le forze dell'ordine, invece loro non capivano come si permettessero di non farli passare, quindi spingevano perché erano indignati dal fatto che ci fosse la polizia che gli negava il diritto di andare a difendere se stessi, questo non è stato capito. Forse dovremmo fare un corso per spiegare cosa sono la celere e i caschi verdi, perché a menare furono i caschi verdi».
Un anno dopo il G8, insomma, «dai riflettori della piazza, dell'amore, siamo stati picchiati, è kafkiano. Io me le sono cercate perché mi sono messo in mezzo, ma sono arrivati a picchiare anche il sindaco, con la fascia tricolore e poi non credo che ci fosse qualcuno che non sapesse chi io fossi. Anche Lolli, che è un deputato di 60 anni, è stato proprio pestato, caricato apposta. Mi hanno fatto proprio male, la notte non riuscivo nemmeno a scendere dal letto».

BERTOLASO A MONTESILVANO

E stamattina è tornato a parlare del terremoto aquilano anche Guido Bertolaso, a Montesilvano per il conferimento del premio Guido Carletti per la solidarieta'.
«A L'Aquila l'emergenza di protezione civile e' sicuramente passata, si e' conclusa nel momento in cui di fatto dalla costa gli aquilani sono tornati verso casa, anche se magari non tutti saranno ancora in casa, ma soluzioni erano state garantite per tutti. Oggi a L'Aquila c'e' un'emergenza di altro genere», quella di «carattere sociale, di carattere organizzativo, di carattere economico che devono essere risolte dalle autorita' che a livello locale hanno le responsabilita di intervenire sapendo che lo Stato, e sono sicuro anche il Governo, non li ha lasciati e non li lascera' mai da soli».
Sulla macchina dei controlli per evitare le infiltrazioni del clan dei Casalesi «tutto ha funzionato bene. C'è stato un meccanismo - ha proseguito- molto importante messo in piedi dalla prefettura de L'Aquila con tutte le forze dell'ordine, la magistratura e i magistrati della direzione distrettuale antimafia, voluto dal ministro dell'interno subito dopo il terremoto e controllato anche dalla commissione nazionale antimafia quando e' venuta a L'Aquila alcuni mesi fa».
Per Bertolaso «si sta dimostrando che sono stati quegli interventi e quelle misure efficaci per evitare che i malintenzionati entrassero nel business della ricostruzione. Almeno fino ad oggi le cose - ha concluso- sono andate sicuramente molto bene».

24/07/2010 13.18