Il racconto di Luca, «fuggito da un inferno che non dimenticherà più»

Alessandro Biancardi

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LA TESTIMONIANZA. VASTO. Luca Rosati è uno degli studenti scampati dalla tragedia. Lui lunedì notte è riuscito a mettersi in salvo. Dopo la scossa è fuggito di casa, ha corso più veloce possibile e ha lasciato dietro di sé un inferno che non potrà mai dimenticare. * UNA NOTTE TRA I MALATI: «PAURA E PANICO NON FINISCONO MAI»
Luca racconta la sua storia nel suo blog, ripercorre quegli attimi on lucidità e terrore e ricorda anche l'infinità di scosse che si sono succedute a partire da dicembre. «Siamo partiti dalle scosse di magnitudo 1.0 arrivando pian piano alle 3.0 fino ad essere smossi da quelle di 4.0. La mia preoccupazione giornaliera è stata “ma se giorno dopo giorno aumentano, cosa succede quando arriviamo alla 5?“… sfortuna ha voluto che passassimo direttamente alla 6».
«La sera del 5 aprile», racconta lo studente, avverte «la prima scossa di magnitudo 3.9 (alle ore 22.42). Ci siamo vestiti e usciti. Abbiamo raggiunto la piazza. Ci siamo incontrati con le nostre amiche e abbiamo vagato in giro per un pò. Nel momento della seconda scossa di magnitudo 3.5 (ore 00.39) eravamo dentro un gazebo di un bar, che ha vibrato totalmente, creando non poco panico tra i clienti. Era il preludio che nessuno immaginava… d'altronde ognuno pensa che dopo una scossa potente arrivano quelle più deboli, ma ci scommettereste?»
Ma i ragazzi poco dopo decidono di far rientro a casa: «era l'1 di notte, io e il mio coinquilino ci siamo messi a letto… lui per dormire, io per svagarmi un pò al portatile. Dopo essersi scaricata la batteria del portatile, l'ho spento e mi sono addormentato».

3.32 SI SCATENA L'INFERNO

«Non so quanto ho dormito», racconta Luca, «ma la scossa di magnitudo 5.8, arrivata alle ore 3.32, mi ha fatto saltare dal letto. Sentivo enormi botti arrivare da non so dove, come se stesse scoppiando qualcosa sotto o fuori casa. La stanza dondolava con me dentro, rumori di oggetti che cadevano da tutte le parti… e poi il buio, il maledetto buio che moltiplica il senso di paura. Ho urlato il nome del mio coinquilino che era in quello stato di sveglia-nonsveglia, quando non ci si rende conto se è un sogno o realtà. “Bruno! Bruno svegliati!” l'ho urlato con le lacrime agli occhi. Si è svegliato cadendo dal letto, un piccolo istante per capire cosa stava succedendo e preso al volo alcuni oggetti (soldi, patente, chiavi della macchina, una giacca, un pantalone e 2 portatili!) siamo fuggiti fuori casa. E' vero che il panico rischia di bloccare una persona», scrive lo studente, «ma succede anche che il panico stesso acceleri il ragionamento e quant'altro. Sono riuscito a prendere tutta quella roba in pochi secondi: come prendevo un oggetto, già sapevo dove indirizzare la mano per prendere altro e così via prima di scappare».
Una volta fuori i due ragazzi scoprono che è successo di tutto: «Polvere ovunque, urla, gente che scappava, suoni di allarmi di case e sirene delle ambulanze, macchine che fuggivano senza rispettare segnali stradali e poi rumori di ogni genere. All'uscita di casa nostra c'erano anche i nostri vicini, altri ragazzi universitari tutti illesi. Entrambe le case, ristrutturate l'anno scorso, hanno retto molto bene la scossa: un pò di intonaco per terra e un paio di piccole crepe sul soffitto.
Mi sono sentito con le amiche mie che correvano per le strade e ci siamo dati appuntamento a Piazza Duomo, uno dei vari centri di ritrovo della città.
Dopo aver fatto uscire di casa la nostra anziana proprietaria, che ci ha accolto con uno sguardo misto di paura, tristezza e spaesamento (uno sguardo che ti perfora il cuore!), e dopo aver atteso l'arrivo di un suo parente, io e il mio coinquilino ci siamo messi nella mia macchina e indirizzati verso la piazza».
E anche in quel momento Luca ha visto nitidamente quello che era successo in giro: «macerie ovunque, palazzi senza più o il tetto o il primo piano, gente che fuggiva per le strade senza neanche accorgersi delle macchine che correvano, automobili che sfrecciavano all'impazzata in tutte le direzioni, un camion mi ha superato con una velocità che non oso immaginare. La strada che ho percorso per raggiungere la piazza è quella di cui tutti i giornali hanno parlato: via XX Settembre. Palazzi vicino il tribunale fatti a pezzi, Casa dello Studente crollata, macerie per la strada che rendevano il tutto quasi impraticabile, urla, gente quasi nuda per la strada e con il freddo aquilano non è una bella cosa. Giunti in piazza», racconta ancora Luca, «dopo aver scavalcato macerie di ogni tipo, quello che ci troviamo davanti è sempre un caos… ma questa volta vedi le persone, non pensi a guardare i palazzi distrutti».
Il giovane studente parla anche di «gente miracolata: c'è chi con il tetto crollatogli addosso è riuscito a scendere dal 3° piano e fuggire in piazza… o chi circondata dalle macerie e non potendo uscire, dopo tre ore di panico ha scavalcato metri di macerie per uscire in strada».
Alle 10 Luca e il suo coinquilino sono rientrati in casa: «abbiamo riempito la macchina così tanto che non c'entrava davvero più niente: valige, portatili, giacche, buste piene di qualunque cosa (cavi, dvd, libri …) e quant'altro. Poi abbiamo chiuso la porta a chiave, siamo partiti per Popoli, dove avremmo raggiunto i miei parenti e amici nostri de L'Aquila rifugiati a casa di mio cugino.
Per la strada un traffico infinito e per uscire dalla città una quarantina di minuti.. una strada che avrei fatto in poco meno di 10 minuti. Con la macchina completamente a secco e coi benzinai cittadini tutti chiusi per non incorrere in eventuali danni ed esplosioni (così ci ha riferito la Croce Rossa) siamo usciti via dal capoluogo. Per fortuna un benzinaio aperto l'abbiamo trovato per la strada e ho provveduto a fare il pieno».
«E' una tragedia sotto ogni punto di vista», scrive ancora Luca, «un colpo così che nessuno di noi meritava ma che è accaduto e nessuno può farci nulla. Si può solo ricostruire, molto lentamente, mattone su mattone tutto quello che è andato distrutto. Ma ci vorranno anni, soldi, voglia, forza… spero che tutto possa migliorare giorno dopo giorno».
E poi un appello ai soccorritori e ai politici, «non abbandonate mai tutte gli sfollati aquilani. state vicino fino all'ultima persona, fino a quando alzando lo sguardo vedrete che non avrete più nessuno da soccorrere».
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UNA NOTTE TRA I MALATI: «PAURA E PANICO NON FINISCONO MAI»

