Terremoto. «Nei dintorni di Paganica diverse zone "silenziose" da troppo tempo»

Alessandro Biancardi

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L’AQUILA. «Oltre alla faglia di Paganica ci sono, purtroppo, diverse altre strutture nei dintorni che risultano "silenziose" da lungo tempo».





L'AQUILA. «Oltre alla faglia di Paganica ci sono, purtroppo, diverse altre strutture nei dintorni che risultano "silenziose" da lungo tempo».




Una delle faglie più note (anche prima del terremoto) e più ignorate, da chi ci ha costruito tutto intorno incurante dei pericoli, sarebbe in buona compagnia.
Lo spiega a PrimaDaNoi.it Laura Peruzza dell'Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale di Trieste che nel 2004 e nel 2006 elaborò una pubblicazione di pericolosità sismica in Italia Centrale in collaborazione con il Laboratorio di Geodinamica e Sismogenesi-GeoSisLab dell'Università di Chieti-Pescara
La faglia di Paganica, appunto, era una delle strutture «riconosciute e parametrizzate» (calcolate in base a uno o più parametri, ndr) nel modello del 2006.
Che cosa avevate scoperto?
«Avevamo scoperto», spiega Peruzza, «che utilizzare faglie ben individuate nel terreno, piuttosto che zone ampie che circoscrivono queste strutture, e ricordarsi di quanto tempo è trascorso dall'ultimo evento associato a ciascuna struttura, focalizza la pericolosità in un territorio più ristretto, in particolare la zona de L'Aquila risultava la più pericolosa nel settore da noi studiato».
In sostanza gli studiosi hanno posto l'attenzione sulle singole faglie e sulla loro attività nel tempo e questo ha permesso loro di capire molte più cose rispetto ad una veduta “panoramica”.
Si poteva evitare la catastrofe?
«Sicuramente si poteva fare di più nel passato», continua Peruzza, «ma non tanto per la conoscenza del processo sismico, ma per la qualità delle costruzioni. Se tutte le case in Italia fossero in grado di resistere alle accelerazioni di progetto che la legge prescrive, sono certa che smetteremo di piangere morti, sul nostro territorio».
Cosa potrebbe accadere in futuro per gli addetti ai lavori, si è imparato a capirlo in questi mesi, ed è impossibile prevederlo.
Ma anche grazie agli studi compiuti, Peruzza spiega: «noi interpretiamo il terremoto del 6 aprile come un evento in grado di aver "scaricato" la faglia di Paganica; essa continuerà a produrre terremoti via via meno forti e meno frequenti, come sempre accade a seguito di un forte rilascio sismico. Ma non altrettanto si può dire delle strutture adiacenti, che anzi possono trovarsi ora in uno stato di maggior carica rispetto a prima. Ci sono molte ipotesi, sul dove sia più probabile avvenga il prossimo terremoto, una forchetta larga, per parlare col gergo della statistica, su quanto forte esso sarà, nessuna certezza sul quando potrà accadere. L'invito, o la preghiera se preferisce, è che ognuno di noi, per il livello di responsabilità che gli compete faccia il massimo, per vivere sempre in condizioni di sicurezza».

Ma che la faglia di Paganica che ha scatenato il terremoto che ha colpito la zona de L'Aquila il 6 aprile scorso, non sarebbe stata la faglia più pericolosa presente nella zona lo dimostra anche uno studio condotto da ricercatori dell'università britannica di Oxford, guidati da Richard Walters, e pubblicato sulla rivista Geophysical Research Letters.
La regione del Gran Sasso, dove si trova L'Aquila, è attraversata da larghe faglie, ma dagli studi fatti subito dopo il terremoto, a causare la scossa di magnitudo 6.3 sarebbe stata proprio quella di Paganica.
Walters e colleghi, analizzando le immagini radar registrate dal satellite dell'Agenzia Spaziale Europea (Esa) prima e dopo la scossa, hanno notato come in corrispondenza della faglia di Paganica la terra sia affondata di 25 centimetri da un lato e si sia alzata nel lato opposto.
«Dallo studio - ha dichiarato Walters - è emerso che è pericoloso partire dal presupposto che la faglia più grande causi eventi più devastanti».
Secondo i ricercatori inglesi, «l'energia rilasciata durante il terremoto del 6 aprile sarebbe pari al 15% di quella accumulata».
Ma gli eventi devastanti come il sisma dell'Aquila non sono fortunatamente gli unici attraverso i quali viene rilasciata energia.
Anche gli sciami sismici avrebbero, infatti, contribuito al rilascio dell'energia accumulata nella faglia e, come osserva Simone Atzori, dell'Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (Ingv).
I calcoli fatti da Walters e colleghi sull'energia rilasciata non possono essere usati per fare previsioni perché «sono fatti sugli ultimi decenni, ma l'energia si accumula nei secoli».

Alessandra Lotti 16/09/2009 9.05