Mirta Morrone:«perché non prendere in considerazione gli studi di Giuliani?»

Alessandro Biancardi

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L’INTERVENTO. In queste settimane si sono sentite varie tesi: c’è chi crede agli studi di Giampaolo Giuliani, che attraverso la rilevazione del Radon dice di riuscire a prevedere i terremoti e chi, come il capo della protezione civile Guido Bertolaso, esclude a priori ogni esperimento simile.

Oggi ospitiamo il parere di Mirta Morrone, laureata in Geologia, specializzata in Geofisica e dottore di ricerca in Geodinamica all'Università di Bologna. «Perché non prendere in considerazioni gli studi di Giuliani», si domanda l'esperta.

«La prevedibilità a lungo termine, mesi, anni, di un evento sismico è un obiettivo ancora lontano. I terremoti rispondono a logiche di tipo caotico, sono sempre diversi, è per questo che risulta assai difficile individuarli matematicamente ‘a tavolino'.
Sul nostro territorio, la paleosismologia, scienza che studia i terremoti del passato sulla base di ricostruzioni storiche, viene considerata attendibile a partire dall'anno mille. E' facile intuire che considerare valida una media statistica basata su due, tre o al massimo 4 eventi è per certi versi azzardato. Ciò non toglie che questo tipo d'indagine sia importantissimo, lo è per molti motivi, tra cui quello di definire il livello di rischio sismico di un'area proprio in virtù del fatto che i terremoti si sviluppano sempre lungo faglie preesistenti, ossia si ripropongono. A tal proposito è necessario ricordare che la faglia che diede luogo, in Irpinia, al catastrofico evento dell''80, fino a quel tragico momento, non era neanche cartografata. Nessuno ne conosceva l'esistenza.
La sismologia può essere considerata una scienza che teorizza, osserva, ma non prevede. Tuttavia, negli ultimi decenni, lo scenario geofisico ha scelto anche strade alternative. Metodi principalmente empirici basati non tanto sulla previsione a lungo termine, quanto piuttosto il contrario, ossia su quella a brevissimo termine (ore, giorni).
L'osservazione delle anomalie del Radon è una di queste.
Il Radon è un gas nobile, un derivato dal prodotto di decadimento radioattivo dell'Uranio. Data la sua natura volatile, esso, sfruttando le fratture e le porosità del terreno, tende spontaneamente a risalire e ad affiorare in superficie, influenzando quotidianamente le condizioni elettriche dell'atmosfera.
Il Radon viene usualmente considerato come uno degli elementi precursori più indicativi dell'arrivo di un terremoto. E' stato infatti osservato che in concomitanza con il processo di preparazione meccanica che anticipa un evento sismico, esso può emergere in superficie con concentrazioni più elevate rispetto a quelle che si riscontrano in periodi normali o di ‘calma' tettonica. Come mai? Semplicemente per il fatto che prima di una violenta scossa sismica i volumi di roccia coinvolti e che poi dislocando daranno luogo alla dissipazione, sono fortemente stressati e questo stress si traduce in una sorta di usura, di degradazione meccanica, grazie alla quale il numero di fratture presenti nelle rocce e la loro ‘larghezza' aumentano, favorendo e dunque incrementando, l'emersione a giorno del suddetto gas.
Sebbene da un punto di vista teorico la tecnica-Radon si mostri semplice ed immediata, da un punto di vista pratico però essa presenta delle difficoltà. La principale è di natura fisica. Nel corso degli ultimi decenni è risultato problematico scindere in maniera distinta il segnale Radon dal cosiddetto ‘rumore' dovuto alle interferenze che altri elementi, radiazioni cosmiche e di fondo della terra, sono in grado di generare.
Gianpaolo Giuliani, in Abruzzo, ha realizzato una rete di monitoraggio composta da 5 stazioni di rilevamento posizionate su altrettante faglie attive (4 nell'aquilano, 1 nel teramano). La strumentazione utilizzata e brevettata dallo stesso nel 2002, secondo l'autore, avrebbe il vantaggio di rilevare un segnale Radon più pulito rispetto a quello registrato dalle ‘vecchie' centraline, e dunque maggiormente decodificabile.



