Nel consultorio di Paganica, «qui è tutto un problema»

Alessandro Biancardi

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PAGANICA. Nel campo di Paganica tre, 300 sfollati, 80 tende, 32 tra funzionari e volontari della protezione civile umbra, non si respira quella magica atmosfera che aveva conquistato qualche giorno fa il premier Berlusconi passeggiando per le tendopoli.

Facce stanche, tende spostate e rimontate da poche ore, container e traslochi in atto più volte a settimane e una certezza: «qui nessuno sa che fine faremo».
Anche i bambini che nei primi giorni erano parsi allegri e spensierati, in vacanza forzata dalla scuola, adesso sembrano piccoli fantasmi vaganti.
Un gruppetto di tre riempie pistole ad acqua nei bagni pubblici e comincia la battaglia: almeno così si sta freschi.
Qualche minuto dopo devono correre in tenda perché è arrivato l'ennesimo acquazzone.
Altri girano in bici: hanno facce tese e lo sguardo che non sorride.
All'ingresso del campo è stato montato da qualche giorno un piccolo ospedale da campo, donato dagli emigranti di Paganica in America.
Sventolano sul tetto di gomma due bandiere, quella tricolore e quella a stelle e strisce.
«Non sappiamo ancora a cosa serve», racconta un volontario che ha seguito attentamente la fase di costruzione, se non altro perché è stato un ottimo diversivo.
Responsabili all'interno ancora non ce ne sono, qualcuno racconta che la struttura dovrebbe ospitare dai 5 ai 10 pazienti, «non acuti», «al massimo qualche vecchietto che non sta bene in tenda».
Lì accanto c'è anche un container di medie dimensioni, che funge da consultorio.
La porta è aperta: basta attraversarlo tutto, tra scatoloni e attrezzi del mestiere, per incontrare la dottoressa Alina Masci, coordinatrice, ed avere uno spaccato perfetto di quello che vuol dire vivere nel centro del sisma.
Una realtà parallela che scorre lenta, segnata dal passaggio di qualche mezzo pesante che alza fiammate di polvere.
Una realtà dove ogni giorno è un dramma.
Il caldo estenuante pare rallentare ancora di più i ritmi morti.
La pioggia scrosciante allaga, bagna, crea disagi.
La dottoressa Masci ha la faccia stanca. E' provata dagli ultimi tre mesi durante i quali, sebbene terremotata, ha continuato a fare il suo lavoro. O almeno ci ha provato.
«Manca il telefono, eppure lo abbiamo chiesto decine di volte, chi bussa alla nostra porta è solo perché ci trova casualmente o perché ha il mio numero di cellulare e riesce a contattarmi», racconta.
«Qui tutto è un problema. Anche noi siamo terremotati», continua, «e dobbiamo andare avanti anche se non abbiamo più una casa, c'è chi non sa a chi lasciare i figli».
Stretta nell'angolo del container dove è riuscita a piazzare la sua scrivania ha ben poche speranze per il futuro.
Al suo terzo trasloco in novanta giorni, per questioni organizzative del campo, non ne può più di trascinarsi dietro la scrivania.
Prima nel consultorio di Paganica in via Tempera, oggi distrutto, c'erano una ventina di pazienti al giorno: c'era chi partecipava al corso pre parto, chi andava dalla ginecologa o dalla psicologo.
Oggi è impossibile fare una stima di quanti ne passino da qui: «le donne incinte in tenda non ci sono più, la nostra utenza si è praticamente dimezzata».
Vicino a lei un lettino ginecologico ancora da montare per bene, con tre dita di polvere sopra, alcuni medicinali e una finestra minuscola che sarà l'unico passaggio d'aria per tutta l'estate: «ci hanno già detto che l'aria condizionata non ce la montano».
«La disorganizzazione è massima», continua Masci. «Per spedire documenti all'amministrazione centrale di Coppito bisogna infilarli in una busta e farli recapitare via automobile».
Un'ora di tempo solo per arrivare, considerando che qui il traffico è praticamente impazzito.
Anche il classico lavoro di equipe psicologo- ginecologo- ostetrica non esiste più perché nel container bisogna alternarsi perché in tre non ci si sta.

I consultori del comprensorio, fino al 5 aprile scorso erano cinque.
«C'è quello di Montereale, a 30 chilometri dall'Aquila che funziona regolarmente e non ha avuto problemi, così come quello di Barisciano. Sono distrutti invece quello di Paganica, quello di San Demetrio, che non è stato riaperto nemmeno in via provvisoria, e quello dell'Aquila che dovrebbe riaprire a giorni nella zona del Globo. Da quanto ne sono le firme sono state già espletate».
E i prossimi mesi?
«Ci vorrà molto tempo prima che si ripensi a tutto quello che c'era prima. La protezione civile sta andando via. Ci stanno abbandonando a noi stessi».
E il fatto che i soccorritori stiano piano piano abbandonando i campi lo conferma anche Francesco Lucaroni, responsabile dell'accoglienza della protezione civile umbra che gestisce il campo di Paganica tre: «siamo rimasti in 30 volontari e due funzionari. Stiamo andando verso una progressiva autogestione delle tendopoli da parte degli sfollati. Già entro l'estate gestiranno da soli le cucine, resterà solo il nostro cuoco».
Qui i giornalisti entrano senza problemi. Gli sfollati si possono riunire in assemblea ma è vietato il volantinaggio.
«E' solo una questione di sicurezza in vista del G8», assicura Lucaroni.
«Chiediamo di visionarne uno, nel caso in cui sia tutto tranquillo diamo il via libera»

Alessandra Lotti 01/07/2009 9.17