Marzocchi (Ingv):«lo sciame sismico può durare 10 anni»

Alessandro Biancardi

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L’AQUILA. Per il professor Warner Marzocchi (Ingv) «la perturbazione indotta dal sisma del 6 aprile può durare fino a 10 anni, per cui le probabilità di occorrenza di altri terremoti importanti nell'area abruzzese (e regioni limitrofe) è aumentata».
Non c'è la certezza, ma una probabilità di circa il 35 % che un terremoto analogo colpisca quest'area nei prossimi 10 anni.
E' sempre il Gran Sasso al centro del mirino nel terremoto d'Abruzzo. Dopo il diffondersi di voci incontrollate è stato lo stesso Istituto di geofisica e Vulcanologia, attraverso il suo direttore, a precisare che nei Monti reatini è in corso uno sciame sismico che viene attentamente valutato.
Certo è che nelle ultime settimane la provincia di Rieti è stata interessata da un centinaio di scosse di terremoto che hanno “toccato” i 4.1 gradi della scala Richter.
Le più forti sono state avvertite anche a Terni e nelle zone della provincia più vicine al capoluogo sabino.
Tre eventi di magnitudo superiore a 5, sono avvenuti il 6 aprile (5.8), il 7 aprile (5.3) e il 9 aprile (5.1).
L'Ingv ha osservato che i terremoti di magnitudo Richter compresa tra 3.5 e 5, sono stati in totale 35. Dall'esame dei segnali riconosciuti automaticamente alla stazione INGV-MedNet di L'Aquila, ubicata nei sotterranei del castello cinquecentesco, sono state conteggiate oltre 20mila scosse. Nell'Aquilano significative sono state le due scosse del giorno 14 maggio 2009. La più forte di magnitudo 3.8.

Quante sono le probabilità di una nuova forte scossa?
«Occorreranno mesi, forse pochi anni, per tornare alla normalità. Per ora posso dire che la sequenza è "normale", cioè che il terremoto della notte del 22 giugno è avvenuto dove ci si aspettava. Terremoti di tale portata sono ampiamente possibili. Lunedì mattina, per esempio, abbiamo mandato una mappa di probabilità alla Protezione Civile: per tutta l'area era stimata una probabilità del 26% di avere un terremoto di magnitudo 4 o superiore».

Quindi nessuna nuova faglia?
«No, ripeto: i terremoti grandi tendono a “clusterizzare” nel tempo e nello spazio. Ciò significa che l'Abruzzo (e regioni limitrofe) sono quelle più pericolose ora. Non si possono dare certezze se non che il pericolo è aumentato. Tornerà ai livelli “pre-6 aprile 2009” dopo una decina di anni circa. Se comunque avverrà una nuova forte scossa è molto poco probabile che sarà sotto L'Aquila. Il Gran Sasso è una delle zone dove ci si aspettano aftershock più forti. Quindi, in questa prospettiva nulla di anomalo. Ciò non vuol dire che il pericolo è zero: l'Abruzzo è diventata una delle aree più probabili per futuri terremoti forti (sopra la 5.5)».

Il monitoraggio è costante…
«Sì, ma il problema è che le probabilità non sono mai comunque molto alte, soprattutto se calcolate per la prossima settimana o mese. In sintesi, questi terremoti non dicono nulla di nuovo, perché avvenuti dove ci aspettavamo. Noi comunque monitoriamo con continuità per vedere se la situazione "degenera" o se comunque i terremoti iniziano ad avvenire in zone inaspettate.

Professor Marzocchi, cosa ha causato i maggiori danni all'epicentro del sisma?

