Quartiere Banca d'Italia, «la Protezione Civile snobba la nostra pratica»

Alessandro Biancardi

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STORIE DEL DOPO SISMA. L'AQUILA. Si avvicinano le feste natalizie ma per l'Aquila non sarà un Natale uguale agli altri. La Protezione Civile a breve lascerà l'Abruzzo e forse potrà partire anche la vera ricostruzione.

Proprio in questo clima cominciano ad emergere decine di storie differenti: storie di disagio, di difficoltà, di montagne da scalare da soli. Tanti gli appelli che arrivano anche alla nostra redazione e che raccontano realtà tutte diverse e che lasciano presagire la lunga strada, tutta in salita, che gli aquilani dovranno compiere per tornare alla normalità.
Un nuovo disperato appello lo lanciano degli inquilini del quartiere Banca d'Italia.

Secondo la denuncia dei residenti la Protezione Civile «non intende prendere atto di ben due ordinanze del Comune dell'Aquila» in cui si dispone la sopravvenuta inagibilità delle palazzine del Quartiere “Banca d'Italia”.
Le ditte al lavoro hanno infatti rilevato «danni strutturali e disassamenti a carico dei tetti per il sisma del 6 aprile».
«Tali disassamenti», raccontano gli inquilini, «sono stati favoriti dal fatto che le falde del tetto stesso sono prive di cordoli di coronamento e si evidenzia quindi la precarietà della staticità dei palazzi in quanto non c'è cemento armato e ci pare che ciò assuma una vitale importanza alla luce dell'ultima esperienza».
Malgrado ciò e malgrado gli inquilini non abbiano accesso assolutamente alle proprie case se non accompagnati dai Vigili del fuoco, in quanto sprovvisti delle proprie chiavi (le serrature sono state arbitrariamente cambiate e si sono verificati furti e danni negli appartamenti), la Protezione Civile non vuole cambiare l'agibilità in inagibilità.
Perchè? «A detta sempre dall'ingegner Di Pasquale della Protezione Civile», raccontano gli inquilini, «la cosa sarebbe troppa macchinosa e non ne varrebbe la pena».
Ne consegue però che alcune famiglie non hanno diritto alle casette del progetto C.A.S.E. seppure per cinque o sei mesi.
«Perché Di Pasquale non vuole fare in modo che questi inquilini usufruiscono delle casette del progetto C.A.S.E.?», si domandano allibiti i residenti. «Perché non capisce che si sono fatti dei favoritismi e delle ingiustizie fra inquilini che abitano porta a porta (chi ha le casette e chi no) e rientreranno tutti alla stessa data, cioè fra cinque o sei mesi? Perché l'istituto della banca d'Italia nella persona del direttore Alfieri non tutela i propri inquilini? E la zona rossa c'è o non c'è visto, che non si può accedere se non accompagnati dai vigili del fuoco?»
Anche ammesso, come sostiene il direttore che entro dicembre saranno pronti 60 appartamenti, gli inquilini sarebbero impossibilitati a vivere visto che un documento dell'istituto datato 26/11/2009 dice che «nonostante ripetuti solleciti, non sono stati ancora riattivati i servizi di gas e acqua, entrambi indispensabili per effettuare le verifiche preliminari alla messa in funzione dell'impianto di riscaldamento (assicurato da una centrale termica a servizio di tutto il Quartiere)».
Una storia difficile la racconta anche Emanuela Medoro, che questa settimana terminerà il suo esilio sulla costa.
«Posso rientrare a casa mia», racconta, «un appartamentino in un fabbricato situato nelle immediate vicinanze del Torrione. Questo è il simbolo dell'intero quartiere sorto dagli anni sessanta in poi oltre la Fontana Luminosa e la zona verde che circonda il Forte Spagnolo, purtroppo ha perso un pezzo in alto i cui resti giacciono tristemente alla sua base, ma resta ancora lì, in piedi, a segnare lo spazio con il ricordo di un acquedotto oggi sparito. E' un quartiere fortunato, non ci sono stati morti o crolli, solo danni. Non gravi».
Eppure tantissime case stanno ancora come erano il giorno del terremoto, danneggiate ed abbandonate.
«Quando arrivai sulla costa ad aprile», racconta ancora la donne, «credevo veramente che per settembre sarei tornata a casa, e non avrei mai pensato di dover vedere alberi di Natale messi su negli alberghi della costa. Chi lo avrebbe pensato allora, che gente abitante nel quartiere più fortunato di Aquila dovesse passare il Natale fuori casa? Quale negativo intreccio di fatti tiene tanta gente ancora lontana da casa?»
La risposta è semplicissima, per ora non ci sono soldi per pagare i lavori di recupero, neppure per quelli chiamati ricostruzione leggera. Inoltre la procedura per poter solo fare la domanda per accedere ai fondi «è complicatissima, ed ha generato lunghissime discussioni nelle riunioni condominiali».
Il termine di scadenza per la presentazione delle domande viene spostato sempre più in avanti, e qualcuno ha incominciato a dire che non ci deve essere alcuna scadenza, visto come vanno le cose. «Il mio condominio è stato efficientissimo nel presentare la domanda», continua la donna, «riuscimmo a farlo ai primi di settembre, all'inizio di ottobre ricevemmo un'autorizzazione ad incominciare i lavori. Questi incominciarono a metà ottobre, sono andati avanti, e le prime famiglie sono già rientrate».
Come è stato possibile? «Il miracolo questa volta non lo ha fatto il Grande Capo al governo, e neppure Padre Pio. Semplicemente lo ha fatto l'impresario dei lavori, che ha voluto portare avanti i lavori senza avere neppure un centesimo della cifra richiesta, ristrettissima, proprio il necessario, e sulla quale pure ci sono state obiezioni. Sebbene la nostra domanda stia nel gruppo delle prime su 12.000, non ancora è arrivato nulla. Insomma ancora una volta la buona volontà, l'arte di arrangiarsi, il fai da te, ha fatto miracoli».
«L'impressione generale per ora è proprio triste», continua la donna. «La riapertura di due locali pubblici in pieno centro, la cantina, meglio l'enoteca, de Ju boss a Piazza Regina Margherita ed il bar Nurzia in piazza Duomo, sono state occasioni d'incontro per migliaia di persone, la voglia di rientrare in città è grande, ma quanti passata la festa sono andati a dormire chissà dove. Troppo stridente il contrasto fra la rapida ed efficiente costruzione del nuovo resa possibile da mezzi ingenti e tecnologie nuovissime in zone verdi espropriate alla svelta, e la assenza, il vuoto nella ricostruzione delle abitazioni esistenti nel centro storico e zone limitrofe. Per non parlare delle opere d'arte e delle chiese, per cui il discorso complesso e veramente difficile è appena agli inizi».

