I comitati aquilani:«Un progetto politico per impoverire la città»

Alessandro Biancardi

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L’AQUILA. «Forse non è chiaro a nessuno, ma qui si rischia una vera e propria diaspora». Non ha dubbi, Massimo Manieri, coordinatore dell’associazione Ricostruiamo L’Aquila, alla quale hanno aderito 180 tra professionisti e tecnici a partire dal 20 aprile scorso.






L'AQUILA. «Forse non è chiaro a nessuno, ma qui si rischia una vera e propria diaspora». Non ha dubbi, Massimo Manieri, coordinatore dell'associazione Ricostruiamo L'Aquila, alla quale hanno aderito 180 tra professionisti e tecnici a partire dal 20 aprile scorso.



Obiettivo: fare fronte comune per una ricostruzione consapevole della città, trasparente e soprattutto sensata.
«A L'Aquila», ricorda Manieri, «l'unico comitato che esisteva prima del terremoto era quello contro la metropolitana. Adesso i cittadini si sono uniti per dare il proprio contributo alla ricostruzione».
Bertolaso li ascolta e gli ha promesso anche di tenerli in considerazione prima della pubblicazione di alcune ordinanze che sono attese a giorni.
«Non ci ha ancora chiamati», rivela Manieri, «spero non lo faccia solo a cose fatte».
L'orientamento politico del comitato è vario, assicurano smentendo quanti gli hanno appiccicato addosso una etichetta di sinistra.
«Di sicuro non siamo no global, come ci indicano su un giornale. E' vero però che probabilmente facciamo politica, quella vera, non quella dei partiti quella che si rivolge direttamente al bene comune».
Il sentore da queste parti è che stia andando perfettamente in porto il progetto politico di far impoverire la città capoluogo, da tempo a rischio e succube di una “rivale” sulla costa che da anni ha attirato a sé vari centri di potere.
Un vero e proprio spopolamento, quindi, perché a breve «ci saranno 20 nuove aree, 15 mila persone sparse un pò ovunque. Torneremo a 15 anni fa quando non c'era un unico centro e i collegamenti erano difficoltosi».
E la paura è anche che le case provvisorie ma stabili che stanno sorgendo in tutta fretta non siano sufficienti per tutti.
Quello che è certo, per il comitato è che questa delle casette antisismiche prefabbricate non sia stata la soluzione più giusta:«case provvisorie e immediate avrebbero dato un riparo a tutti nel breve tempo, assicurando condizioni di vita migliori rispetto ad una tenda, dove in migliaia passeranno l'estate e forse anche l'inizio dell'inverno».
E soprattutto case provvisorie avrebbero, secondo Manieri, assicurato una velocità di ricostruzione che adesso fa paura. Insomma si sarebbe dovuto puntare da subito ad una migliore condizione degli sfollati.

LA REALTA' DESCRITTA DAI MEDIA

Spaventa tanto anche la realtà raccontata dai media: «da fuori sembra che sia tornato tutto come prima del terremoto. Ci chiamano parenti e amici che non vivono qui e ci dicono che hanno sentito in tv che ha riaperto il tribunale, che ha riaperto il centro storico. Il tribunale invece è chiuso, il centro storico è stato riaperto di appena 100 metri ma è tutto “impacchettato” e non si vede niente.
Ha riaperto il 5% dei negozi, 2 mila aziende sono ancora chiuse, 9 mila lavoratori sono a spasso».
E tra i lavoratori c'è chi può godere della cassa integrazione e magari è più tranquillo ma anche chi non riceve nulla e per lui la vita è davvero difficile.
Difficile la vita per i liberi professionisti: «ero un avvocato», racconta Manieri, «adesso non c'è un mercato per tornare a fare quello che facevo. Non ci sono soldi per riaprire uno studio, in più ho sistemato la famiglia a mie spese. E' vero che da tre mesi mangio gratis ma dallo Stato non mi è ancora arrivato un euro»
«E' tutto un progetto politico», continua Manieri, «avallato da certo da un immobilismo della Regione che non assume provvedimenti risolutivi. Chissà cosa avrebbe fatto il presidente Chiodi se il terremoto avesse colpito Teramo».
Sulla scelta di tenere il G8 in città i comitati vigileranno sui vantaggi promessi, consapevoli che al momento si contano solo incontestabili disagi per una popolazione già provata dalla permanenza di tre mesi in tenda, per le poche attività che faticosamente avevano intrapreso un percorso di ripresa, per una mobilità già difficile.
Nei giorni precedenti e contemporanei allo svolgimento del vertice i comitati organizzeranno autonome iniziative tra le quali una fiaccolata nella notte tra il 5 ed il 6 di luglio a tre mesi dal terremoto.
«Noi non siamo no Global», assicura ancora Manieri. « A noi non interessa il G8, noi vogliamo solo ricostruire la nostra città».

Alessandra Lotti 01/07/2009 9.14