L'AQUILA. Una notte al punto medico avanzato in piazza d'Armi a L'Aquila, raccontata da Lorenzo Marvelli, infermiere al 118 di Pescara. In quel presidio ci sono una trentina di posti letto per i ricoveri urgenti.

C'è una sala di pronto soccorso ed una farmacia accanto. C'è luce al neon a differenza delle tende nel campo ma nessun riscaldamento. «Il gelo della notte sarà la forma di questo ricordo», ci dice Lorenzo Marvelli, operatore del 118. «Ricorderò questo terremoto con un brivido di freddo. Sempre».
Lorenzo ha appena concluso il turno di notte con alcuni colleghi del 118 di Pescara e tre infermieri teramani.
Ora il PMA, passata la prima fase di emergenza, accoglie pazienti affetti da patologie che in genere non costituiscono un imminente pericolo di vita.
Nei giorni immediatamente successivi alla scossa del 6 aprile, nel PMA «sono transitate persone affette soprattutto da traumatismi vari», racconta Marvelli. Sono state ricoverate qui dove hanno ricevuto le prime cure, i più gravi sono stati trasferiti in ospedali della regione.
«Questa notte», continua l'infermiere, «si sono rivolti a noi soprattutto pazienti in preda al panico. La paura in questo campo è l'elemento comune a tutti: c'è chi trema di paura, chi piange di paura, chi ride di paura chi si mostra indifferente per paura».
In più le scosse non smettono mai: questa notte alle 3 in punto c'è stata una scossa 5.1. La paura, la solita paura, ha assunto la forma del panico.
«Ho sentito urla, lamenti, anche tirate comiche tese a sdrammatizzare», racconta ancora
«Credo che molto si dovrà fare nel prossimo futuro per arginare la paura dirompente. Le benzodiazepine non potranno costituire la soluzione al problema, possono essere un tampone, un contenimento momentaneo ma dovremo inventarci altro visto che non basterà ricostruire le case.
Ieri sera ho conosciuto dei medici clown che lavorano con la paura. Ci scherzano su, la accarezzano e la smontano. I bambini sembrano divertirsi. Anche gli adulti e gli anziani. Il teatro, la clownerie, possono essere in futuro delle possibili alternative alle benzodiazepine».
Ma c'è anche altro in queste notti di terrore: «ci sono tossicodipendenti in trattamento che chiedono metadone, anziani affetti da altzheimer che non sanno cosa stia succedendo intorno a loro, ci sono bambini senza scuola. bambini al freddo, ci sono alcolisti cronici che non hanno un posto dove comprare il vino che li riscaldi e li addormenti di notte. Ci sono schizofrenici che non sentono più voci e non hanno sigarette, ci sono clandestini che cercano clandestini che non si trovano. Ci sono sciacalli. Veri sciacalli, falsi sciacalli. C'è il battaglione San Marco che presidia i cumuli di macerie».

10/04/2009 10.24