Infiniti anche i problemi che denuncia Pio Rapagnà dell'associazione Mia Casa d'Abruzzo.
«La Regione Abruzzo, allo stato dei fatti, non intende ricostruire gli alloggi Ater classificati E ed F mentre non ha fatto e non sta facendo nulla per mettere in sicurezza gli alloggi pubblici realizzati in comuni ad alto rischio sismico».
Per questo martedi 15 dicembre alle ore 10.30 una delegazione di Inquilini e Assegnatari sarà presente a L'Aquila presso il Palazzo dell'Emiciclo della Villa Comunale per assistere ai lavori del Consiglio regionale.

Risulta che le unità immobiliari classificate E – totalmente inagibili - sono 666 quelle in assegnazione e locazione e 583 quelle in proprietà mista ed a riscatto, per un totale di 1.249 alloggi da ricostruire in tutto o in parte.
Ma se la Regione non interverrà direttamente nella ricostruzione di questi alloggi, nemmeno avvalendosi dell'ATER Regionale quale suo proprio “ente strumentale” di riferimento, «molti edifici residenziali pubblici e le rispettive aree verdi-edificabili, in questo modo abbandonati a se stessi, passeranno in proprietà alla Fintecna S.p.A., mentre le famiglie assegnatarie e locatarie di alloggi ATER classificati E ed F e di quelli che non verranno resi agibili e antisismici, verranno a questo punto trasferite nelle casette realizzate con il Piano CASE che, come volevasi dimostrare, diventeranno le “nuove Case Popolari dell'Aquila” totalmente al di fuori dai quartieri e dal tessuto storico della città».

14/12/2009 10.06

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