Il dramma degli inquilini Ater: «noi che fine faremo?»

Alessandro Biancardi

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PAGANICA. Tra le persone che nel sisma hanno perso la casa c'è anche chi ha perso un tetto che non era il suo. * BARISCIANO ATTENDE LA NASCITA DI ILARIA


Sono gli inquilini Ater che adesso vivono in un incubo perchè non conoscono il loro futuro.
«Il consiglio di amministrazione dell' Azienda Territoriale per l'Edilizia Residenziale è stato sciolto da poche settimane», racconta il signor Silvio Basileo, che vive nel campo di Paganica insieme alla moglie e ai tre figli. «Si era in attesa del commissario ma è arrivato prima il sisma».
Ora loro non hanno più un referente con cui parlare e si ritrovano a 60 anni e tre figli da mantenere senza un tetto sulla testa. «Cosa ne sarà di noi?», si domanda il signor Basileo, «con chi possiamo parlare? A chi dobbiamo rivolgerci? Non si è fatto vivo nessuno…perché almeno la Regione non ci dice quale sarà il nostro destino?»
Le case, costruite intorno alla fine degli anni settanta sono state gravemente lesionate dalla scossa del 6 aprile, le travi si sono squarciate di netto.
Problemi di crepe anomale non c'erano mai stati negli ultimi 20 anni. «Noi siamo entrati in quell'appartamento nel 1989», ricorda il signor Basileo. «Abbiamo vinto un concorso di povertà», dice ironicamente. E negli anni sono state costanti le lotte intestine con le infiltrazioni d'acqua e la muffa sui muri. «La mattina quando ci svegliavamo trovavamo per terra due dita d'acqua…dovevamo spostare il letto e asciugare tutto».
Poi recentemente sono stati fatti dei lavori di coibentazione e pare che proprio quelli abbiano mantenuto in piedi le case durante il terremoto.
Ma questa famiglia è un vero concentrato di punti interrogativi: oltre al problema della casa c'è l'incertezza per il pensionamento del capofamiglia e dello studio dei tre figli.
Il signor Basileo, infatti, qualche mese fa ha raggiunto un accordo con l'azienda per la quale lavorava, una ditta di fertilizzanti che ha chiuso, ma andrà in pensione con decorrenza ottobre 2009. «Perchè il governo nei vari provvedimenti a favore dei terremotati non ha pensato anche alle persone nella mia condizione che aspettano la finestra d'accesso alla pensione? Ho dei colleghi che dovranno attendere anche un anno e intanto che faranno?», si domanda sconsolato.
Anche per i figli ci sono tanti interrogativi. Il maggiore a luglio dovrà discutere la tesi in filosofia all'università dell'Aquila. Una delle prime cose che ha messo in salvo è stata proprio la chiavetta con tutto il lavoro e il pc. Nei prossimi giorni dovrà tornare a casa per recuperare dei libri in tedesco, raccolti a fatica in un anno e mezzo di studio in Germania.
L'altro figlio è a 4 esami dalla laurea, «dove studierà, in tenda?», si chiede il padre.
Intanto la famiglia Basileo aspetta di conoscere il proprio destino nella tendopoli di Paganica gestita dalla protezione civile del Trentino. «Sono dei veri angeli», assicurano. «Nella tragedia ci siamo trovati accanto persone speciali che non ci fanno mancare niente. Proprio ieri ha smontato il vecchio turno e sono arrivati i sostituti. Sono ragazzi fantastici».
Ma ci sono anche sfollati aquilani che sono stati costretti a pagare l'affitto degli immobili dove sono ospitati sulla costa abruzzese con la promessa della restituzione delle somme pagate nel caso in cui la Regione Abruzzo o il Governo garantiscano contributi ai terremotati o a chi li ospita.
Una famiglia di tre persone - che ha una casa lesionata situata in un Comune del comprensorio aquilano devastato dal terremoto dello scorso 6 aprile - ha dovuto versare 500 euro, comprensivo di caparra, per la permanenza nell'abitazione dopo la richiesta del proprietario di un canone di affitto di 250 euro al mese.
L'uomo ha però garantito la restituzione delle somme ricevute nel caso in cui riceva i contributi per la locazione dallo Stato o dalla Regione.

Alessandra Lotti 27/04/2009 8.57

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BARISCIANO ATTENDE LA NASCITA DI ILARIA

Nel comune di Barisciano gli sfollati che vivono in tenda sono 1800. Ci sono decine di tendopoli sparse per il paese, alcune sono micro comunità di ex vicini di casa che adesso si dividono un bagno chimico e una doccia all'aperto.
Girando per il paese fantasma ci sono piccole pennellate di normalità. Il bar è aperto e i residenti e la protezione civile si mescolano tra caffè e cappuccini. Il signor Tonino è riuscito a salvare solo il suo garage in prefabbricato e un piccolo orticello che continua a zappettare, come se non fosse successo nulla.
Chi non ha più una poltrona si rifugia in macchina per leggere il giornale. La bottega nella piazza principale ha la porta aperta sebbene tutto intorno ci siano transenne che vietano il passaggio. Basta alzare la testa e si notano le vistose crepe che hanno squarciato il palazzo.
C'è chi cerca una farmacia aperta e anche chi preleva al bancomat della banca sulla quale campeggia una croce verde: è la firma dei vigili del fuoco e vuol dire che lo stabile è in buone condizioni.
Ma sono tre volte tanto le croci rosse che si incrociano sui muri del paese.
Poi c'è la signora Ivana Passanello che aspetta di sapere quando verrà alla luce la sua prima nipotina: la figlia Marina è ricoverata a Popoli e a fine mese darà alla luce Irene.
«Quello sarà per tutto il comune il segnale della rinascita », dice convinta. «Noi ripartiamo da quella piccola vita».
Chi è riuscito a far rientro in casa ha preso un po' di tutto: non solo vestiti di ricambio ma anche macchinette del caffè o il forno a microonde, pentole e il frigorifero.
Sul futuro c'è estrema incertezza: «sono cominciati i rilievi», racconta Ivana mentre Brooke, il cane mascotte dell'accampamento si gode il primo solo dopo quattro giorni di pioggia.
E raccontano anche di una vecchietta del paese che ha la casa lesionata ma non vuole abbandonare la sua vita: «l'altro giorno i vigili del fuoco l'hanno trovata in cucina a fare la pasta a mano...».
Le scosse si sentono ancora bene: «l'altra notte», racconta sempre la signora Ivana, «ne ha fatta una fortissima, sono saltata giù dal letto e mi sono messa a gridare».
Per il futuro? Nessuno sa, c'è chi scrolla le spalle e preferisce lasciarsi andare un debole «speriamo bene... ». Non si riesce a guardare troppo in là, il pensiero riesce ad arrivare al massimo a fine mese, quando su una tenda dell'accampamento verrà attaccata la coccarda rosa di Ilaria.

a.l. 27/04/2009 8.58