«Il danneggiamento nella zona epicentrale è determinato, oltre che dalla grandezza del terremoto (e quindi dalla magnitudo) anche dalla direzione di propagazione della rottura e dalla geologia dei terreni. In particolare, i danni maggiori si osservano nella direzione verso cui si propaga la fagliazione (effetto di direttività della sorgente) e vengono amplificati nelle aree dove in superficie affiorano sedimenti soffici, quali depositi alluvionali, terreni di riporto, ecc. Nel caso del terremoto di L'Aquila, la rottura associata all'evento del 6 aprile si è propagata dal basso verso l'alto (quindi verso la città di L'Aquila) e da nordovest a sudest, verso la Valle dell'Aterno».

Qualcuno all'Ingv aveva previsto il terremoto del 6 Aprile 2009 in Abruzzo?
«No. Il terremoto dell'Abruzzo non è stato previsto da nessuno, né in Italia né in nessun altro Paese del mondo».

Cosa avete fatto e cosa state facendo nel campo della previsione dei terremoti?
«L'Ingv ha fornito e sta fornendo con continuità previsioni probabilistiche di lungo e di breve termine. Con le previsioni probabilistiche di lungo-termine si possono identificare (e già lo si è fatto) le aree dove avverranno i grandi terremoti del futuro. Di particolare rilevanza in quest'ambito è la mappa di pericolosità
elaborata dall'Ingv nel 2004, che fornisce lo scuotimento del terreno atteso nei prossimi 50 anni. Dalla mappa appare evidente che la zona colpita dal terremoto è quella dove ci si aspettavano alti valori di scuotimento del terreno».

Professor Marzocchi, la città di L'Aquila era compresa tra le aree a rischio sulla base delle previsioni probabilistiche?

«Per quanto riguarda le previsioni probabilistiche di lungo termine dell'occorrenza dei grandi terremoti, dal 2005 esiste una pagina web  dove vengono fornite stime di probabilità di occorrenza di eventi con magnitudo 5.5 o maggiore in un intervallo di tempo di 10 anni. Essendo time-dependent, le mappe vengono aggiornate ogni 1° Gennaio e dopo ogni evento con magnitudo 5.5 o maggiore. Nella sezione Results di tale pagina web si vede che la zona dove è avvenuto il terremoto aveva la sesta più alta probabilità su 61 zone (di cui 34 con probabilità non trascurabili). Se si guarda la densità spaziale di probabilità, la zona interessata aveva la seconda più alta densità di probabilità su una griglia con 51 nodi».

Esiste correlazione statistica tra il radon e i terremoti?
«La correlazione statistica tra il radon e i terremoti, come riportata nei grafici, non esiste. Non c'è nessuna indicazione su come si stima l'epicentro e la magnitudo del terremoto. Questo punto è molto importante poiché ha poco senso prevedere terremoti piccoli. La cronistoria riporta molte affermazioni "forti", come quella relativa ad un esperimento di previsione dei terremoti giudicato come "riuscito perfettamente". Purtroppo, non c'è nessun dato o grafico che giustifichi questo entusiasmo».

Non ci sono indizi validi?
«Nei documenti non c'è mai nessun grafico che mostri la variabilità dei picchi in un intervallo di tempo significativo (vengono mostrati dati solo per pochi giorni scelti ad hoc). L'impressione che si ricava dai pochi dati disponibili, è che la stragrande maggioranza delle variazioni siano compatibili con quelle tipiche di un processo casuale di Poisson (che caratterizza i decadimenti radioattivi). Dal punto di vista pratico, se si volessero utilizzare i picchi presenti sui grafici come precursori significherebbe essere quasi sempre in "allarme". Come corollario dell'ultima affermazione, si può anche dire che, essendo i picchi di radon molto frequenti, molti terremoti saranno anticipati da picchi».

E' un buon inizio?
«No, questo non vuole dire nulla: avviene semplicemente per caso. Sulla base dei documenti presentati non si può certo escludere che il radon possa essere (in futuro) utilizzato come precursore, o che prima del terremoto di L'Aquila ci sia stato effettivamente un picco. Tuttavia si può affermare che, così com'è descritto, il metodo proposto non ha nessun fondamento scientifico».

Nicola Facciolini 09/07/2009 14.18