Giuliani afferma che, dall'analisi incrociata dei dati ricavati da questa rete di controllo, è possibile prevedere un terremoto con molte ore di anticipo, «dalle 6 alle 24 ore per sismi di media e alta intensità e tra le 24 e le 28 ore per eventi catastrofici».
Partendo dal presupposto che questo metodo d'indagine è noto allo scenario geofisico da più di 40 anni e che il tema è argomento di studio usualmente trattato in qualunque corso serio di geologia strutturale, di fisica terrestre, di sismologia, la domanda che sorge spontanea è: come mai, avendo a disposizione questo strumento di controllo, non è stata scelta la strada del verificare la validità scientifica dell'apparato di Giuliani?
Perché i risultati del ricercatore non erano stati presentati ufficialmente al mondo scientifico?
Che qualunque teoria debba essere validata da pubblicazioni e che queste pubblicazioni debbano essere discusse nelle sedi più appropriate (conferenze, convegni, congressi) è senza dubbio vero. Nessuno, al riguardo, credo abbia nulla da ridire. E' altrettanto vero, però, che la letteratura già esistente sull'argomento è non solo vasta, ma anche trentennale.
Si può di certo obiettare che esistono opinioni divergenti sul tema Radon, così come che l'utilizzo di questo gas non sia considerato un metodo di previsione definitivo. E' accaduto infatti che in aree monitorate (ad esempio in Usa), per quanto il Radon non avesse segnalato nulla di anomalo, si è poi verificata un'attività sismica. Di contro però, nel corso degli ultimi decenni, sono stati oggettivamente riscontrati anche un elevato numero di casi che, al contrario, ne avvalorerebbero la funzionalità. Qualche esempio: il ricercatore Kondo (1968) descrive le variazioni riscontrate prima dell'evento di Matsushiro (1965, Giappone), Wakita (1988), quelle registrate prima del terremoto di Izu-Oshima-Kinkai (1978, Giappone), Yasuoka (2006), Kawada (2007), descrivono le alterazioni legate all'evento di Kobe (1995, Giappone); Walia (2006) descrive il fenomeno nei due eventi di Uttarkashi (1991) e Chamba (1999), Himalaya, India ed ancora a Taiwan, in Cina, Islanda, Uzbekistan, Messico, Italia.
Italia? Si, anche in Italia. In Sicilia il fisico Morelli, assieme ad altri collaboratori, dal 2001 tiene sotto controllo l'attività vulcanica dell'Etna attraverso una centralina di monitoraggio. Il fine è quello di comparare le anomalie del Radon con l'arrivo di imminenti processi eruttivi, processi a cui è sempre correlata un'attività sismica anticipatoria. E il metodo, da quanto pubblicato (Morelli et alii, 2006), s'è rivelato funzionare.
La domanda che tutto ciò porta a formulare dunque è ovvia: perché non utilizzare i dati di Giuliani? O quantomeno perché non guardarli, analizzarli. Poter osservare l'andamento delle anomalie del Radon su un territorio sismicamente attivo, per un qualunque scienziato, era un'occasione da non perdere.
Probabilmente la strumentazione adottata dal ricercatore in questione non era stata ufficializzata, ma in un contesto di quel genere, un contesto anomalo dimostrato non solo dall'intensa attività sismica registrata negli ultimi mesi, ma anche dal fatto che a L'Aquila sia stata organizzata una riunione straordinaria grandi rischi una settimana prima del disastro (31 marzo) -mostrando ovvero che evidentemente qualcosa ‘non tornava'-, era così importante la scarsa visibilità di Giuliani nel panorama scientifico internazionale? E' davvero questa la ragione?»

Mirta Morrone 29/04/2009 14.13