La dura vita del commercio tra soluzioni che non ci sono e normalità lontana

Alessandro Biancardi

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La dura vita del commercio tra soluzioni che non ci sono e normalità lontana
L’AQUILA. Ricollocarsi, e fare massa. Massa critica, dove chi rimane fuori rischia di veder andare in fumo la propria attività.

Sono queste le parole d'ordine delle centinaia di piccole imprese aquilane, di fronte al freddo che si fa sentire ogni giorno di più, e impone a tutti di abbandonare le strutture provvisorie che, tra bene e male, hanno assicurato la sopravvivenza a tanti commercianti nel corso dell'estate.
Trovare, dunque, nuovi negozi, in fretta, spesso ricominciando da capo, con soldi propri, visto che le esigenze del commercio vanno molto più veloci rispetto ai tempi della politica che dovrebbe aiutare per qualche finanziamento.
In una situazione che, a sette mesi da quel 6 aprile, il presidente della Confcommercio aquilana Celso Cioni definisce «molto critica». Nuovi negozi e nuovi spazi, dunque.
Da qualche parte, in qualche modo. Al momento, comunque, pagando, tanto, di tasca propria.
«Non possiamo più stare qui, con il freddo che arriva e un tetto fatto di plastica», dice Ilaria a PrimaDaNoi.it, commessa in un esercizio di abbigliamento finora ospitato in una casetta di legno, insieme ad altri e messo in piedi con l'aiuto della Confesercenti, nei pressi di un centro sportivo.
E allora si deve andare da qualche altra parte. Al momento, e in mancanza di meglio, tutti puntano sui centri commerciali. L'Aquilone, Lequerc, il Globo.
Punti di aggregazione, gli unici dopo l'esplosione del centro storico, dove la gente può passeggiare tra le vetrine e dai quali se un esercizio ne rimane fuori rischia di non essere visitato da nessuno.

700 EURO PER 50 METRI QUADRATI

Gli affitti dei negozi, di conseguenza, sono schizzati, se è vero che 700 euro al mese per meno di cinquanta metri quadri, più spese, è considerato un buon prezzo.
Un investimento che per un commerciante può arrivare anche a 50-60 mila euro.
In attesa degli indennizzi da parte dello Stato, in attesa dei fondi europei, in attesa di luoghi dedicati in altre parti della città.
Quindi per ora pagando di tasca propria.
«Sarebbe stato utile che si fosse consentito alle imprese di ricollocarsi a prezzi più bassi, magari con un bando simile a quello del Progetto Case», suggerisce Filippo Ciancone, responsabile della Confesercenti dell'Aquila.
A dover cercare una nuova sistemazione, come ovvio, soprattutto le tante imprese del centro storico, circa 1300.
Ad oggi, nel complesso, ad aver riaperto sono poco meno di 400.
Sono invece 272 quelle che hanno richiesto la delocalizzazione, in base a una delibera comunale che permette alcune deroghe rispetto al Piano Regolatore, per un periodo di tre anni.
«Ma andrebbe portata a sei anni – dichiara Celso Cioni – per metterla in linea con i tempi degli affitti delle attività commerciali».
«Stiamo lavorando per cercare risorse e per agevolare le richieste – dice Marco Fanfani, assessore al Commercio dell'Aquila – Certo, se dovessi fare una foto della situazione attuale, sarebbe in bianco e nero».
Come le foto del dopoguerra.
Perchè l'economia del capoluogo abruzzese, oggi, è come quello di una città che ha passato un evento bellico.
«È divisa in due tronconi – spiega Filippo Ciancone – uno fatto di persone che già possono ricominciare ad acquistare beni voluttuari, come i funzionari pubblici o tutti quelli che sono arrivati da fuori, che ad esempio oggi riempiono ristoranti che ieri faticavano ad arrivare a fine mese. L'altra parte è fatta di tanti piccoli imprenditori, che non hanno il denaro sufficiente per ricollocarsi, e ai quali non è stata data assistenza».

a.c. 02/11/2009 15.53